domenica 26 luglio 2015

Suicidio di solitudine..


Non ricordo quando è stata l’ultima volta che ho pensato al suicidio.
Comunque è successo di nuovo ieri sera, ed è successo velocemente, è stata una piccola idea microscopica che mi ha invaso il cervello.
Ero ad un compleanno, in pace con me stessa, in pace con i miei sogni, in pace con le mie stupide e assurde decisioni come di fingere di stare bene con gli altri per stare bene con me.
Insomma, avevo appena rinunciato alla mia incoerente scelta di solitudine ascetica a favore di una vita in mezzo agli altri, con il sorriso, con quella che gli altri chiamano “confidenza”.
Avevo appena realizzato che mercoledì parto per Parigi con il mio ragazzo e.. avete presente quell’equilibrio perfetto di tutte le cose, di cui il centro siete voi e vi sentite leggere, quasi gioiose, perché tutto sta in piedi da solo e voi state in piedi con tutto il resto?
Non importano i pezzi di vetro sospesi sulla vostra testa, non vi interessa in questo momento chi e che cosa, dove e quando: è tutto così, immobile.

Ero ad un compleanno e il mio cervello era in equilibrio. Addirittura partecipavo ad una discussione, io, l’isolata, l’asceta, la deficiente incoerente e vittimista, io; e la discussione era “maschi contro femmine”. Insomma, i comportamenti, i difetti e i pregi dei maschi verso quelli delle ragazze. Una discussione di quelle in cui si generalizza alla grande e che io adoro come unghie su lavagna, però ascoltavo ed esprimevo pure la mia stupidissima opinione in mezzo a gente stupidissima di cui ho scelto liberamente di circondarmi, di cui mi lamento e che però chiamo “amica”. Avevo appena deciso di farne parte, e poi c’era quell’equilibrio, quelle sensazioni di pace, quel mio non credere di essere stupida e assurda e… contingente.
Questo mi ha fregata.
La contingenza mi ha fregata.

Un momento della discussione, quel momento sbagliato, che non doveva assolutamente capitare eppure si è piazzato lì, in mezzo a tutto, e con un fracasso ha distrutto l’equilibrio con i denti e con le pietre e con quelle corone di parole..

Premessa: il nostro gruppo è composto da cinque ragazzi e quattro ragazze, tra cui io. Da quattro anni.
Abbiamo un gruppo tutti insieme su whatsapp, quasi ovviamente, come prevedibile.

 Un ragazzo del gruppo, spezzando una lancia in favore del suo genere, ha esclamato: “Beh, prendete per esempio le amicizie di noi uomini! Voi ragazze del gruppo, oltre a quello tutti insieme, mica avete un gruppo di sole donne su whatsapp, mentre noi si!” Quindi, giustamente, impulsivamente, scioccamente, una delle ragazze, Serena, ha urlato soddisfatta: “Eh no, invece! Io Chiara e Paola ne abbiamo uno di sole donne!”
Silenzio. Mi hanno guardata. Il ragazzo, ingenuo, ridendo, divertito da quella discussione che improvvisamente per me era diventata inutile e particolarmente stupida e da veri idioti:

“Ah, e Cecilia cos’è, scusate?”
La colpevole mi ha guardata. Ha abbassato la testa come un cane, e giuro che era diventata un cane ai miei occhi perché non ero più li, non ero più con loro, ed ha sussurrato “Si, ma ora la aggiungiamo..”
Come chi vuole riparare un vaso cha ha frantumato a terra, un vaso importante che ha fatto tanto rumore.
C’era un rumore assordante in quella stanza, ieri sera.
Io non sentivo niente.

Una così stupida vicenda, un gruppo su whatsapp senza di me, e cosa mai sarà? Fatto da persone che ho appena finito di chiamare stupide, che pure disprezzo come disprezzo altezzosamente tutti, che pure odio e in quel momento io sarei voluta invece sparire, e avrei tanto voluto che qualcuno dicesse “Di che Cecilia parlate? Non c’è nessuna Cecilia qui!” e io avrei voluto forse essere la tovaglia di quel tavolo, un bicchiere, una stoviglia insomma qualsiasi cosa ma NON IO, e non capisco perché ora piango, se piango più perché io ho VOLUTO essere sola, se piango perché cazzo, eravamo in quattro in quel gruppo, e che cosa sarebbe costato aggiungere anche me?, oppure forse piango perché io in quel gruppo non ci sarei voluta entrare, se solo me lo avessero chiesto…
E in quel momento la contingenza mi ha assalita come un mostro affamato, quella contingenza assurda, quel triste mondo in cui tutti si perdono e non sono nessuno se non lo sono per gli altri..

Io non credo che mi abbia ferita il fatto di essere sola, sostanzialmente: in fondo l’ho deciso qualche giorno fa, che sarei stata sola sempre e comunque. Quello che mi ha veramente ferita è stato scoprire che loro lo avevano deciso molto tempo prima di me.
Loro mi hanno esclusa prima che lo decidessi io, prima che la nausea mi divorasse, prima che tutto cambiasse all’improvviso, dentro di me, prima che gli impegni diventassero fardelli, prima che tutto iniziasse a fare schifo.. avevano già deciso.
Loro hanno deciso che io dovevo stare sola.
E questo mi ha spiazzata: qualcuno mi conosceva già, forse? Forse lo hanno fatto per me, per risparmiarmi l’imbarazzo di dover dire “No, ragazze, io in quel gruppo non ci voglio entrare! È che gli esseri umani in questo periodo mi fanno tutti schifo e non capisco i rapporti con loro, è che sento una solitudine interiore, una perdizione, qualcosa che nessuno può restituirmi.. ho scoperto di esistere ed è doloroso.. ma grazie comunque!”.

Sicuramente è così.
Deve essere così.

E in quel momento ho cercato l’appoggio di tutti gli altri esseri umani, ho preso il telefono con furia, ho scritto a chi avrebbe potuto comprendermi e tra i “non ti meritano”, i “non sono gli amici giusti”, gli “aspetta l’università, cambierà tutto” io piangevo dentro di me come se improvvisamente nessuno, nessuno mi stesse parlando, come se fossi stata davvero la tovaglia o una stoviglia oppure un bicchiere in un doloroso colpo al cuore, un piccolo infarto e ho pensato “Io mi uccido.”
L’ho pensato veramente e mi sono venuti i brividi di rispetto per chi davvero lo ha fatto, per chi non lo ha ufficializzato in piazza blog o in piazza davvero, mi sono venuti i brividi per Riccardo ma io l’ho VERAMENTE pensato e non l’avevo pensato mai così, ho organizzato il mio suicidio nella testa, sono andata in bagno e ho guardato il ginocchio che mi ero ferita sul muretto e l’ho graffiato con le unghie, ho strappato la crosta e ci ho fatto uscire il sangue, poca cosa, un dolore forte, non sono riuscita più a camminare con quel ginocchio, a casa ho messo il ghiaccio per la botta prima e ho disinfettato e sono andata a dormire.
E questa mattina ero di nuovo felice come una Pasqua. Dimenticando il mio delirio ridicolo, la mia pagliacciata.
Ho subito concentrato forze ed attenzioni sul cibo, il mio amico e tutto ha improvvisamente preso colore: ho programmato i miei pasti, ho immaginato di perdere tanti chili da sparire e mi sembrava che così, solo così, io potessi essere in equilibrio.
Poco fa mi sono messa sulla cyclette a piangere e pedalare, e ho pensato al dolore al ginocchio e lui è tornato, ho pensato che non avrei mai il coraggio di uccidermi, io sono troppo curiosa, io amo troppo vivere, io amo bruciare le calorie e non ho pensato “Che bello vado a Parigi”, perché non mi sembra avere senso niente, adesso, ho solo pensato che voglio stare bene, e non mi ricordo più come si fa.

Odio questa sensazione.
Perché non sono felice?

 

 

venerdì 24 luglio 2015

Filosofia.

Devo assolutamente dedicare un post al mio futuro molto prossimo, per poi rileggerlo quando e se mai mi laureerò, o anche solo quando lascerò la facoltà per un’altra realizzando di essermi sbagliata.
Vorrei che Cecilia Parisienne scrivesse ancora sul suo blog: ecco, le direi che infine no, non ho ripiegato su giurisprudenza come le avevo anticipato e che sì, ho avuto il coraggio di scegliere Filosofia.

È insolito per una che rimanda, cambia idea, lascia le cose felicemente a metà, si annoia frequentemente, quella noia che non ti fa sentire altro che la noia stessa.
Insolito perché sono quasi sicura che cambierò facoltà, che ne sarò insoddisfatta perché come al mio solito idealizzo tutto, così come idealizzo i miei 42 chili che mi facevano, chissà perché, schifo; così come idealizzo la taglia che portavo 3 anni fa e che odiavo, sentivo troppo stretta; così come idealizzo ieri e come ieri idealizzavo l’altro ieri e come idealizzo domani che sarà sempre e comunque migliore.

Insomma, avete capito.

E così Sybil, compilata l’iscrizione in internet, a Settembre andrà ad immatricolarsi nella facoltà che adula da tre anni, dal primo giorno in cui ha iniziato a sentirne parlare, quella facoltà che sognava ma contemporaneamente non pensava di fare, come nessun altro, del resto.
Fidanzato, genitori, professori, tutti convinti fosse una fase, e sinceramente anche io. Ma anche la dieta credevo sarebbe stata una fase, e invece sono a dieta da 6 anni precisi, così come pensavo sarebbe stata una fase l’amore che provo per il mio ragazzo, e invece continua a crescere  e crescere da due anni e mezzo, relativamente tanti, relativamente pochi, ma due anni e mezzo; perché, come Zeno, io metto le radici laddove chiunque altro passerebbe disinvolto.

In questo caso ho piazzato le radici nella facoltà che penso possa stimolare al massimo la mia mente disordinata, che guarda caso è quella che non mi porterà da nessuna parte e che guarda caso tutti coloro con cui ho parlato odiano, detestano, abbandonano oppure amano immensamente.

Ho conosciuto entrambi ma non mi fido di nessuno: sono troppo diversa. Non nel bene, non nel male e forse non diversa come ognuno lo è dall’altro… diversa nel senso che a me piace SEMPRE quello che ripugna agli altri, ed amo INFINITAMENTE di più quello che gli altri semplicemente AMANO.
Generalmente è così, sebbene io odi generalizzare. D’altronde andrò a farmi le pippe mentali in un luogo in cui sono d’obbligo, e poi si vedrà.
Ci tenevo soltanto a farvi sapere che mi sveglio la mattina e penso al cibo e poi subito penso che farò filosofia e che potrò finalmente studiare solo quella e che potrò incontrare qualcuno che legga come me “Il mondo come realtà e rappresentazione” per diletto e Sartre e Camus e mi brillano gli occhi.
E subito dopo penso che me ne stuferò.
Ed il secondo dopo mi vengono i brividi al pensiero che finalmente studierò la cosa che più amo al mondo, e realizzerò la mia vita da inetta scegliendo qualcosa senza interessarmi del dopo. Sono profondamente innamorata.
Credo, forse, per non dico la prima ma una volta nella mia vita, di scegliere con il cuore.


È bello perché io me lo sento dentro, ma non me lo sento come sentivo di dover fare la dieta, e nemmeno me lo sento come devo rifarmi il letto; sento un’inspiegabile sensazione di salto nel vuoto e mi riempie di gioia e impazienza.

Io, che odio fare le cose, tutte, sono IMPAZIENTE.

Il mio ragazzo fa medicina da ormai quasi tre anni e ne parliamo sempre ed è felicissimo e si arrabbia da morire quando gli faccio presente che tutti, nessuno escluso, appena ci vedono insieme e scoprono che voglio fare filosofia e che lui fa medicina commentano “ah, beh farai la mantenuta!” e lo guardano con complicità.

Ho smesso di infastidirmi, e ho smesso di infastidirmi quando mio papà si arrabbia e quasi non mi guarda quando lo dico in giro con gioia perché lui mi dice che non si vive di aria.

Ho smesso di piangere quando l’ho fatto l’ultima volta dopo l’orale di maturità: tutti i professori mi hanno chiesto cosa avrei fatto dopo ed io non ho risposto, hanno risposto i miei professori e la parola “filosofia” e gli sguardi un po’ in disaccordo degli altri, insieme a tensione e stress per l’esame mi hanno fatta piangere a dirotto nonostante fosse andato tutto incredibilmente bene.

Ho letteralmente tappato le orecchie vicino a chi mi scoraggiava, a chi mi incoraggiava: io voglio buttarmi. E poi sì, voglio godermi pienamente i “te l’avevo detto” se tra un anno io scriverò che non era come mi aspettavo e che ho deciso di lasciare.
Per una volta voglio scegliere senza pensare.
Mi brillano gli occhi e non vedo l’ora.

J


lunedì 20 luglio 2015

Post di transizione.

Sento freddo, silenzio e fantasia.
Il sole spento in una indifferenza indistinta, di tante facce uguali e inconsapevoli
e ugualmente inconsapevoli.
Rifletto sulla vicenda che ricorderanno: la chiameranno "campo", la racconteranno e solo allora diventerà tale, e poi vi faranno un altarino.
Ho investito su una mente sola.
Questa mattina mentre parlavo ho sentito che esistevo, che c'ero.
Non ho idea di dove io sia adesso: solo vorrei questo momento si perpetuasse, in solitudine apparente ed io sto sulla superficie, questa volta non mi circonda nessuno.
Solo ho provato a parlare, mi sono fermata perché hanno provato a capirmi.
SCONCERTANTE.
Rabbia.
Fuga.
Ad un'ora certa mi spengo, e gli altri mi premono: per quanto li odi li amo e provo ad odiarli meno, a cercare un altro senso in loro e in realtà, il tipo di qualcuno che senta il niente.
Dietro le cose percepisco un insolito suono di una fortuna scocciata, come di inserire aggettivi che lentamente vengono creati e, allora, devono restare.
Il restare quello dell'essere nuove cose in mezzo agli altri, a preparare insulti e risposte alle domande, e nuove domande e poi scegliere chi chiede e chi risponde.

Si è alzato il vento. Di un uomo che singhiozzava: e la colpa era ahimè di un altro!
Ho sentito le sue scuse lontane, suonavano giustificazioni strane. Io non le comprendo.
In realtà comprendo tutto, e questo vittimismo generale mi ferisce, mi spaventa. Temo di venirne contagiata, e qualcuno potrebbe morire.

Cosa cercano?
Io lo chiedo. Io. Una persona. L'anima. Che fa delle cose E NON PIACCIONO.

Ora vorrei qui il mio libro, La nausea. Perché sono un granchio anche io, non un uomo come tutti vedevano.
Un granchio che cammina all'indietro.

AVETE RAGIONE in ciò che dite, sono carnefice e non vittima come tutti vorrebbero vedermi. So far star male ed io non subisco in silenzio, faccio anche io i drammi e sento le ferite solo che
mi annoio, ecco tutto.
Di una noia profonda, del profondo animo e il profondo centro del cervello.

Paura di questi umani. Sono una di loro e mi ci comprometto.
Come DEVO comportarmi?
Sono decisamente interessata a saperlo.
Decisamente. Mi piacciono gli altri: e come si muovono, e come ridono, e come giudicano e come mi parlano e come mi consigliano.

Io sono un'ottima consigliera, il pessimo esempio perfetto e preciso di UOMO.

Mi trema la mano. Trema come un corpo, come somatizzassi. Ho sentimenti puramente umani.
Il mio proposito mi inchioda al suolo, così posso conversare con gli umani e dire loro delle cose, porgere loro alcune scuse, sigillare i silenzi perché
vogliono sapere cos'ho.

COS'HO?
Sono.
E se lo  dicessi ad alta voce mi accorgerei che la logica è altra cosa.
Chissà perché questa mattina mi vengono in mente tante cose?
Sono un umano pensieroso che si comporta male e fa piangere gli altri perché è nervoso e STRANO.
E si deve calmare.
Sono come e cosa gli altri mi
RITRAGGONO.
Altrimenti non sarei.

Io lo trovo MOLTO interessante.
Estremamente.
I comportamenti OMOLOGHI per omologarmi mi rendono loro, come loro, mi riconoscono.
Quelli diversi (da chi? da loro?)
li confondono.

Per esistere non devo confondere.
Che esistente sarei, se non fossi come mi hanno disegnata loro?
Se li sorprendessi?
SE IO FOSSI UN GRANCHIO?

è tutto finto. Io faccio, non penso.
Tutte queste parole sono parole.
Non prendono vita seriamente.
Sono pazza, ma in realtà sono come loro.

E' TUTTO NELLA MIA MENTE.
LORO MI SANNO, ERGO SUM. (?!)

Avrei ancora tantissime cose da dire, ma non riesco a pensare più a niente.
Sono soddisfatta.


"Come mi sento distante da loro, dall'alto di questa collina. Mi sembra d'appartenere ad un'altra specie. Escono dagli uffici, dopo la loro giornata di lavoro, guardano le case e le piazze con un'aria soddisfatta, pensano che è la loro città, una «bella città borghese». Non hanno paura, si sentono a casa loro. Non hanno mai visto altro che l'acqua addomesticata che esce dai rubinetti, che la luce che sprizza dalle lampade quando si preme l'interruttore, che gli alberi meticci, bastardi, che vengono sorretti con i pali. Hanno la prova, cento volte al giorno, che tutto si fa meccanicamente, che il mondo obbedisce a leggi fisse e immutabili. I corpi abbandonati nel vuoto cadono tutti con la stessa velocità, il giardino pubblico viene chiuso tutti i giorni alle sedici d'inverno, e alle diciotto d'estate, il piombo fonde a 335° gradi, l'ultimo tram parte dal Municipio alle ventitré e cinque. Son pacifici, un po' melanconici, pensano a Domani, cioè, semplicemente, ad un altro oggi; le città non dispongono che d'una sola giornata che ritorna sempre uguale ogni mattina.
La s'impennacchia un po' la domenica.
Che imbecilli. Mi ripugna il pensare che sto per rivedere le loro facce ottuse e piene di sicurezza. Legiferano, scrivono romanzi populisti, si sposano, hanno l'estrema stupidità di fare figli.
E frattanto la grande natura incolta s'è insinuata nella loro città, s'è infiltrata dappertutto, nelle loro case, nei loro uffici, in loro stessi. Non si muove, si mantiene ferma in essi, essi vi stan dentro in pieno, la respirano e non la vedono, credono che sia fuori, a venti miglia dalla città.
Io la vedo, questa natura, la vedo... So che la sua sottomissione è pigrizia, so ch'essa non ha leggi: quella che scambiano per la sua costanza...
Non ha che abitudini, e le può cambiare domani.
[...]
O anche, niente di tutto questo succederà, non vi sarà alcun cambiamento apprezzabile, ma la gente, una mattina, aprendo le persiane, sarà sorpresa da una specie di senso orribile, pesantemente posato sulle cose, e che sembrerà aver l'aria d'attendere. Null'altro che questo: ma per poco che questo duri vi saranno suicidi a centinaia. Ebbene, sì! Che tutto questo cambi un poco, non domando di meglio. Se ne vedranno altri, allora piombati bruscamente nella solitudine. Uomini completamente soli, solissimi, con orribili mostruosità, correranno per le strade, passeranno pesantemente davanti a me, con gli occhi fissi, fuggendo i loro mali e portandoli con sé, con la bocca aperta e la loro lingua-insetto che sbatterà le ali. Allora io creperò dalle risa, anche se il mio corpo sarà coperto di luride croste sospette che sbocceranno in fiori di carne, in viole, in ranuncoli. M'addosserò ad un muro, e griderò al loro passaggio: - Che ne avete fatto della vostra scienza? Che ne avete fatto del vostro umanitarismo? dov'è andata a finire la vostra dignità di canna pensante? - Io non avrò paura - o almeno, non più che in questo momento. Forse che ciò non sarà pur sempre esistenza? delle variazioni sull'esistenza? Tutti quegli occhi che mangeranno lentamente un volto saranno di troppo, senza dubbio, ma non più dei due primi. E' dell'esistenza che ho paura.
Scende la sera, nella città s'accendono le prime lampade. Mio Dio!
Che aria naturale ha la città, come sembra schiacciata dalla sera, nonostante tutte le sue geometrie.
E' talmente... evidente, da qui,

possibile che io sia il solo a vederlo?"


sabato 11 luglio 2015

Sciocchezzonerie

Perché poi, mi dico, basta tapparsi le orecchie quando i miei litigano come due bambini.
"Hai messo la tovaglia di natale! Me la sporchi!"
Urla mia mamma.
"Ma non faccio mai niente di buono!" urla mio padre arrabbiato. "Ora me ne vado!"
dice, come un bambino.
Ed esce dalla stanza.
Mia mamma corre a recuperarlo, fanno ridere. Lei urla ancora "Io lavo, asciugo, stiro e tu mi sporchi le tovaglie!"
strilla che non si può sentire.
Mio papà borbotta.
"Cosa borbotti? LAVI TU??" continua a strillare lei.
"LA LAVATRICE LAVA!"
e mia mamma: "Allora le prossime volte mettila tu la lavatrice tutti i giorni, e poi stendi i panni e stirali!"
"Ah certo! Ora prendiamo una persona che ci mette pure la lavatrice!"

Io sono lì, ferma, che ascolto. Sembrano due bambini.
Qui è tutti i giorni così. Questa è la più superficiale delle conversazioni, ma la ferocia con cui è avvenuta è indescrivibile.
Mia mamma che cerca di gestire una casa, che però spende un sacco di soldi, poiché invece di andare a lavoro va a fare shopping (per me e mia sorella, dice lei; veramente compra cose da signora, chiede "Ve le mettete?" poi nessuno se le mette e allora, ahimè, le mette lei), e mio padre lavora dalla mattina alle otto di sera e si lamenta e svilisce gli altri per sentirsi meno merda.

Non è mai venuto ad una recita, mai ad una pagella, mai, nemmeno in quinta, ora; non è mai venuto ad una mia visita, quando ero anoressica, anzi, probabilmente manco se n'è accorto.
Non è mai venuto dal dentista a vedermi piangere quando mi hanno detto che avrei avuto i denti storti per sempre.
Ed ora è depresso, ora non dorme più con mia mamma, che è sempre più sclerata, svuota gli armadi di me e mia sorella dieci volte e tira fuori bigliettini, carte di cose da mangiare e urla continuamente perché "Noi le nascondiamo le cose."

L'entusiasmo per il mio 95 è finito: erano così contenti ieri, credevo di poterli rendere orgogliosi e uniti, ma sono tutte palle. Non gli basta mai, così come vedere questa brava bambina comparire su La Stampa perché ha aiutato il suo compagno ospedalizzato non ha cambiato le cose.. e pensare che questi vecchi che descrivo con tanto rancore mi hanno regalato un viaggio a Parigi con il mio ragazzo, questa estate, visto che non faccio né viaggio maturità, né ho fatto la gita.
Ma è durato tutto un secondo.

Per la maggior parte del tempo qui a casa è un inferno. Soprattutto - guarda caso - per il cibo.

I miei momenti di gloria sono finiti, mangio anche troppo: mi tengo leggera e poi, in occasioni come ieri, da una mia amica, mi strafogo.
Poco da fare.
Ho realizzato l'altro giorno con tristezza che non cambierà mai nulla: rimando, rimando, rimando; avevo tutto rimandato a "dopo la maturità", mi abbuffavo pensando "Oh, poi....."

Poi niente, ragazze.
Poi quando mi dicevate che sarei stata sempre la stessa e che era tutto dentro di me, avevate ragione. E anche quando lo dicevo io a voi, avevo ragione.
Ma per se stessi è difficile.
Domani parto per i campi con i bambini, grazie al cielo, così posso rimandare tutto a dopo i campi, e menomale!
Come avrei giustificato questo corpo, altrimenti? Non ce l'avrei fatta ancora per molto.

Sono profondamente delusa da me stessa. Ho fatto due misere ore di cyclette un giorno sì ed uno no; mi sono ingozzata in ogni occasione, e cosa pretendevo? Di poter indossare la maglietta che mi ha cucito la mamma del mio ragazzo e che non mi entra ma io non l'ho detto a nessuno perché "tanto sarò magra"?
Quello che mi distrugge è che sarò cicciona a Parigi, cicciona a Venezia (uno smartbox che ci avevano regalato), cicciona al mare. Always always always

Più cresco, più sono senza parole.
Ora so dove posso arrivare, e si tratta esattamente del punto da cui parto, sempre.



giovedì 2 luglio 2015

Post che era da scrivere.

Per ora sono un 40/45 agli scritti, più 22 crediti.
62. sono già fuori.
Erano giorni che praticamente digiunavo, con poche eccezioni tipo un pezzo di pizza, ma veramente a pranzo, colazione, merende non mangiavo niente.
Esaltata, agitata, nervosa: tutto si è disteso stamattina, ogni sensazione del clima generale nel mio cervello.
Sono andata ad ascoltare gli orali dei miei compagni, io passo dopodomani.
Mi restano tre programmi da finire, la tesina da finire ed imparare, tutto da ripassare, ma sono qua al computer a scrivere.

Sapete perché?

Mi sono abbuffata. Niente di così nuovo, niente di che, tranne che due cose mi hanno sorpresa:
  1. L’ho fatto prevalentemente per fame. Una fame assurda: mi girava la testa (anche oggi digiuno quasi totale), non riuscivo a concentrarmi, dopo giorni quasi digiuna a correre di casa in casa ad aiutare le mie amiche a studiare, insomma non ce la facevo più;
  2. Sono stata travolta da una nuova paura che qualsiasi tentativo di spiegare renderebbe immediatamente stupida, ma ci provo.
Questa mattina, guardando gli orali dei miei compagni, ho realizzato che è finita: ho iniziato a pensare all’università, a me che farò filosofia- e se lascerò, se cambierò idea, se ne rimarrò delusa, se non ne sarò all’altezza, se me ne pentirò e bla bla bla- al fatto che tutto quello che oggi sto studiando con disperazione dopodomani non sarà che un enorme carcassa di fogli pieni di parole, e niente nella mia testa; insomma, riflessioni futili.
Detto ciò, mi sono chiesta: qual è il mio obiettivo, adesso? Nel senso: superato lo scoglio “orale” che ora è la mia principale preoccupazione, a cosa penserò? Vado ai campi con i bambini il 12: fino a quel giorno? Che cosa farò?
Ho pensato immediatamente al perdere peso. Ma ragazze: sono talmente tanti giorni che mangio come un canarino che per me non è più nemmeno un obiettivo, ADESSO.
Insomma, è come se voi steste preparando un esame da un mese e, in cerca di qualcosa da fare, vi diceste “ecco, ho trovato cosa fare: continuare a preparare questo esame!”
Ma dai?

No, a me ci vuole qualcosa di più forte. Una svolta!
Se volto la testa indietro vedo un anno che é corso velocissimamente e, tristemente, mi accorgo sfogliando il mio diario alimentare che se ne è scappato tra conteggi di giorni senza abbuffarmi e relative abbuffate.
Quello che mi ha fatto andare avanti, quest’anno, non sono state tanto le rare occasioni di svago in mezzo a studio, studio, studio; e nemmeno i giorni di restrizione alimentare: ma le abbuffate! Cosa sarei stata senza di loro?
Quando non mi abbuffo da giorni, arriva un punto in cui sono profondamente annoiata, come oggi. Sale la disperazione, sale la tristezza, lo sconforto, un dire “E ora cosa faccio? Dimagrire? È un processo già in corso, non c’è gusto!”

Oggi ho avuto una vera e propria crisi esistenziale: una noia profondissima, un dolore inspiegabile, un niente.
Cosa fare? Più che continuare a digiunare e aspettare, cos’altro avrei potuto fare?

CHE COSA AVREI RIMANDATO A SABATO?

Il dimagrire, certo! Che bello! Mi è sembrato ovvio e doveroso abbuffarmi: per una gran fame, senza dubbio, ma anche per un gran bisogno del mio proposito.
Di un qualcosa su cui puntare, qualcosa da attendere, qualcosa da brividi.
Qualcosa che mi impedisse di pensare, per un solo istante, a qualcosa di diverso dalla mia solitudine. Qualcosa da potervi comunicare, cosa che sto lentamente disimparando: comunicare.
Qualcosa di frivolo, di entusiasmante in mezzo a tanta merda, a tanto disprezzo, a tanta disperazione.
Non ne potevo più di tutti questi insopportabili pensieri su quanto la mia casa mi sembrasse immensa, su quanto la mia esistenza si spegnesse in ogni sua ora.
Su quanto ogni secondo pesasse e quanto sabato sera io avessi pianto di nuovo in mezzo agli altri, perché in mezzo agli altri non ci so stare.

Ho finito da poco di abbuffarmi, e suppongo continuerò per un tempo indefinito.
Bene, ragazze: da sabato si inizia per davvero! Ecco cosa rimandare alla fine degli esami, ecco come festeggiare.