giovedì 28 gennaio 2016

La mia fame mi precede. SEMPRE

Apro blogger, questo rituale marcissimo, questa abitudine insana di scrivere.
Mi ero promessa di stare lontana dal blog, stare lontana da tutto questo finché non fossi stata(attenzione, fossi, perché io sono un peso) almeno 60 chili.
Mi vergogno a dirlo (scriverlo??) ad alta voce, ma sì, il mio obiettivo è un lontanissimo e schifosissimo 60.
Invece eccomi qui.

Mi vergogno a dirlo (scriverlo??) ad alta voce: ho perso 4 kg.
Uao!! Che figo!! Brava!!
Sì, infatti.
Chi legge il mio blog lo saprà, chi non lo legge lo scoprirà adesso, mesi fa avevo raggiunto un meraviglioso 66 (che peso basso per un metro e sessanta di altezza! una spilungona!!), quindi giustamente, vi direte voi,
66-4= 62
oddio, se ha perso 4 kg vuol dire che... ha quasi raggiunto i 60 chili!!!

Sì infatti.
Nel senso che sarebbe così se io non mi fossi abbuffata SEMPRE fino all'11 gennaio arrivando a 70.2 chilogrammi.

70.2
(Che figo, ho ingrandito il numero, così si legge meglio.)

La prima cosa che mi direte sarà: "Allora cambia la frase di presentazione del blog, no?? C'è ancora scritto con un tono depresso e sconfortato 57 chili, cambialo, è sbagliato!!"
E avreste assolutamente ragione.
Infatti poi lo cambio. Magari ci metto una faccina sorridente.

Ebbene dicevamo, essendo arrivata a pesare 70 chili maledetti e stramaledetti, ho cominciato ad andare a correre l'11 gennaio precisamente, perdendo fino ad oggi 4 chili, ovvero gli stessi di otto mesi fa, gli stessi di tremila miliardi di giorni fa, gli stessi gli stessi gli stessi
S-T-E-S-S-I.
Infatti peso 66 chili ora come allora.

Però ballo e canto e yuppi yeah, ho perso 4 chili, evvai!
Mi faccio ridere da sola.

In compenso, e lo scrivo perché DEVO scriverlo, perché a puttane tutto il resto, a puttane l'autoconvincimento di merda, a puttane le giornate con il pollice su, a puttane i messaggi, a puttane le mie parlate senza senso, le mie autoprofezie a puttane TUTTO A PUTTANE: ho voglia di abbuffarmi.
Lo scrivo chiaro e tondo, grasso e grosso, lo scrivo perché lo penso io, cervello mente ciccia e cuoricino, lo pensiamo tutti qui dentro al mio corpo.
Se i miei organi potessero rispondere, anche quelli destinati ad altre funzioni che non siano digerire - vomitare - pensare al cibo 24/24, urlerebbero in coro "Siiiii, vogliamo abbuffarci tutti!!"

Oggi sono andata a correre, ieri sono andata a correre, ogni giorno santissimo sono andata a correre guardando il lago la mattina, con il prato e quelle puttanate idilliache da Bucoliche, insomma mi sono sentita in sintonia con la natura, mi sono sentita un'asceta, oh mio Dio, un'asceta!, avrei rinunciato a tutto, povertà castità fame, ero pronta ragazze!
Poi la voce, la stessa voce "abbuffati."
No, le ho risposto gentilmente (sono gentile.).
"Abbuffati, dai!"
No, ho ripetuto, e state tranquille, non mi sono abbuffata.

Oggi dopo pranzo (coniglio e verdura, mica da fame, mi tratto egregiamente!) volevo abbuffarmi così tanto che su internet ho scritto "Mangiare una torta intera" ed ho letto di gente che si era ingozzata e descriveva le porcherie che aveva ingurgitato.
Come un quarantenne frustrato che si guarda un porno.
UGUALE.
Ho letto e sbavato di quelle porcherie che io non potevo mangiare, e che non avrei mai mangiato, che non ho mangiato; però avevo bisogno che qualcun altro lo avesse fatto.
Sono rimasta a leggere per un'ora quelle minchiate, gente che raccontava di essersi divorata tavoli e armadi, ed io che dentro di me provavo una strana gioia:
-per non essermi abbuffata
-per volermi abbuffare TANTISSIMO
-per essere stata più brava di qualche sfigato che narrava le sue disavventure con cibo congelato e caduto per terra - e per non essere quello sfigato.

Brava, brava, brava.
Mi sono fatta una tisana rilassante, che avesse un sapore.
Ho fatto merenda con una barretta, una spremuta e tre mandorle ed ora si potrebbe dire che io sia il modello di sportiva sana da seguire.
Eppure mi sento sporca, peggio che se mi fossi abbuffata.
Perché lo desidero.
Desidero la torta al limone quella piena di calorie e crema, desidero un maxi toast con prosciutto, sottiletta filante, desidero una piadina porcosa, una pizza al gorgonzola e no, ragazze, non desidero questo perché faccio la fame, ieri sera ho cenato dal mio ragazzo con i tortelli ripieni, la carne impanata, i peperoni, la torta di mele, i taralli, una mela.
E così da diversi giorni per varie occasioni irrinunciabili.
Eppure desidero abbuffarmi di santa ragione, ma non lo faccio.

E' ridicolo: ho mollato la psicologa per 35 euro ed ora sarei pronta a spendere i 150 euro racimolati a Natale in un minuto per CIBO.
Per cibo farei tutto, darei tutto.

Ho quasi finito questo post inutile, passo brevemente alla parte scomoda.

Questa ironica e stronza mangiatrice immaginaria.... ha bisogno di amore!!!
L'avreste mai detto?

Sì.
L'ho scoperto oggi pomeriggio (wow, dopo 6 anni è un bel passo avanti!!).
Io mi sono sempre rifiutata di entrare nello stereotipo anoressica=fame d'amore ohi ohi povera me sono quella che si fa in quattro per tutti ma nessuno la caga oh come sono povera e triste e sola mi sfondo per gli altri e nessuno mi pensa :((((
eppure eccomici dentro fino al collo.

No, vi risparmio la storia ridicola che mi faccio in quattro per gli altri e loro non fanno nulla per me perché è pura ipocrisia, sono convinta che l'animale uomo sia un egocentrico egoista individuo, almeno oggi la penso così, e poi questo discorso del farsi in quattro lo fa sempre mia madre e se ce le avessi ne avrei le PALLE PIENE.
No, io non mi sbatto per nessuno. Sono egoista, egocentrica, se faccio le cose è esclusivamente perché non so dire di no o per sentirmi meglio io, nessuno spirito di misericordia puro.
Punto.
Però ho bisogno di amore, sospetto. E rifiuto questa consapevolezza.

Oggi ho abbracciato il mio ragazzo piangendo e gli ho detto che avevo bisogno di attenzioni e coccole.
Così mi ha abbracciata per quindici minuti prima di tornare a studiare, è stato comunque un tesoro, ma sentivo che non mi sarebbe bastato un intero pomeriggio, quindi mi sono accontentata senza rancore.
E mi è venuta voglia di mangiare.
Fino a scoppiare.

Ebbene sì, signori e signore!!!
Nel cibo cerco l'amore, l'affetto, la dolcezza, le coccole, la premura, le attenzioni che nessuno mi da; correggiamo: di cui non mi accontenterei mai, anche se tutti me le dessero.

Non so da cosa derivi questo bisogno di amore ma è incolmabile.
Il cibo non è ovviamente solo questo: è distrazione, rifugio, anestetico come dice Kore nel suo ultimo bellissimo post.
Però oggi pomeriggio era amore.
Mi sono consolata con tre mandorle, ora vedremo di consolare questa povera bambina trascurata con un 55 sulla bilancia per Giugno.



lunedì 4 gennaio 2016

Cibo, soldi e sesso.

Buongiorno a tutte.
L'ultimo post era sconclusionato e inutile, e me ne scuso.
Emil Cioran diceva che il più grande errore che una persona che scrive possa fare consiste nello scrivere per qualcun altro che legge.

Allora ho deciso di scrivere questo post ancora più inutile del precedente per mettere nero su bianco una riflessione che si è diffusa nella mia testa in modo confuso, nebuloso; ovviamente lo scrivo qui e non nelle mie cartelle su word perché adoro i vostri commenti, mi danno un sacco di spunti di riflessione e mi permettono di confrontarmi con persone intelligenti come mi capita di rado nella mia vita (l'altra, quella fuori di qui..).

Questa riflessione è sempre stata sotterrata in me, perché sono sicura di averla già pensata qualche volta, di sfuggita.
Ha cominciato a prendere forma quando ho letto La noia, di Alberto Moravia.
Poi vari tasselli si sono uniti: in quel libro sono centrali il sesso e il denaro; io ci ho collegato il cibo ed ho completato un puzzle che potrebbe rappresentare la mia vuota e misera vita.
Questo post sarà volutamente molto intimo, poi mi pento quasi sempre di scrivere cose tanto personali su una piattaforma online, ma prima di morire vorrei tanto aver detto quello che penso senza preoccuparmene.

E' un post molto complicato da scrivere perché vorrei che venisse perfetto, e riordinare le idee di anni è un affare che non mi compete granché; così sono quasi certa verrà una schifezza, e mi consolo sapendo di poter contare sul vostro, di cervello, perché so che capirete cosa avrei tanto voluto esprimere.

Non ho le competenze per discutere di questo, voglio soltanto considerare questi aspetti relativamente alla MIA esperienza, alla MIA vita, alla mia superficiale e inaffidabile opinione.

Dunque, dopo aver messo le mani avanti, essermi parata il culo, essermi auto insultata, potete dirmi "poverina, che tenera" e io posso cominciare a scrivere il post.

Kiki mi ha dato lo spunto dell'elenco puntato, per cui Kiki te lo rubo :)

  • Il mio rapporto con i soldi.
Per iniziare a descrivere brevemente (giuro!) il mio rapporto particolare con i soldi, devo altrettanto brevemente (giuro!) descrivere quello che ha mio padre con i soldi.
Mio padre ha tanti soldi.
E, in più, mio padre ha tante cose.
Lui non esiste nella mia vita, ed esiste troppo: lavora dalle 4 di mattina (perché viaggia per l'Italia a causa del suo lavoro) alle 20, così non lo vedo mai, perché appena arriva a casa, dopo cena, si sdraia sul divano e dorme.
La sua esistenza nella mia vita è pesantissima, e dopo aver trascorso anni ad accusare mia mamma dei miei problemi con il cibo ho finalmente cominciato ad affidare qualche responsabilità a lui, fino a giudicarlo irrimediabilmente il principale colpevole.
Ovviamente so di esagerare, e lo faccio volutamente; so benissimo che non è colpa sua, ma capite il post.
Se dovessi descrivere mio padre con tre parole lo chiamerei IL GRANDE ASSENTE, perché pur non essendoci mai c'è sempre, troppo, ci sono lui e i suoi soldi.
Mio padre è un infelice uomo mediocre che con un diploma è entrato a lavorare in banca a 19 anni e che ha cominciato a guadagnare e mettere da parte una barca di soldi che non usa per noi, di cui si vanta, che crede lo rendano una persona migliore delle altre.
Crede di poter comprare tutto: non è una cattiva persona, solo deve avere la casa più grande, la macchina più bella, il televisore da 65 pollici, i box nel centro città perfettamente inutili...
però è tirchio.
Sì, lo so, suona paradossale: una persona con tutte queste cose (cose cose cose oggetti cose), tirchia?
Ebbene sì.
Si è comprato una ferrari (ebbene sì, ragazze, mio padre ha una ferrari da 32 mila euro) che tiene chiusa in un garage che ha comprato nel centro della nostra città, e che non usa mai; ha comprato questi famosi due garage, così, tanto per; ha comprato tre fuoristrada che non ha mai usato, e finalmente poco tempo fa si è deciso a venderne uno; ha un camper; ha la macchina del lavoro; ha la casa di mia nonna; ha un conto in banca che non conosco ma deve essere molto sostanzioso.
In tutto questo lui non esiste. Esistono le sue cose, i soldi suoi da cui noi (io, mia madre e mia sorella) dipendiamo, esiste il suo potere esercitato in silenzio, in modo sottile, in un modo così profondo ed oscuro che vorrei tanto provare a spiegarlo.
In tutto questo, a me e mia sorella non dà mai un euro.
Se gli chiediamo 10 euro per fare un regalo lui sbuffa, si alza incazzato, apre il portafogli e puntualmente esclama "Papà esiste solo come autista e come bancomat", è la sua frase preferita, un segno distintivo.
Quando andiamo a fare la spesa con mia mamma e mia sorella e spendiamo 40 euro, tornate a casa lui ci guarda con disapprovazione, vuole gli scontrini, corre in camera e segna su un libro che ha da 30 anni la spesa, sottraendola dal suo conto.
Su quel libro ci sono milioni di numeri, di calcoli, di spese.
Così ogni volta che vogliamo fare un regalo, andare a mangiare una pizza, comprare del cibo, comprare dei vestiti sono litigi, ansia, sono dipendenza.
Mio padre urla raramente, personalmente in 19 anni non sono MAI stata sgridata da lui, non mi ha mai mai mai chiesto nulla né della scuola né è mai venuto ad una recita, mio padre è sempre stato denaro.
Per noi, ma soprattutto (e sottolineo SOPRATTUTTO) per lui.
E quando papà apre il portafogli bisogna ringraziarlo: papà non chiede che gli si dica grazie, ma si sa che glielo si deve dire.
Non so come, non so quando, non so perché, qualcuno ha silenziosamente convinto me e mia sorella di essere i soldi di nostro papà, a non essere niente senza quelli, a valere zero come persone perché non portiamo uno stipendio a casa.
Mia mamma invece guadagna 800 euro al mese se va bene, e lei è laureata, più colta; eppure mio papà non perde occasione per umiliarla a causa del suo mancato stipendio: così io sono convinta profondamente, anche se cerco ora che sono più grande di abbattere questa convinzione, che mia mamma non valga niente perché non ha i soldi di mio padre.
Per mio padre tutto ciò che non guadagna lui non ha valore, è zero: così anche le mie borse di studio del liceo che non mi ha mai dato (erano 300 euro scarsi), così quelle che mi ha dato creandomi appositamente un conto e approssimandole tutte per difetto di 20/30 euro.
Ho provato a lamentarmi dicendo che mi spettava di più, ma lui si è arrabbiato nel suo modo, sbuffando, in silenzio, e poi ha detto pacatamente "uno vale l'altro."
Per i miei soldi, uno vale l'altro.
Per le piccole borse di studio guadagnate da me solo con il mio cervello, una vale l'altra.
20 euro valgono come 5, quando si tratta dei miei soldi.
Perché non sono centomila come i suoi.

Così, ragazze, arriviamo a me: io sono schifata dai soldi.
Quest'anno ho preso altre due borse di studio, e non le ho ancora incassate. Mi ripugna l'idea, e quando ho detto ad un mio professore che appunto non le avevo ancora versate mi ha risposto sorpreso: "E cosa aspetti? Voi li cagate i soldi?"
O una cosa del genere... avrei voluto rispondere che sì, mio padre li caga, per cui questi duemila euro non valgono un cazzo.
Ed io non li voglio incassare.

Così cerco di non chiedere mai soldi a mio padre, non ho mai soldi dietro e quando ci sono soldi da mettere per vari regali io sono sempre quella che mette il minimo che si è deciso, così che sono certa che tutti se la ridano alle mie spalle e considerino me tirchia, visto la casa in cui ora vivo dopo il trasloco, il televisore da 1700 euro che mio padre ha comprato tre giorni fa, le migliaia di macchine parcheggiate ovunque.
Ed in giro, si fa sempre la figura dei pezzenti.

Così, oltre a disprezzare profondamente i soldi, li conto al centesimo ogni volta.
Se anticipo al mio fidanzato qualcosa e lui non me li restituisce io involontariamente mi incazzo, sono capace di piangerci su per una giornata, di litigare con lui; io sono sempre puntualissima con la restituzione del denaro perché per me ha un'importanza vitale che gli altri me lo restituiscano.
Invece mi guardo intorno e la gente ha il portafogli pieno, presta soldi e se non glieli ridanno se ne scordano; io segno tutto, chiedo i soldi per giorni finché non mi vengono restituiti e so perfettamente e tristemente che non è una questione di giustizia, di correttezza.

Lo so che cos'è nel profondo; ed è la stessa cosa che mi ha fatto interrompere le sedute di psicoterapia perché costavano 35 euro alla volta: la malattia di mio padre.

Mio padre è malato ed io sto diventando come lui,
con la differenza che io non spendo i miei soldi.
Con la differenza che io non spendo i miei soldi, se non in cibo.

Non vorrei ammetterlo. Visto che mio padre mi da 5 euro alle volte se pranzo in università, mi è capitato un sacco di volte di non pranzare, di accumulare quei soldi e di recarmi con il bottino al supermercato e spendere una ventina di euro di puttanate, e di abbuffarmi.
Sì, e qui rientra la questione

  • cibo.
Ecco che soldi e cibo si intrecciano indissolubilmente: per me niente ha valore, niente vale la pena di costare qualcosa, per nulla vale la pena spendere dei soldi, tranne che per il cibo.

L'unica cosa quasi altrettanto importante sono i libri, ma se devo scegliere capita che io scelga sempre il cibo.
Spendo tutto in cibo, e la causa principale sono proprio i soldi.
Succede soprattutto quando mio padre magari in una settimana mi da solo 5 euro (molto più spesso non mi da nulla): questo è il monologo che tengo con me stessa quando ho 5 euro in tasca dopo settimane:
"Mmm.. ho solo cinque euro. Cosa posso farci?
a) pranzare.
Ma pranzare fuori con cinque euro significa comprare un pezzo di pizza minuscolo, cosa che mi farebbe restare la fame; oppure comprare un panino, cosa che detesto.
b) comprare un bel libro.
Ma con 5 euro, ahimè, non posso comprare nessun libro! Costano tutti almeno 7 euro.
c) abbuffarmi.
Se raggiungo l'Auchan e vado nel discount, con cinque euro compro due pacchi di patatine scadenti, un pacco di brioches, un pezzo di pizza enorme incartato... andata!"

Così mi reco effettivamente al supermercato e con cinque euro faccio pranzo, cena, merenda, colazione e anche un pasto del giorno seguente.
3000 kcal a costo zero.

Ed ecco le mie giornate, solitamente.
Devo indagare ancora più a fondo nel rapporto soldi-cibo, ma ci sto lavorando.

  • sesso.
Arriviamo alla questione più scottante, più portatrice di sofferenza nella mia vita, molto legata al mio rapporto con il cibo e con i soldi.
Come per i soldi, anche per il sesso provo disprezzo.
La mia famiglia non è cattolica osservante, a frequentare l'oratorio sono solo io di mia spontanea volontà, quindi non ho avuto affatto un'educazione sotto questo aspetto rigorosa.
Semplicemente, a casa mia non si è mai parlato di sesso.
Mia mamma girava nuda per casa e so che è sempre stata una cosa che mi ha profondamente infastidita, turbata; in bagno stava con la porta aperta, ed io andavo a chiudergliela perché mi irritava. In casa mia non si parlava mai di sesso ma non si aveva un'intimità.
Ovviamente il sesso era un tabù, ma non per motivi religiosi, e nemmeno di privacy (come potete constatare); semplicemente era vergogna provare piacere.
Mia mamma infatti non ha mai sperimentato il dialogo, l'affetto, ma alzava solo le mani, le botte erano il suo modo di comunicare.
Su questo voglio dire una piccola cosa, non giudicatemi: molto spesso, quando litigo con il mio ragazzo, mi capita di alzargli le mani.
Ovviamente non gli faccio un tubo, ma quando realizzo che lo sto picchiando anche in faccia mi fermo, mi vergogno, mi scuso. Mi rendo conto che questa è l'educazione che ho ricevuto, le mani come forma di comunicazione, zero dialogo, e cerco di correggermi ma è difficilissimo.
Comunque dicevo, mi rendo conto di avere una mancanza profondissima di amore e di educazione sessuale.
Così mi capita sempre di cercare nel sesso l'amore del mio ragazzo.
Deve esserci sotto qualcosa certamente, perché il mio ragazzo fuori dal letto mi dimostra un amore sconfinato, mi fa piccoli regali, è stupendo e Kiki lo sa bene perché le racconto spesso delle pazzie che fa ed è incredibile.
Eppure (e via allo sputtanamento del mio ragazzo alèèèè) sotto quell'aspetto, del sesso dico, non è così.
Mi spiego: il mio ragazzo non ha problemi quando facciamo l'amore, non è "impotente", anzi; semplicemente non ha quasi mai voglia, ed ha pochissima fantasia.
E sempre, quando facciamo l'amore, lui non mi guarda nemmeno in faccia, mette la testa sul cuscino e non mi considera molto, sembra che debba svolgere un compito piacevole, certo, ma come se volesse, in quel momento, fare altro.
E' raro che lui proponga di fare l'amore, anzi (per sputtanare anche me e umiliarmi pubblicamente!) vi confido una cosa che ho confidato ieri soltanto ad una mia amica: ho chiesto io al mio ragazzo di fare l'amore la prima volta.
Stavamo insieme da un anno e mezzo ed io lo desideravo tantissimo, mentre lui non dava nessunissimo segno di voler fare niente, anzi, più apatico che mai; avrei tanto desiderato che fosse una cosa spontanea, sapete no?
Ci si bacia a lungo e poi così, senza nemmeno rendersene conto, si è distesi e lui sussurra all'orecchio che vuole fare l'amore.
Niente di tutto questo.
Niente baci.
Niente sussurri.
Un pezzo di legno.
Così ho dovuto fare come faccio sempre nella mia vita e come ODIO di fare e dover fare: ho insistito.
Esatto, come una bambina.
Al contrario di me, il mio ragazzo è di una famiglia molto osservante, rigidissima riguardo al sesso (suo fratello ha 27 anni e sta con una ragazza da 8, ed è vergine).
Io non lo giudico, sono scelte... ma tutto questo si ripercuote sul mio ragazzo.
E' molto diverso dalla sua famiglia, ma ne è interamente condizionato. Quando suo padre (che io non sopporto) mi insulta come fa di solito lui non mi difende, anzi dopo quando io piangendo glielo faccio notare lo difende dicendo che "scherzava":

Ma torniamo al sesso.
Vi dicevo che ho insistito: mi sono seduta un giorno, dopo settimane di frecciatine, dopo che per settimane gli ho cercato di sussurrare all'orecchio qualcosa che gli facesse capire che volevo fare l'amore con lui, mi sono seduta proprio a tavolino e gli ho detto contro ogni romantico sogno e desiderio:
"Voglio fare l'amore con te. Tu vuoi farlo?"

Sapete, ovunque ho letto che deve essere una cosa spontanea, che è più bella, e lo pensavo anche io, ho sempre giurato a me stessa che sarebbe stato così anche per me.
Ma poi immersa nella mia situazione ho fatto una cagata, una vera schifezza, ho disintegrato quella che sarebbe dovuta essere la più bella esperienza della mia vita (il cui titolo è infatti stato ceduto automaticamente a "pesare 42 chili", che tutt'ora ricopre il primo posto nella classifica delle esperienze più belle della mia vita).

Lui ha risposto come se gli avessi chiesto "Vuoi un panino con il prosciutto?":
ha detto "Si va bene" come se stesse pensando "Se ci fossero le melanzane sarebbe meglio, ma ormai ha comprato il prosciutto..."

Così, dopo altre settimane in cui nessuno aveva casa libera e nessuno voleva farlo in macchina, finalmente ci siamo ritrovati soli a casa sua.
Dovete sapere che casa sua è esclusa dai luoghi in cui si può andare oltre la stretta di mano, in quanto è un luogo sacro e i suoi genitori, al contrario dei miei che d'estate trasformano la nostra casa in un bordello a pagamento e organizzano orge di ogni tipo (-.-), si arrabbierebbero tantissimo.
Quel giorno però stranamente ci stavamo baciando (!!!) ed io speravo lui prendesse l'iniziativa e facesse IL passo.

L'aspetto dell'intimità tra me e il mio ragazzo non l'avevo mai trattato qui sul blog, perché non lo ritenevo determinante e poi mi sentivo un'egoista, il mio ragazzo vi ripeto è perfetto in tutto il resto. Ma ultimamente mi sto accorgendo di quanto invece sia determinante e importantissimo questo aspetto e capirete perché.

Eccoci come dicevo in camera, le mie labbra troppo vicine alle sue per il luogo di culto in cui ci troviamo, aspettando una sua mossa qualsiasi, qualsiasi, non so bene cosa stessi aspettando, che non arrivava. Qualsiasi cosa fosse, non arrivava. Così dopo un po' ho capito che sarebbe di nuovo toccato a me, e gli ho sussurrato "Facciamo l'amore?"

In quel momento lui mi ha guardata ed è stato come se non se lo aspettasse.
Come se gli avessi chiesto "Lo hai fatto il compito in classe per oggi?"
"Non ho comprato i preservativi", dice.

In quel momento ho capito quanto tenesse a questa esperienza, sicuramente quanto me, per non dire di più, tanto che dopo settimane che avevamo deciso a tavolino (tristissimamente, lo so) che entrambi lo volevamo, lui nemmeno si è disturbato a passare davanti ad una qualsiasi farmacia a comprare un pacchetto di preservativi.

Tanto per completare la mia stupidissima recita stupidissima ho cominciato stupidissimamente a piangere, ero furiosa, e stupida.
Abbiamo litigato, gli ho urlato che non gli interessava, e lui trovava scuse che mi hanno convinta per finta e mi hanno per finta calmata.

Passano i giorni. Niente.
Un giorno maledetto eravamo al parco, a passeggiare. Non so per quale stupidissimo motivo ho iniziato a girare il coltello nella mia stessa piaga chiedendogli per l'ennesima volta se gli andasse di fare l'amore per la prima volta con me.
Lui ha risposto di sì, certo, e l'errore più grande ed imperdonabile della mia vita, secondo soltanto all'aver iniziato ad abbuffarmi e vomitare,  è stato credergli.
Come fanno le donne che vengono picchiate quando il marito dice "non lo faccio più": gli credono.
E sappiamo tutti che fine fanno queste donne, così facilmente potete immaginare che fine abbia fatto io.
Abbiamo iniziato a discutere perché io continuavo ad insinuare che lui non volesse, come una stupida idiota cretina, finché lui non si è infuriato, il mio ragazzo infuriato, mi ha presa per mano, siamo andati in un punto isolato del parco, ed insomma, io che stavo zitta, lui arrabbiato e stanco, mi ha dato il mio contentino.
Come ad un cane, i croccantini per calmarlo.
Inutile dire che è stato orribile: all'orrore della prima volta come saprete con lui che viene subito e voi inesperte totali, si è aggiunto l'orrore della rabbia, della forzatura, del compitino svolto.
Non mi ricordo nemmeno la data, non ricordo niente di quel giorno.
Solo se mi chiedessero quando è stata la tua prima volta ed io dovessi rispondere sinceramente (come non ho mai fatto, mai) direi che non l'ho avuta, una prima volta.
Io e il mio ragazzo, dopo un anno e mezzo di distanza da quel giorno che non ho mai né scritto, né raccontato, né dimenticato, facciamo l'amore, qualche volta, ma io non ho mai avuto una prima volta.
Solitamente a questa domanda rispondo "A casa mia, è stato magico" e poi la chiudo lì.
Me ne vergogno e ci sono migliaia di motivi per cui me ne vergogno:
-perché l'ho obbligato io
-perché è stato di fretta al freddo e non ho sentito niente di niente
ma, soprattutto, perché gli ho creduto.
Quando abbiamo riparlato di quel giorno dopo un annetto gli ho chiesto se lo voleva, visto che non desidera mai farlo, e lui mi ha detto che non si sentiva pronto.
Fermo restando che un ragazzo che dopo un anno e mezzo non si senta pronto a fare la cosa che in teoria sogna da quando ha 5 anni non so bene che ragazzo sia, e concedendogli questa sua piccola debolezza, e volendola anche rispettare, viene naturale chiedersi:
Perché CAZZO NON ME LO HA DETTO?
Mi ha dato così, come un ceffone nel gelo, la crudele conferma di avermi letteralmente accontentata.
Ma la cosa più incredibile non è stata tanto questa sua confessione, ma il fatto che io LO SAPESSI e l'avessi sempre saputo!
Mi sono chiesta per molto tempo e me lo chiedo tutt'ora se non sono io il maschio della coppia, e qui ci sarebbe un discorso immenso da fare, perché io sarei tanto voluta nascere uomo e lo penso da quando ho questo maledetto dca.
Mi sono trovata a pensarmi ninfomane solo perché desideravo il mio ragazzo, mi sono abbuffata un sacco di volte, migliaia di volte, dopo un suo rifiuto in questi tre anni, rifiuti molto frequenti e frequenti tutt'ora, fino a comprendere che io non mi sento amata in quel senso.
Mi chiedo che bisogno c'è di fare l'amore: in fondo lui mi ama in tutti gli altri aspetti, mi fa regali, mi pensa sempre, studiamo tutti i giorni insieme, eppure io sono letteralmente ossessionata dal fatto che lui non abbia mai voglia di fare l'amore con me.

Ho pensato anche di essere io il problema, di non piacergli; ed ora è un'ossessione.

Dopo quel giorno maledetto, quella prima volta non prima volta, dopo quella specie di violenza richiesta da me, cercata da me, violenza da lui svolta mal volentieri, ho voluto credere che sarebbe cambiato.
Che era la prima volta, che era insicuro, che con il tempo lui lo avrebbe desiderato.
Mi dicevo "è un maschio, dannazione!"
Ma, come gli uomini violenti non cambiano, così lui non è cambiato.
Anzi: ultimamente non succede praticamente MAI che lui abbia voglia.
Io ogni volta che gli sono vicina impazzisco, ho sempre voglia di toccarlo, di stringerlo, di guardarlo, ma lui è inavvicinabile.
In tutto il resto è un tesoro, discutiamo, è intelligente, profondo, parliamo sempre, ma non desidera né me, né il sesso in sé.
Ne abbiamo discusso mille volte, abbiamo litigato, ho pianto e lui ogni volta si ritiene offeso, umiliato nella sua "Mascolinità"; addirittura una volta mi ha detto che la società impone un modello maschile virile e sempre eccitato che pensa sempre al sesso, mettendo in testa a noi ragazze questo stereotipo, mentre nella realtà non è così.
Non nel suo caso, ma nella realtà. Capite??
Io ho parlato con questa mia amica e nel suo caso non è affatto così, il suo ragazzo la desidera sempre e succede anche tutti i giorni!
Eppure il mio ragazzo non lo ammetterà mai.
Mi dice che almeno lui non pensa solo al sesso!
Non capisce che "pensare solo al sesso" è diverso da "desiderare la propria ragazza" ma lui non lo capisce.

Questo post non voleva essere un capo di accusa nei confronti del mio PERFETTO ragazzo, ma una riflessione su di me.
Cerco nel cibo quello che cerco nei soldi e quello che cerco nel sesso, e che non ho ancora capito cosa sia.
Voglio disperatamente sentirmi desiderata e mi sono accorta che è per questo che mi sono fissata con ragazzo senza nome, che in realtà si chiama Giacomo: perché in lui vorrei trovare l'approvazione che non ricevo dal mio ragazzo.
Mi rendo conto che è vitale questo, per me. Non a caso soffro incredibilmente questa mancanza del mio ragazzo, quanto quella dei miei genitori, del loro affetto, che continuo a cercare di colmare con il cibo ma che è tanto profonda da essere inguaribile.

Scusate il post infinito, avevo giurato che sarei stata breve, non so se lo leggerete mai; nel caso, voi, cosa ne pensate? Quanto vi ritrovate nella mia descrizione? Anche i vostri ragazzi sono così? Sopravvaluto l'uomo? Chiedo troppo?



venerdì 1 gennaio 2016

Tornata un po'


Mi tremano le mani.
Mi tremano fortissimo, e questo solo perché vorrei tanto scrivere ma so che non servirà a niente perché non dirò mai quello che voglio dire.
Eppure leggo i vostri post e mi dico “Ecco! Sì, esatto, questo avrei voluto dire anche io! Può darsi che anche io lo pensi, come lo esprime bene!”
Ed è talmente frustrante.
Sono sconclusionata: questo mese caratterizzato dalla psicologa, dalla inutilità delle sedute, dalle mie contraddizioni, dall’amore per la filosofia, dall’esame, dall’amarezza, dal cibo.
Una nullità di cose che spaventa.
Eppure vorrei dire altro, in questo momento. Non so cosa vorrei dire di preciso ma più scrivo più mi rendo conto che non è questo.
Non voglio raccontarvi della psicologa e del fatto che ho deciso di smettere di andarci (dopo 2 sedute, un record!), non voglio raccontarvi dei miei genitori sempre peggio, dei pianti, delle abbuffate, del peso che aumenta e che supero i 70 kg, sento che non voglio dirvi questo per prima cosa perché non può fregarvene niente, come è normale che sia, e poi perché no, non è questo che tra persone ci si deve dire. Di se stessi, del proprio enorme Ego, spaventoso ingombrante ego.
Io, io, io, io. Eppure ho aperto un blog per soddisfare e placare questo vergognoso bisogno di ME STESSA, e di me stessa che leggano gli altri.
Sto diventando pazza, non scrivo più niente, mi serve qualcosa attraverso cui esprimermi altrimenti sento che potrei implodere ma non trovo niente, nessun mezzo, nemmeno queste stupide parole.
Scrivo sempre peggio come potete vedere, mi sto perdendo, quasi non mi importa del cibo, mi abbuffo per inerzia, provo dolore ma non me ne occupo, guarire non ha alcun senso, i propositi non hanno alcun senso e sento che la filosofia sta facendo tanto, tantissimo, mi sta divorando piacevolmente.
Sono sempre più folle dietro questa materia, ho una specie di pazzo entusiasmo verso questa disciplina così profonda, immensa, abissale.
E mi sento sempre più piccola, minuscola, e nonostante io sia l’emblema della enormità mi sento infinitamente piccola.
Più studio follemente più mi accorgo di essere stupida, più mi rendo conto di giustificare in ogni modo questa mia stupidità con quelle scuse che usano gli altri “Mah sì, quanti problemi questi filosofi!”, “Un po’ di stupidità ci vuole, non fa mai male”
E mi vergogno di pensare queste cose per tappare quel foro profondissimo che è la mia ignoranza, la mia inconsapevolezza.
E più studio più mi rendo conto che non esiste giustificazione per l’ignoranza in chi si può informare, ed io sono tra questi – ignoranti che non si informano.
Più studio più mi rendo conto di quanto poco io usi il cervello, e guardo la mia vita e le cose materiali a cui mi aggrappo e mi ripeto che sono così sprecata, che è tutto così sprecato!
E lotto per non scadere nella presunzione – una dura battaglia.
Taccio e studio, e mi appassiono, e mi innamoro.
Cerco di essere critica, ma non riesco a non innamorarmi ogni giorno.
Sento con disprezzo di aver trovato la mia strada, il pane per i miei denti scadenti, e dico con disprezzo perché sono ancora tentata dal voler essere quella ragazza disperata che scrive “Oh, tutti trovano la propria strada ed io, povera me, non so cosa fare, non sono portata per niente, oh, povera me!”
Mi dispiace non poterlo fare.
Mi dispiace ammettere che sì, sono portata maledettamente per la filosofia non perché io sia più brava di altri, anzi; ma perché io la amo, me ne interesso, me ne curo.
Pure mi sono innamorata di Kant che odiavo che non l’ho mai capito, e che ora invece mi si apre davanti come un Essere Umano, come un ventaglio, come un uomo ricco davanti a cui inchinarmi … e giuro che più studio filosofia, più mi rendo conto di dove la mente umana può arrivare, più mi disgusta aprire Facebook e leggere frasi così stupide sotto foto talmente inappropriate, e più apro gli occhi e mi rendo conto che ci VOGLIONO ignoranti, che la filosofia è la cosa più inutile che esista al mondo ma che apre un mondo, un mondo diverso, un mondo in cui NON E’ CONCESSO ESSERE STUPIDI, non è un obbligo!
E spero di non venire fraintesa poiché non intendo affatto dire che sia meglio di altro, che sia più importante, che sia più degna, anzi, ma che ci sono persone come me, così conformi, così banali, così povere, così appiccicate all’apparenza che ne hanno bisogno per aprire gli occhi.
Mi rendo conto che quello che io sto iniziando a comprendere molti lo sanno anche senza studiare queste puttanate, ma sento che io sono portata per questo, è un dono immenso.
E non smetterei mai di parlarne come di un figlio appena nato, come di un fidanzato fedele e paziente, come di un amico, non smetterei mai di essere umana in modi diversi e non si tratta di essere triste.

Non so se era quello che volevo dire ma ho bisogno di capire ancora tante cose per poter dire qualcosa davvero.

venerdì 20 novembre 2015

Capisco come, ma non capisco PERCHE'.

Ciao ragazze.
Vi prometto che tornerò a commentarvi tutte, appena farò ordine nella mia testa un momento.
Io sono quella dei propositi, no?
Mi avete lasciato dei commenti bellissimi, ed io voglio dedicare ad ognuno l'attenzione che si merita, almeno un po'. Siete meravigliose.
Sinceramente non speravo che qualcuno avrebbe commentato, invece siete sempre presenti e questo è l'unico posto in cui sento di poter parlare.

La situazione sta diventando insostenibile ed io credo di non poter fare niente se non scrivere. Non so se lo faccio per chiedervi un parere, per sapere cosa voi ne pensiate, oppure semplicemente per egocentrismo.
Per prima cosa, la dottoressa ha disdetto l'incontro (per chi non lo sapesse, avevo finalmente preso appuntamento in un centro per disturbi alimentari): sembra destino.
Doveva partire urgentemente per problemi di famiglia, ha detto che si farà risentire.

Intanto io a casa mia sento un odio stratosferico nei miei confronti che sta sospeso tra me e quelli che chiamo i miei genitori.
Non so più chi siano.
Ieri poi è successa una cosa che non succedeva da tempo: ho pianto tantissimo.
Non che io non pianga, certo, ho pianto anche recentemente come vi dicevo nello scorso post; però questa volta ho pianto per i miei genitori.
Perché ho sentito da parte loro con violenza un odio profondo nei miei confronti, e non ho capito niente.

In questi ultimi tempi sto provando a comportarmi bene con loro: l'altra sera mia mamma aveva mal di schiena ed io le ho fatto un massaggio, provo a raccontare ai miei dell'università a cena, provo a sorridere, a trascorrere più tempo la sera con loro, magari guardando un film, e vi assicuro che lo faccio contro ogni propensione a mandarli a fare in culo per tutto quello che mi stanno facendo e mi hanno fatto; ho provato a fermarmi ed a pensare che forse il problema potevo essere io, che il fatto che non si amassero più derivasse da me sempre così scostante, così lontana, silenziosa, sofferente.
Così ho deciso di provare a comportarmi da adulta, e sono giorni che tutte le sere a cena parlo dei professori, delle lezioni, ho fatto anche un foglio a mia mamma con gli orari dell'università così magari, ho pensato, è più tranquilla, si fida quando le dico che torno alle tre perché ho lezione fino alle 14, insomma ho provato un po' a collaborare.
Di solito tra me e mia sorella lei è quella "ribelle", che va male a scuola, io sono sempre stata la figlia modello, in qualche modo, quella dei voti impeccabili a scuola, quella che studia senza che nessuno glielo dica, di cui lamentarsi del 7 in pagella, quella che però non parla mai, risponde poco, nasconde l'odio.
Ho provato a parlare di più, ho pensato che mio padre non mi calcolasse per colpa mia, perché io non glielo consentivo, così ho provato a fargli ascoltare una registrazione di una lezione di filosofia morale ed anche se dopo cinque minuti si è alzato e se n'è andato perché si annoiava io l'ho considerata una piccola vittoria, un passo avanti.

E poi ieri sera.

Stavamo cenando, io raccontavo della mia università, mia mamma raccontava dei colloqui avuti a scuola da mia sorella con i professori, tra cui un mio ex professore perché io e mia sorella abbiamo frequentato la stessa scuola.
Così mia mamma racconta serenamente, ridiamo, mi sembra di fingere bene, mi sembra di fare uno sforzo per guadagnarmi un po' di amore, un po' di qualcosa... poi mia mamma inizia un po' a prendere in giro questo mio professore del liceo, e tutti siamo d'accordo, ne ridiamo, io anche ne parlo male e ridiamo anche di questo, poi sparecchiamo ed io mi preparo per andare in Oratorio a fare una riunione, mentre mia sorella rimane a casa.
Prima di uscire, visto che un neo mi fa male da un po' di giorni, dico a mia mamma di chiamare il medico, lei mi da un bacino, mi dice di stare tranquilla che lo chiama lei ed a me sembra quasi per un secondo che mi voglia bene, che sia sincera, provo a dimenticare come si comporta di solito, ad assumermi le mie responsabilità di figlia, provo ad andarle incontro.
Non sono la Santa della situazione, sia chiaro; solo credevo davvero di essere parte dei problemi dei miei genitori: che mia mamma mi spiasse perché mi chiudo troppo in me stessa, che mio padre non mi calcolasse perché non racconto mai niente di me a casa, insomma ho provato, se pur da pochi giorni, a cambiare qualcosa di me.

Arrivo in oratorio e non faccio due passi che mia sorella mia chiama al cellulare.
Le rispondo e la sento incredula e affannata che mi chiede se ho un minuto perché mi deve raccontare una cosa assurda.
Così parliamo e lei mi dice che appena io sono uscita di casa lei è salita in camera sua ma fermandosi sulle scale perché internet prendeva bene.
I miei credevano che lei se ne fosse andata in camera, non sapevano che fosse rimasta sulle scale, così ha sentito mia mamma che diceva a mio papà: "Non dare retta a quella. Hai sentito come parla del suo professore? Non darle corda quando parla così.
E' una cafona. Una cafona.
Ma io l'ho detto al professore ai colloqui: io a Cecilia l'educazione l'ho insegnata, poi lei ha scelto di non applicarla.
L'ho detto al professore: è soltanto una cafona.
Crede di essere diventata grande ma è solo una bambina piena di sé."
Mentre mia sorella parlava io piangevo. Mi riferiva queste parole di cui ognuna era un pugnalata feroce, un cazzo di colpo alle spalle, una mossa sleale.
Le lacrime cadevano e non riuscivo a fermarle, come non mi capitava da secoli.
Sentivo quel nodo in gola, quella specie di nodo che strozza, che non fa respirare, e tutto perché volevo piangere.
Tutto perché non capivo. Per la prima volta io non capisco.
Per quanto mi sforzi queste parole mi sono più incomprensibili di quelle di Kant, non riesco a decifrarle.
Mi suonano in testa, e non sono per nulla arrabbiata con mia mamma.
Solo mi chiedo perché.
A cena non avevamo litigato, stavamo ridendo, stavamo prendendo in giro questo professore che è un po' bipolare, mia mamma per prima!
Mentre invece ad uno stupido colloquio un'ora prima era con lui che sputtanava me.
Gli ha detto che sono una cafona, che non ho educazione, cosa gli ha detto? Che io parlo male di lui?
Io capisco come. MA NON CAPISCO PERCHE'! E per quanto io continui a sforzarmi di trovare una ragione per la quale mia mamma avrebbe dovuto dire quelle cose a mio padre dopo avermi dato un bacio e tranquillizzata per questo neo dolorante non ce la faccio, non la trovo! Solo vuoto, solo incomprensione, solo domande che risuonano "perché!"... Dopo aver riso a tavola con me!
Non riesco a capire!
E non capisco che cos'ho di sbagliato!
Perché continuo a fare la lista delle cose che faccio: non ho mai dato problemi a scuola, sono l'unica della mia classe ad essere uscita con un merdoso 95 dalla maturità studiando diligentemente come una brava bambina, vado all'università, non salto UNA LEZIONE, nemmeno una, fino alle 18 di sera o fino alle 14 e quando arrivo a casa studio, non guardo nemmeno la televisione, per vedere il mio ragazzo studio con lui sul tavolo in cucina, nemmeno mi chiudo in camera da sola a cazzeggiare, aiuto a cucinare, ultimamente racconto anche di quello che faccio a lezione, guardo i film con loro la sera sul divano per fare loro compagnia, non esco la sera perché non mi fanno uscire e comunque non lo farei, il sabato sera sono a casa alle 23.30 come mi dicono, e non dico che tutto ciò mi renda inattaccabile ma vorrei soltanto capire DOVE SBAGLIO!
E perché, perché mi sono meritata quelle parole!
E perché mia madre continua ad odiarmi, a parlare male di me alle mie spalle come fossi la sua amichetta del liceo e non sua figlia, che dovrebbe amare (oppure no?)!
Forse mi sbaglio, forse l'ho sempre negato con una profonda e finta indifferenza soffocando tutto nel cibo schifoso in chili di cibo ma io VOGLIO UN PO' DI AMORE!
E qui, in questa casa, c'è solo merda! Perché di tutto, di tutto infine io sono una cafona! E tutto si può ora riassumere così! E mia madre lo dice anche al mio professore del liceo, perché lei i suoi figli non li difende davanti ai professori, li sputtana!

Perché mia madre è falsa?  O meglio: può essere falsa una madre? Può sparlare dietro una figlia come fosse la prima della classe al liceo con cui è in competizione per un voto? E può mettersi i miei vestiti, frugare nei miei armadi, leggere i miei diari?
E porca puttana!, sto piangendo anche adesso mentre scrivo e dopo essermi abbuffata di nuovo!
Perché da lunedì io passerò al digiuno, perché non ho mai provato una voglia così forte e prepotente di sparire, sparire, sparire!
Per essere invisibile, per non sopportare questo odio, questo termine che mi rimbomba in testa "cafona!" "bambina piena di sé!"
Tutto mi risuona maledettamente in testa!

Ed io mi sento un rottame, ho la testa bassa, sorrido a mia mamma come se non sapessi quello che mi ha detto alle spalle appena sono andata via, senza motivo, senza motivo, senza motivo... e sono incazzata perché mi fa male!
Perché abbuffarmi non è servito a un cazzo, se non a farmi diventare la faccia rossa e gonfia!
Perché sto male lo stesso!
Perché non voglio mangiare più.
Voglio capire perché non merito amore, e mi sento davvero una bambina piena di sé, una bambina.
Forse hai ragione, mamma. Ed è per questo che sto così male: perché tu hai ragione. E qualsiasi cosa io faccia, che prenda 30 a tutti gli esami, che studio 26 ore o che esca a bere con gli amici come fanno le persone della mia età, che io ti chiami troia come dovrei fare o che ti faccia il massaggio alla schiena e ti appenda i miei orari alla porta per aiutarti a controllarmi meglio, sarò sempre una cafona ed una bambina.
Di merda. E non posso fare niente.
Se non dimagrire.
NON C'E' NIENTE CHE IO POSSA FARE.

domenica 8 novembre 2015

Appare così, ma non è così.



Un mese che non scrivo, non commento, non leggo.

Inutile dire che non ho novità convincenti per nessuno, inutile dirvi che scrivo un po' per me stessa anche perché non sapete quanto sinceramente io mi vergogni di scrivere quello che sto per scrivere.

Però non so: forse più per un gesto di onestà, uno dei pochi di questo ultimo mese, sento di dover scrivere.

Ci ho riflettuto tanto e poi ho deciso di mettere nero su bianco quello che avrei dovuto ammettere ed accettare fin dal primo giorno.

Vederlo sulla pagina, spiattellarlo a persone che non conosco, mi fa come provare un senso di giustizia.

Non so proprio da dove cominciare.

Comincerò con il dirvi che filosofia mi piace sempre di più: sembra un altro mondo, è impressionante quante cose si possano studiare: addirittura stiamo leggendo la “Critica della ragion pratica” di Kant e mi piace! Ascolto le lezioni incantata e vi assicuro che non sono mai stata così entusiasta di qualcosa.

(Se qualcuna di voi dovesse essere indecisa o combattuta come lo ero io quando avrei voluto qualcuno che mi dicesse “Sì, fallo!”, io dico: Sì, FALLO!).

Le lezioni sono fino alle 18 ed io prendo il treno stremata, lo aspetto seduta per terra, vivo sui mezzi pubblici, torno a casa stanca eppure trovo la forza di aprire uno dei libri e studiacchiare qualcosa.

Sono immensamente più rilassata che al liceo e studio paradossalmente di più.

Non sono sicura che gli esami andranno bene ma, sembra assurdo, non mi interessa.

Potrei prendere una sfilza di 18: l’unica cosa che non mi perdonerei sarebbe non sapere.

Invece io voglio sapere, io mi interesso, scavo, collego, approfondisco, riassumo, scrivo.

Premetto che non ho conosciuto nessuno, zero, nemmeno una persona, nemmeno un amico, nemmeno uno con cui scambiare due parole durante il giorno: pranzo da sola, studio da sola, giro da sola, sto sola fino alle 18 tutti i giorni. Ho scoperto e confermato il mio essere profondamente asociale, il mio voler essere così: non sopporto più le persone. Non ho voglia di nessuno con cui parlare per finta, con cui costruire un’identità, con cui essere diversa da qualcosa che non sono, con cui esistere per forza.

 

Ebbene qui arriva la parte più difficile da spiegare, ma ci voglio provare.

 

Questo entusiasmo non è puro.

Non riuscirei a definirlo altrimenti.

 

Un giorno alla lezione di filosofia teoretica mi si è seduto accanto un ragazzo: altissimo, i capelli biondo scuro, magro, dall’aria presuntuosa e silenziosa.

Siamo stati seduti l’uno accanto all’altra per due ore, senza scambiarci nemmeno una parola, come normale. Ridendo dentro di me ho pensato che fosse bellissimo, ma niente di più.

Poi sono passati dieci giorni vuoti, in cui io come al solito studiavo, pranzavo da sola, giravo da sola, prendevo il pullman da sola.

Dopo undici giorni, mi è tornato in mente.

Come se mi fossi all’improvviso ricordata che questo ragazzo esisteva: così è diventato un’ossessione.

Non so proprio come io possa scriverlo qui, a voi, però come vi ho detto questo è un moto di onestà anche se tremo all’idea di quello che potrete pensare.

Ho iniziato a fissarlo in modo ossessivo tutti i giorni, a cercarlo con gli occhi, a studiarlo, a scrivere l’ora in cui arriva a lezione, il posto dove si siede e, quando l’ho scoperto, ho iniziato a sedermi sempre una fila sotto di lui.

L’ho fissato così intensamente per un mese intero, tutti i giorni, che lui se n’è accorto ed ha iniziato a ricambiare qualche sguardo con un altrettanto sguardo ma, nel suo caso, pesantemente infastidito.

La cosa tragica è che più lui mi guarda con disapprovazione, più io continuo a fissarlo e non distolgo lo sguardo neppure quando lui inizia a fissarmi di rimando con gli occhi che mi rimproverano.

Forse non è così, forse nemmeno se n’è accorto; fatto sta che per giorni ho pianto per lui, per giorni l’ho seguito nella pausa pranzo fino ad una via che imbocca sempre e nella quale io non ho ancora avuto il coraggio di seguirlo.

So che raccontarlo lo distrugge, ma questo avvenimento mi sta segnando e non so come descriverlo senza farlo sembrare stupido.

Per giorni ho praticamente smesso di sentire la fame perché pensavo a lui, e per tutti gli altri ho iniziato ad abbuffarmi per sentire qualcosa di diverso dalla profonda attrazione per lui.

Ne ho parlato al mio ragazzo, ho pensato quasi di lasciarlo, abbiamo pianto tanti giorni anche se lui è stato comprensivo (il mio ragazzo non è per niente geloso: chissà perché le persone che mi stanno accanto non lo sono mai!) e mi ha detto che la cosa che vuole più di tutte è che io sia felice e che se credo che ci sia qualcosa in quel ragazzo io devo seguire quello che sento.

A me invece sembra di essere tornata alle scuole medie, solo che adesso al posto del ragazzetto carino che guardo incantata c’è un oggetto REALE: mi sembra davvero l’unico ragazzo in quell’aula piena ad avere consistenza.

È davvero la cosa più bella che io abbia mai visto, e la più vera. So che ne ho parlato velocemente e con fare un po’ distratto, ma lui è bello da togliere il fiato.

Prima che entri lui le duecento persone che mi circondano sono zero, non sono niente; appena lui arriva l’aula si riempie, a me si ferma il cuore e smetto di respirare: credevo fossero cose che succedessero solo nei cartoni animati e nei film, ma io sento seriamente il cuore che si ferma e non riesco a respirare.

Lo guardo e non riesco a smettere di farlo finché lui non si va a sedere e poi continuo ignorando la sua amica che mi fissa irritata e quelli di fianco a me che cercano di capire dove io guardi per tutte le due ore di lezione.

Vi ho detto che studio molto più che al liceo: non è solo la passione per quello che studio a guidarmi: in realtà studio come una matta per non restare indietro con gli esami e non perdere lui, e già mi sento persa perché ho il terrore che lui seguirà corsi diversi dai miei.

Non so assolutamente il suo nome e vi assicuro che in 3 anni di relazione felice e piena con il mio ragazzo non mi era MAI, MAI capitata una cosa del genere.

Non ho avuto mai occhi per nessuno all’infuori del mio ragazzo, io lo amo tantissimo, eppure adesso giuro che è la situazione più dolorosa e irrazionale che io abbia mai dovuto affrontare.

Non ho pensato al cibo per settimane, non mi interessava nemmeno di abbuffarmi, era una cosa meccanica a cui non davo importanza perché pensavo a lui, lui, lui, lui.

Adesso sono a casa fino a mercoledì per una finestra esami e non so come io stia riuscendo a gestire la voglia che ho di vederlo.

Trascorro i pomeriggi sui libri a piangere perché la situazione è questa:

-ho trovato qualcosa di reale finalmente.

-questa persona è reale perché io non posso raggiungerla, conoscerla, averla.

-il non poter averla, raggiungerla, conoscerla mi fa stare come un cane e rende tutto il resto un penoso sfondo.

-se voglio che rimanga reale non devo raggiungerla, conoscerla, averla.

Sembra abbastanza tragica descritta così.

Io sono consapevole che questa situazione è malata, sono anche convinta che il mio abbuffarmi continuo di queste settimane (ho raggiunto e superato i 70 chili! Andiamo!!) non sia affatto indipendente e distante da tutto ciò, e so che anche questo ragazzo da cui sono attratta ed ossessionata rappresenta niente meno che (rullo di tamburi!) un tentativo di evasione dalla mia vita, l’ennesimo.

Visto che probabilmente questa storia di abbuffarmi e sognare la magrezza per colmare i vuoti stava annoiando me, il mio corpo e la mia mente, abbiamo tutti e tre focalizzato la nostra attenzione su qualcosa di altrettanto irraggiungibile: il ragazzo senza nome e bellissimo.

Inoltre continuo a farmi influenzare dal fatto che ha scelto filosofia e che deve avere un sacco di cose in comune con me, deve essere un ragazzo diverso, particolare … insomma un lavoro psicologico che ci sarebbe da divertirsi ad analizzarlo.

 

Anche perché ci ho provato da sola: ho provato ad immaginare che tutti questi meccanismi complicati di rimozione, sostituzione, spostamento dipendessero dalla situazione che sto vivendo e che voglio prendermi la briga di raccontarvi brevemente.

-Mia madre mi ha confessato che va da una psicologa (mentre non vuole assolutamente e mai ha voluto mandarci me.)

-che lei e mio padre vanno abitualmente a parlare con un prete che secondo me è più un esorcista perché mio padre sta diventando violento e perde la pazienza ogni momento, oltre al fatto che non ci ama come vi avevo accennato (sì, continua a dire che io e mia sorella lo lasciamo profondamente indifferente e bla bla bla)

-e che loro due vogliono separarsi

Ed ho ottenuto da parte mia, analizzando queste cose, una fortissima apatia.

È come se qualcosa dentro di me mi impedisse di realizzare questa situazione familiare, come se

 

-le urla di mio padre quando butta la sedia per terra perché nell’insalata non c’è il sale o cose simili fossero un atto totalmente lontano da me e dalla mia vita;

-come se mia madre che mi svuota l’armadio ogni sera e mi legge i quaderni e poi mi manda le mie frasi sul telefono per messaggio non mi riuscissero a penetrare, non riuscissero a toccarmi:

 

ed io mangio e penso al ragazzo, io mangio e penso che devo smettere di mangiare, io rido e penso che ridere non è normale in queste circostanze, io piango e penso finalmente che è cosa buona e giusta ma piango per il ragazzo e dovrei piangere per altro ed intanto studio perché sono innamorata di ciò che studio, mi porta fuori da questo mondo che non mi riguarda e mi porta avanti con il programma per poter dare gli esami con ragazzo.

Non sono più in grado di amare il mio fidanzato perché l’amore nella mia famiglia non esiste più e quindi probabilmente qualcosa nel mio inconscio mi spinge a non voler amare più.
Vorrei soltanto cambiare vita, soltanto aver quel ragazzo per me, un’altra persona, altre frasi, altre situazioni, altri baci altro profumo.

Vi assicuro che vissuta è più triste di così.

E tra tutto volevo annunciarvi che ho preso appuntamento in quel centro di disturbi alimentari e l’ho preso quando l’altra sera ho vomitato come non succedeva da mesi e mesi e mi sono scoppiati i capillari negli occhi che si sono iniettati di sangue ed io odio il sangue e mi sono dovuta sedere perché mi sono sentita mancare ed ho seriamente, per la prima volta, avuto tanta paura.

Sento che se questo centro non dovesse aiutarmi le cose precipiterebbero tutte insieme in un buco nero qualsiasi.

Non dico di aver raggiunto il limite perché ogni volta lo dico ed ogni volta invece l’asticella si alza.

domenica 4 ottobre 2015

Il mio ragazzo mi ha tradita.


Sono giorni che va male. Ho bisogno di scrivere per riordinarmi le idee, se di idee stiamo parlando.
Dovrei dire riordinare quello che sento e che succede attorno a me, a cui io non partecipo.
Il primo punto è l’università: mi piace tantissimo. Sebbene io non faccia niente se non guardare una persona che mi somiglia tanto seduta nel cinema ad ascoltare una bella lezione di filosofia morale, seguirla nel circolo dei lettori ad ascoltare quella di filosofia teoretica, sebbene io la veda partecipare attivamente a logica, prendere appunti di filosofia morale, ecco, sto bene. Sto bene mentre ascolta una lezione su Kant, mentre legge la Critica della ragion pratica e capisce poco ma si entusiasma perché i pezzi a poco a poco si uniscono. Questa persona che io seguo, che guardo, che osservo, è una studentessa entusiasta, brillante, critica e appassionata. A volte mi pare proprio di essere lei e mi dico che è bellissimo essere lei, ed è bello anche correre avanti e indietro per Torino cercando le diverse lezioni, perdere pullman, sbagliare posti; posso assicurarvi che in quei momenti io potrei essere felice.
Poi arriva un giorno, il mio ragazzo che amo tantissimo mi scrive che il suo esame di microbiologia si spalma su due giornate, e mi dice “Il mio nome dovrebbe uscire venerdi, ma io vado per sicurezza giovedì.”.
Quello stesso ragazzo giovedì mattina si sveglia, mi scrive che sta andando all’università a sentire gli altri che danno l’esame e, sempre quel ragazzo, mi chiama verso le due di pomeriggio, dopo circa sei ore che io aspetto con ansia, e mi dice con un tono di voce entusiasta, tranquillo e nello stesso tempo soddisfatto: “Amore, indovina? Credevo seguissero l’ordine alfabetico, ma ad un certo punto invece hanno estratto una lettera a caso e indovina? È uscita la mia! Così sono passato!! Ho preso 28!”
Io sono in estasi, dopo tutto quel tempo che aspetto, non mi sembrava vero!
Mi raggiunge a casa mia, facciamo l’amore perché io sono tanto contenta e poi passiamo tutta la giornata insieme, ceniamo insieme, ridiamo, guardiamo film fino alle due di notte, poi lui rimane a dormire da me perché i miei sono partiti per Lisbona e abbiamo una sola notte prima che arrivi mia nonna dalla Campania a controllare, ci svegliamo insieme, usciamo, lui mi racconta il suo esame in dettaglio, io rido, lo bacio, sono fiera di lui, sono veramente felice!
Poi quella persona, quel ragazzo, non è più QUEL ragazzo, è un’altra persona.
Perché la domenica poi litighiamo per motivi un po’ stupidi e lui ad un certo punto così, senza preavviso, senza che io glielo avessi chiesto, inizia a piangere.
Mi sale in cuore in gola, e piangendo mi dice “Ti devo dire una cosa.”
Lo guardo spalancando gli occhi, stavo per vomitare, lui urlava e piangeva e mi abbracciava e mi diceva “Non volevo mentirti”.
Il mio cuore batteva fortissimo ed anche quella non ero io, non ero più la persona del giorno prima, nemmeno quella entusiasta del pullman e di filosofia teoretica, ero una persona che voleva vomitare e non sapeva cosa dire.
“mi hai tradita?”
Gli ho chiesto.
E quel ragazzo che in quel momento non era il mio, che forse io non avevo conosciuto mai nella mia vita mi ha risposto “Si. Non ho dato nessun esame. Non mi sentivo pronto, volevo chiamarti la sera prima e dirti che non lo avrei dato ma poi ho pensato a come saresti rimasta delusa, ho pensato al tuo viso deluso, ho pensato..”
Il mondo mi è crollato addosso pezzo per pezzo, non credo di essere stata mai così male.
Non sapevo piangere, non sapevo parlare, non sapevo pensare, solo ho detto “E giovedi mattina sei venuto qui a torino e sei stato sei ore in giro, dalle otto di mattina, senza dare nessun esame? La tua chiamata era finta?”
Lui ha risposto di sì ed io mi sono sentita mancare.
La sera mi sono chiusa in camera ed ho pianto come mai in vita mia, ho pensato di avere qualcosa di molto sbagliato se il mio ragazzo non se la sentiva di dirmi che non avrebbe dato l’esame, ho pensato di essere una persona brutta, schifosa da non farlo sentire a suo agio, mi sono sentita sua mamma, il suo divano, la sua macchina, un oggetto che non aveva nulla a che fare con lui.
Ho persino pensato come avessi potuto fargli capire che per rendermi felice avrebbe dovuto prendere 28 a quell’esame.
Le cose che mi rendono felici sono il suo sorriso, il suo profumo, le sue mani, non i suoi voti, non i suoi esami.
Eppure lui lo ha pensato.

Ma no, non era nemmeno questo a rendermi così profondamente infelice.
La realtà è che lui mi ha mentito, mi ha raccontato di un esame dettagliato, ridendo del professore che lo interrogava, lui mi ha chiamata ed io non ho capito la sua voce bugiarda, e mentre facevamo l’amore non ho sentito nessun odore di menzogna sul suo corpo, non ho visto il rimorso nei suoi occhi, lui non era più lui: era un bugiardo.
Ed io per giorni interi non solo non l’ho capito, ma l’ho abbracciato, ho riso mentre lui mi prendeva per il culo, mi mentiva, l’ho toccato, gli ho stropicciato i capelli, ho dormito con una bugia e non me ne sono accorta.
In quel momento lui era una menzogna, non era più il ragazzo che io conoscevo, in quel momento io avevo avuto fiducia in lui invece lui era capace di mentire.

Mi sfuggiva, non era più mio ma della sua bugia.

Ho pensato di lasciarlo.
Siamo usciti e abbiamo parlato ed io ero sicura di lasciarlo ma poi ho pensato che sono innamorata e me lo sono ricordata e mi sono ricordata del confine tra bugia e verità e ho deciso che non mi importava che lui fosse così bravo a dirmi le bugie: non è la verità che cerco, evidentemente.
Non è nemmeno il rispetto, forse nemmeno la conoscenza che cerco in lui, in noi.
Non riesco a fidarmi più di lui, ogni volta che racconta qualcosa io so che sta mentendo, lo sento perché vedo la sua faccia e la faccia di quando mi scopava e penso che sono uguali, due facce uguali.
Però io lo amo lo stesso.
Non mi interessa nemmeno sapere se sta mentendo, se se ne sbatte altre mille oltre me: io lo amo ma non c’è una spiegazione per quello che provo.
Ho fissato quest’altra realtà, l’ho incasellata e si chiama “ragazzo bugiardo”.


E poi oggi mia sorella mi dice un’altra cosa – motivo per cui ho deciso finalmente di scrivere.
Mia mamma è entrata in camera di mia sorella piangendo poche sere fa.
Le ha raccontato che mio papà si è inginocchiato a lei piangendo, una mattina, e le ha detto che il lavoro lo stressa, lo sta distruggendo; poi hanno parlato e le ha detto che non la ama più e che non ama nemmeno noi, me e mia sorella. Non prova niente per lei e per noi due.
Mia mamma ha anche raccontato che sono mesi che lei e mio padre vanno da dottori e psicologi per cercare di risolvere questa depressione di mio padre e quello che tra loro non c’è, ma non serve a nulla.
Mio padre non ha mai parlato con me e mie sorella, non sa nemmeno dove siamo andate a scuola, non è mai venuto ad una recita ed ora ha detto che non ci ama e non sente istinto paterno, piangendo lo ha detto.
Non mi ha fatto nessun tipo di effetto, ho solo pensato “Che persone di merda, tutti e due”.
E mi sono chiesta perché se mia mamma è così sola e disperata fruga nei nostri armadi, ci legge i diari e perché l’altro giorno ho trovato in cucina un foglio che era tra le mie agende private, un foglio in cui alle superiori, durante una lezione, avevo raccontato alla mia vicina di banco le cose più intime di me e del mio ragazzo.
Mi sono chiesta che ci facesse in cucina e come ci fosse arrivato da solo dalla mia stanza, dalle mie agende così intime e private, così personali in cui mia mamma fruga senza curarsi di rimettere le cose a posto.
Questi episodi capitano talmente spesso che l’unica cosa che faccio è prendere i vari fogli con i vari cazzi miei e rimetterli a posto in camera, per poi trovare altre cose nella stanza di mia mamma, cose mie, diari aperti di quando andavo alle medie, e vestiti miei che ora mette lei.
L’altro giorno questa cara e povera mamma non credeva che fossi all’università, mentre le avevo detto che esco alle 18 e quindi sono a casa per le 19.
Alle 18.30 mia sorella mi chiama mentre ero sul treno piangendo e dicendo che mia mamma era impazzita, che non credeva che io fossi all’università, che la accusava di essere mia complice e non volerle dire dove ero.
Poi, visto che io e mia sorella ci eravamo accordate per uscire insieme e comprare dei biscotti appena fossi tornata, mia mamma le ha detto di fregarsene di me e andare da sola, e l’ha mandata fuori tanto che quando sono arrivata ho dovuto raggiungere mia sorella al mini market a piedi da sola.
Queste cose non mi riguardano, è una vita che non conosco perché la vita che conosco è quella di quando ero bambina e desideravo tanto avere un cellulare come tutte le mie amiche, e quello era il grande problema della mia vita.
Tutta questa famiglia e questo ragazzo che mi mentono, non mi amano, mi prendono in giro non fanno parte di me, e nemmeno quel professore così coinvolgente che spiega Sant’Agostino.
Meccanicamente piango perché volevo una persona sincera accanto, almeno una diversa da mio padre e mia madre, ma non ce l’ho perché ora il mio ragazzo non ha più etichetta “sincero”.
Meccanicamente mi accorgo che lo amo lo stesso e che anche se è da settimane che non provo nessun desiderio di fare l’amore con lui e che nonostante ciò lo faccio e lo assecondo io voglio continuare ad averlo accanto.
Anche se ora lui si arrabbia molto spesso, anche se ieri sera visto che stavo male come al solito ha preso la sua roba e se n’è andato a casa senza salutarmi.
Mi sono disperata così tanto che non mi disturba quasi più che mia mamma frughi nella mia roba e mi butti le lettere delle amiche e del mio ragazzo, nemmeno mi fa diventare matta il fatto che mi abbia nascosto l’agenda del periodo anoressia-ricovero che mi piacerebbe rileggere in questo momento, per sapere chi ero a 47 kg e cosa pensavo, no, non importa.
Tutto questo mi lascia impassibile anche se probabilmente non è così, visto che ho ripreso ad abbuffarmi dopo essere finalmente arrivata a 66.
Mi abbuffo di continuo ma non importa, non piango, non soffro, non capisco, non realizzo che i miei vogliono divorziare ma non lo fanno, non mi rende triste il fatto che mio papà abbia detto che non ama più nessuno, non prova istinto paterno, solo mi fa venire una gran voglia di mangiare.

E lo faccio.
E quel ragazzo di cui vi parlavo, che ora è ragazzo bugiardo, lunedì vuole portarmi in un centro per disturbi alimentari che è gestito dal mio prete, e dove abbiamo prenotato perché lui non mi aveva detto che era gestito dal mio prete, altrimenti non ci sarei mai andata perché gli avevo esplicitamente detto che non volevo avere a che fare con il mio prete anche se fa lo psicologo. Ma lui non me lo ha detto, l’ho scoperto da sola, ma in fondo lui adesso è “ragazzo bugiardo” e deve comportarsi di conseguenza perché nel mondo funziona così, si è quel che si fa, ed io in quel centro ci vado perché abbiamo preso un appuntamento e perché voglio dimagrire.
Non mi preoccupa nemmeno il fatto che lui mi ci voglia portare perché è stufo di me che mi abbuffo e gli do problemi, mentre il suo unico problema è dirmi bugie e scappare via quando io sto male.
Tutto il resto mi lascia indifferente: questo trovo sia particolarmente tragico.