martedì 18 agosto 2015

La morte.


Questa mattina, alle sette, è morto un mio compagno delle scuole medie.
Incidente d’auto, 20 anni.
È morto di mattina presto, e mi è arrivata la notizia mentre ero al mare, dove non potevo scrivere niente. Ho avuto voglia di scrivere immediatamente, avevo così tante cose da dire, così tanti pensieri, tanto dolore..
Ho pensato subito ad un messaggio che mi ha mandato ieri una mia amica di penna, che vive qui ma che di persona ho conosciuto solo una volta, tantissimi anni fa.
Mi ha scritto un messaggio chiedendomi “Di che colore è, secondo te, la morte?” a cui io ho risposto che non lo sapevo, non ci avevo mai pensato.
Mi ha raccontato che, proprio ieri, è morta la mamma della sua migliore amica.
Così, quando oggi è morto il mio compagno delle scuole medie, sebbene io e lui non ci sopportassimo quasi per niente, sebbene avessimo soltanto suonato il violoncello insieme in qualche teatro, mi sono chiesta anche io di che colore potesse essere la morte.
Questi episodi di morte fanno posare il mio pensiero su un libro che ho letto tantissimi anni fa, “Cioccolata per due”, uno di quei romanzetti da spiaggia, che però mi ha colpita nel profondo.
Parla di una ragazza, una trentenne sposata da appena cinque anni con un ragazzo altrettanto giovane, morto improvvisamente una mattina.
Malattia, incidente, non ricordo; ricordo solo le sue sensazioni.
Lei raccontava che, il giorno del funerale, una baraonda di persone addolorate avevano riempito casa sua: persone disperate, persone che piangevano e la abbracciavano  e che lei, impassibile, non riusciva proprio a capire.
Cucinava, lavava, stirava, portava da mangiare alle persone che stavano nel suo soggiorno e continuavano a piangere, a porgerle condoglianze, ad emettere versi strazianti e straziati, ma non sentiva niente se non un’impazienza implacabile: quando sarebbe tornato suo marito? Era un sacco di tempo che era via, senza essersi fatto sentire, e nel suo soggiorno c’era quella gente a cui lei doveva dare conforto, a cui lei serviva da mangiare e a cui lei prometteva un sacco di cose che loro volevano sentirsi dire, del tipo “stai bene, mi raccomando” o “tira avanti” o ancora “Lui avrebbe voluto vederti felice”.
Lei non le capiva, quelle raccomandazioni.
Successe, raccontava lei nel libro, mesi, mesi e mesi dopo.
Successe che lo chiamava al cellulare, e lui non rispondeva. Successe che le scarpe che lui metteva sempre per andare al lavoro erano nello stesso angolo da mesi e si stavano impolverando; successe che nel letto, quando la notte si girava, lui non le era accanto.
Successe che lo chiamava in casa, distrattamente, in certi giorni, ma lui non rispondeva.
I suoi vestiti erano immacolati nell’armadio, il suo spazzolino nel bicchiere sul lavabo.
Ma nessuno usava più niente.
E, raccontava lei, nel momento in cui succedeva questo, usciva per la strada: la prendeva allora da dentro una tristezza folle, un dolore al cuore, allo stomaco, qualcosa che spingeva le lacrime e lei si ritrovava a piangere e a desiderare che qualcuno piangesse con lei, adesso, come tutti avevano pianto quel giorno in casa sua.. ma erano questi i momenti in cui si accorgeva con disperazione che il mondo era tornato a girare.
Che ADESSO, dopo mesi, quando lei si era accorta veramente che lui non c’era più, adesso, non c’erano più nemmeno gli altri, quelli che prima si disperavano.
Dove erano tutti?
Dove erano tutti adesso, quando il mondo si era fermato per lei, quando le cose avevano perso colore, forma, profumo, senso?
Avrebbe voluto abbracciare qualcuno ADESSO, ma ormai la quotidianità aveva assorbito anche quelle poche facce addolorate di tanti mesi prima.
Penso spesso a questo libro, quando muore qualcuno. Penso che a tutti dispiace, ma tra qualche mese a me, a voi, ai signori per strada non importerà semplicemente più nulla del mio compagno delle medie che è morto questa mattina, semplicemente perché è giusto così. I suoi genitori, invece, tra tanti mesi si continueranno a svegliarsi nel dolore perché nella sua stanza non ci sarà più nessuno, mentre io che oggi piango, la mia vecchia classe che si organizza in lacrime per partecipare al funerale, i miei zii e tutti i parenti che si commuovono perché era un ragazzo tanto giovane, non soffriremo più. Forse nemmeno ce lo ricorderemo.
Per questo penso a quello che succederà dopo, e soprattutto penso (mio malgrado) a cosa farei se dovesse capitare al mio ragazzo.
Io penso che tutti, tutti possiamo vivere senza qualcuno.
Solo diventa atroce farlo quando questo qualcuno muore. Perché, per quanto tu possa andare avanti senza di lui, vorresti comunque che continuasse ad esistere, da qualche parte, nel mondo.
Ecco perché io, anche se con il mio compagno delle scuole medie non ho più nessun tipo di rapporto, desidererei tanto che lui esistesse ancora, da qualche parte, nel mondo.



martedì 11 agosto 2015

Vietati commenti incoraggianti.

Situazione:
in Campania, con tutti i parenti ed il mio ragazzo.
Compleanno di mia mamma, pranzo: antipasti di mozzarella, patate, acciughe e provola in porzioni ridotte, lasagna in grande porzione, arrosto, insalata,
dolce, dolci dolci dolci.
La nostra Sybil, ovviamente, non ha assolutamente pensato di saltare qualche portata: sebbene i sensi di colpa la stessero divorando come mostri, lei ha perseverato in quello che sapeva essere solo il principio di qualcosa che sarebbe poi esploso tutto insieme, di colpo.

L'abbuffata.

No, ragazze, non preoccupatevi, niente pianti; andava avanti così da giorni. Da Parigi, quando ho mangiato le schifezze così allegramente prendendo tre chili (arrivando a 67 chili), non ho smesso un attimo di strafogarmi.
O meglio, se per voi mangiare yogurt e frutta a colazione, crackers e tonno al naturale a pranzo e poi sfondarsi di cibo (biscotti, brioches, latte e biscotti, panino melanzane e formaggino, savoiardi e poi cenare) è un'interruzione allora sì, può darsi che la cosa non sia avvenuta ininterrottamente.

Piacerebbe un sacco anche a me.

Mi sembrava passata una vita dall'ultima volta che mi ero sfondata di santa ragione. Ho voglia di abbuffarmi da quando mi sveglio la mattina a quando vado a dormire, periodo durante il quale sogno e fantastico sui digiuni che non farò e sulle tette piatte che non avrò.
O meglio, che penso bene di conquistarmi con l'abbuffata successiva.
Ebbene, tra otto giorni in teoria dovrei raggiungere amici in Sicilia, dove ci sarà anche la ragazza magrissima che mi palpava le tette sfottendomi perché ero ingrassata (lei prima aveva una sesta, quindi giustamente sono un ottimo bersaglio su cui sfogare le sue frustrazioni del passato), infatti in pratica credo proprio che non andrò.
Questo "appuntamento" mi sta mandando piuttosto in crisi, mi sta facendo mangiare come una fogna.

Vedete, ecco servito il capro espiatorio per potermi dare un alibi.

E, ovviamente, ogni giorno dopo essermi sfondata mi alzo, metto il costume e mi umilio pubblicamente al mare, sotto gli occhi viscidi dei vecchi che mirano le mie tette e quelli dolci ma ciechi del mio ragazzo che, ovviamente, è entusiasta del mio seno.

Ma non importa, non starò qui a dirvi quando io mi strugga per il seno che ho, non vi ripeterò quanto io vorrei uno, UN reggiseno carino soltanto, diverso da quelli bianchi e pendenti da nonna che mi ha regalato - guarda caso - proprio mia nonna, non starò qui a sentirvi dire che chiunque lo vorrebbe come me e bla bla bla.
Conosco un'amica che vorrebbe il culo grosso.
Io credo che se ce lo avesse sarebbe già a dieta.
Anche io preferirei il culo grosso. C'è chi se lo rifà.
Voi che dite?

Non importa.

Qui è tutto uno schifo, qui dentro, dentro di me.

"Raramente il cielo fa nascere insieme l'uomo che vuole
e l'uomo che può"

disse probabilmente qualcuno di molto simile a me; ed io, io, non posso.

Durante questa vacanza mi sono accorta molto tristemente che non riesco più a restringere, non riesco più a digiunare come facevo anche solo l'anno scorso: sembra che il mio corpo mi chieda cibo, sempre più cibo, e schifo, sempre più schifo, della serie come cazzo è possibile se peso venti chili più di tre anni fa, quando mangiavo la metà (ovviamente, dato che non mi abbuffavo ed ora mi abbuffo tutti i giorni).

Sono DISPERATA. Mangiare sano non mi fa dimagrire. Mangiare poco funziona per due giorni, e non mi fa dimagrire perché poi mi abbuffo.
Non mangiare funzionerebbe due ore, credo.
Non esistono più quei digiuni, quelle ore di pedalate, quei chili che se ne andavano, quella inconsapevolezza di cosa fosse un'abbuffata, quando, come a volte mi dice Kiki, anche io dicevo "se potessi mi abbufferei, ma poi non lo faccio perché razionalizzo!".
Come sono lontani quei tempi, e quante cose non sapevo.. non credevo si potesse mangiare così, così tanto, e non credevo che nessuno avrebbe capito, io ho sempre sperato che qualcuno invece ci sarebbe stato, come me, nel mio mondo. Invece tutti dicono di capire e le loro voci si confondono, si mescolano tutte insieme ma.. più passa il tempo più mi accorgo di essere sola, lentamente, di andare sempre più a fondo, verso l'incomprensione e a volte mi dico che se continuo così io non ci tornerò più, in superficie.

Più parlo con le persone a cui voglio bene più stanno guarendo ed io sono immensamente felice quanto immensamente sola; so che suona stupido ma a me piaceva parlare con persone che si abbuffa(va)no, percepivo tanta solidarietà, invece piano piano il binge sembra fortunatamente essere snobbato molto tranquillamente (da tutti, meno che da me. Ave, binge.). Adoro ricevere messaggi con su scritto che "ho deciso che la mia vita vale di più"
"non ho più il desiderio di magrezza di prima o, se ce l'ho, è per qualche secondo", "non mi abbuffo più", mi danno speranza, ma mi ricordano che mentre gli altri salgono, io scendo.

E arriverà un giorno in cui sarò così sotto, così nel profondo se non mi decido a fare qualcosa che non solo nessuno riuscirà più a vedermi, ma tutti mi calpesteranno.
Eppure continuo a mangiare, a divorare cose e non sento sazietà, non sento dolore alla pancia, non sto male, solo devo mangiare mangiare e mangiare perché sono stufa di fare sacrifici, mangiare sano, mangiare TROPPO e non vedere risultati se non chili in più; l'anno scorso in questo periodo ero 58 chili, e allora perché ora ne peso 67?
Cosa è successo?

Perché io non riesco a controllarmi, perché devo mangiare così tanto, e perché non riesco anche io a mangiare due pomodori con un cazzo di pezzetto di carne e convincermi che è tanto e che mangio tanto e che sono brava perché mangio tanto?
Perché io ho bisogno di strafogarmi?

Ovviamente in costume sono inguardabile. E mi chiedo come sia possibile passare da 47 chili a 67, mi chiedo come mai, mi chiedo chi, perché, mi chiedo DOVE?

Il bello, ragazze, è stato che a metà di questo fantomatico pranzo di compleanno erano tutti strapieni, mentre io.. ragazze, io! Io avrei sinceramente mangiato la teglia intera di lasagne e tutto l'arrosto, ma non ho potuto, ahimè, così  subito dopo ho finito il pacco intero di wafer al limone che aveva comprato il mio ragazzo e il pacco di cereali che mi ero comprata a colazione, una brioches, un dolce fatto da mia nonna e poi ho continuato fino a cena, in cui ho mangiato due freselle con olio e pomodoro, pane duro perché era finito ma io lo volevo, il pollo avanzato che nessuno voleva (sono anche una martire! Mi sacrifico per gli altri!) e tre fette di torta con la panna che odio, ma dovevo assolutamente mangiare.
Non una, ma ben tre!

IL problema più vero e profondo di tutto ciò è che domani è mercoledì, e quando ricomincio, secondo voi? Non c'è assolutamente motivo per ricominciare a metà settimana, come faccio?
E domani, come mi metto in costume?
Qual è il mio problema più grave?

Ho voglia di farmi un bel taglio con la lametta nuova nuova che ho comprato per i peli, ho voglia di farmelo sul braccio.
E non importa se andrò al mare. Le mie tette distoglieranno l'attenzione.
E spero vivamente di riuscire a morire, perché di uccidermi non ho voglia, come dice Sartre bisognerebbe compiere un gesto e creare dell'esistenza, creare le reazioni degli altri, lacrime di troppo, sangue di troppo.. vorrei semplicemente morire così, da un giorno all'altro.

Oppure dimagrire.
Stavo pensando di fare un voto, voi che dite?
Se Padre Pio mi fa perdere 20 chili gli organizzo una festa all'anno a casa mia, e siete tutte invitate, voi che dite?
Mia madre mi ha raccontato che un suo amico di gioventù lo ha fatto, non per dimagrire ma per una cosa meno importante tipo un tumore o cose così, Padre Pio lo ha esaudito ed ora lui gli organizza la festa.

Caro Padre Pio, se mi fai smettere di abbuffarmi e mi fai perdere 20 chili entro settembre io ti organizzo una festa all'anno, tutta per te.



lunedì 3 agosto 2015

IO NON MI PESO.

Sono tornata da Parigi oggi: siamo stati con il mio ragazzo cinque giorni in quella città magica, lontani dal caldo afoso di Torino e lontani dagli italiani e dalla gente che capisce quello che dici, sebbene superficialmente.
Inutile dire che sono stata BENE: mi sono accorta di quanto la mia famiglia influisca sulle mie giornate: i problemi dei miei, le urla, i loro litigi e mia mamma che nemmeno aspetta mio padre per cenare la sera, lui che arriva e abbiamo già finito, il suo disinteresse, lui che tratta male mia mamma … insomma, l’unica persona che mi è seriamente mancata è stata mia sorella.
Ho per la prima volta condiviso con il mio ragazzo la quotidianità, finalmente ho dormito insieme a lui, l’ho abbracciato, ho sentito il suo profumo, ci siamo amati tanto e abbiamo parlato, organizzato giornate, riso, e mi sono accorta di quanto cazzo io mi dimentichi SEMPRE che ho un ragazzo come lui.
L’ho detto più volte e lo dico a tutti che io ho un ragazzo meraviglioso, io che mi lamento di tutto, io che sempre potrei avere di più, io che sono sempre in cerca di altro, mi ero letteralmente dimenticata di quanto lui fosse fantastico..

Spesso io e il mio ragazzo facciamo un discorso molto triste, perché a me viene sempre in mente: improvvisamente, mentre mi abbraccia e fa il cretino (perché sì, il mio ragazzo mi fa MORIRE dal ridere, è estremamente simpatico per me), io lo guardo negli occhi e immagino la mia vita se lui dovesse morire.
Lo so, è un pensiero assurdo, ma io inizio a piangere e gli dico che se mai lui dovesse morire io pregherei il cielo per poter avere altri cinque minuti con lui, solo per guardarlo, solo per sfiorargli le labbra, solo per accarezzarlo e per sentirlo respirare …Ho tanta paura di darlo per scontato, lui mi ama tantissimo e mi guarda con degli occhi… con degli occhi! Lui mi trova seriamente bella, anche se io lo accuso di amare le ciccione per spiegare questa attrazione che prova nei miei confronti; lui mi trova dolce anche se sono isterica il più delle volte, lui si arrabbia e quando si arrabbia io ho paura che si stanchi di me ma lui non si stanca mai ed io a volte sono così DISPIACIUTA di stare male, mi sento in colpa, mi sento in colpa quando ho una voglia di uccidermi così forte, mi sento in colpa perché io sono innamorata di lui, perché lui pensa a tutto, perché non dice niente se io mangio pomodori carote e hamburger ed il giorno dopo mi sfondo di pane e olio e biscotti.
Questi cinque giorni sono stati diversi.
Eravamo io e lui, le nostre abitudini, il metterci d’accordo su tutto, il condividere intimità e svegliarci allo stesso orario..
Abbiamo visitato il Louvre gratis, abbiamo visitato il Museo D’Orsay, il Centre Pompidou, visto i quadri di van Gogh, Picasso, Monet, Delacroix,  Matisse, Dalì…
Abbiamo fatto il giro sulla ruota panoramica, abbiamo giocato a carte nei giardini di Luxenbourg, abbiamo camminato per gli Champs Elysees, sotto l’arco di trionfo, abbiamo visto Notre Dame di giorno e di sera, siamo stati sul battello facendo il giro sulla Senna.. Siamo stati sotto la Tour Eiffel illuminata ma, soprattutto, abbiamo MANGIATO.
Abbiamo mangiato pane fritto con patatine fritte e verdura, abbiamo comprato vino e schifezze e ci siamo ubriacati in camera mangiando orsetti e Saikebon, patatine; abbiamo assaggiato la fonduta, la raclette, l’omelette, la crepe, abbiamo camminato per ore… il dolore è iniziato il penultimo giorno, quando mi sono (stranamente, direi!) sentita grassa, gonfia, orribile, e sono visibilmente e sicuramente molto ingrassata.

Lui mi ama lo stesso. Ama le mie forme, ama il mio corpo, ama i miei capelli che si sono allungati, mi ama anche se sono grassa.
Prima di partire, come Kiki sa (e ne approfitto per dire che è meravigliosa anche se suona banale, ma è meravigliosa), ho comprato la bilancia per pesare i bagagli.
Non mi dilungherò su quanto sia stato difficile decidere di pesarmi, non sottolineerò il fatto che sia stato strano, dopo tanti anni, riavere in casa una bilancia, insomma, ragazze, infine sono salita su quel malefico attrezzo ed il verdetto è stato: 64.
Un peso abbastanza insignificante. La prima cosa che ho pensato è stata “devo aggiornare il blog, sulla pagina, sotto il titolo, dico di pesare 57 chili” (ed infatti un anno fa era così); la seconda è stata “sono forse dimagrita da quei 65 sulla bilancia del mio amico? O quella sera NON erano 65?”; la terza è stata “è tardo pomeriggio, peserò di meno”.
Ma la mattina dopo, prima di partire, mi sono ripesata.
63.9, quindi immagino che 64 sia il mio peso.
Dovrei dire sia stato, perché non ho assolutamente il coraggio di pesarmi, adesso. Credo di sfiorare i 70, e non sono pronta assolutamente.
Oramai sapere di pesare così tanto non mi tocca quasi più, io credo di essermi abituata. In fondo, mi dico, l’unica testimone della mia precedente estrema magrezza sono io.
Per gli altri io sono Cecilia la cicciona. A parte qualche compagno delle medie e qualche stronza che mi palpa le tette per sentire se sono vere, nessuno mi ricorda magra.
Ho scoperto, sapete, che chi non ha un dca non si accorge facilmente se le persone ingrassano o no.
Io… oh ragazze, IO! Io noto ogni minima variazione di peso di tutti, tutti: mi accorgo se qualcuno ingrassa, se dimagrisce, ricordo come era prima, sono talmente malata da scaricare (come Kiki sa) le foto delle mie amiche che sono dimagrite sul cellulare e guardarle e riguardarle e guardarle ancora. Così, tanto per ricordarmi quanto sono merda e quanto i ruoli si siano invertiti: una volta quelle ragazze mi dicevano “non è giusto che tu sia così magra”.
Non sono mai stata uno scheletro, però avevo un corpicino che ora vedo probabilmente in miniatura, ma che certo non era questo corpo qui, quello di adesso.

Comunque, ho divagato, Parigi è stata un’esperienza meravigliosa, tanto che appena ho rimesso piede in casa mia senza il mio ragazzo mi è piombata addosso una malinconia, una tristezza, un dolore… E domani, anche se non è lunedì, riprendo la mia dieta, sì, proprio quella che si prolunga da sei anni, lei, la DIETA.
Forse domattina mi peso, probabile che io scriva un post in cui comunico solo il numero, perché ho pensato che così quando tornerò dal mare potrò assicurarmi di essere dimagrita un po’ di più.
Eppure ogni estate dico così, ed ogni estate ingrasso. Ricordate la scorsa estate, in cui vi avevo detto di pesare 58? Ecco, ora quel peso è un miraggio. Se vedessi 58 sverrei dalla gioia, invece a quel peso vomitavo come una dannata e piangevo e mi ubriacavo e vomitavo e fumavo e vomitavo.
Mi manca l’indipendenza, mi manca dormire con il mio uomo, mi manca essere coccolata, mi manca organizzarmi senza sentire la voce dei miei, mi manca ubriacarmi con lui e mangiare schifezze e ridere facendo la spesa e confrontare il nostro carrello con quello degli altri, orsetti e biscotti con patatine vs zucchine e peperoni.
Mi manca sederci nella piazza di Montmartre, dove era il nostro Hotel, e bere il vino bianco a mezzanotte.
Mi manca tanto pagare con le MIE borse di studio, sentire quei pochi soldini MIEI per togliermi i piccoli sfizi, mi manca tanto ridere e fare foto stupide con il mio amore.
Mi manca insultare la gente in metro perché tanto sono tutti stranieri, mi manca dire “coglione muoviti a scendere dalla metro” a quello davanti perché tanto questo parla cinese, e mi manca il mio ragazzo che dice “Questo scemo sembra il cameriere di prima” ad uno che poverino sta solo seduto sulla panchina, che tanto non capisce niente.
Mi sono accorta di quanto sia importante parlare la stessa lingua (ho fatto gite scolastiche, non era la prima volta che stavo all’estero, però io sono diversa), però soprattutto mi sono accorta di quanto non sia infine così importante. Non mi sono sentita sola in mezzo agli altri perché tanto non mi capivano, e non mi arrabbiavo se ero incompresa, perché sentivo una rassicurante incomprensione superficiale, niente a che vedere con quella profonda che mi ritrovo nel petto in mezzo ai miei amici italiani.

Domani, comunque, io, famiglia, mio ragazzo, mia sorella partiamo per il mare da mia nonna, la Campania di cui vi parlo da quando ho aperto il blog. Questa volta lui rimane, forse pure tutto il mese, questa volta io voglio seriamente dimagrire e voglio seriamente stare bene.
Questa volta il costume dell’anno scorso non mi entra e voglio proprio vedere come farò, questa volta, come tutte le volte, sarà diverso; questa volta sarò sempre io, ma questa volta avrò capito, me lo sento, che la mia vita è unica.
Starò lontana dall’ipocrisia, da chi mi esclude, da chi non mi capisce.. starò lontana dal solito mondo e forse mi chiarirò le idee, e forse scriverò qualche post o forse no, forse ci risentiremo a settembre.
In ogni caso io metto il costume in valigia: questa volta sono seriamente curiosa di vedere come farò ad indossarlo e come farò a non vergognarmi. La mia vita è un mistero, e probabilmente la prossima estate peserò 80 chili.
Allora perché non vedermi bella adesso?

PS: ANDATE A PARIGI, è assolutamente bellissima!

domenica 26 luglio 2015

Suicidio di solitudine..


Non ricordo quando è stata l’ultima volta che ho pensato al suicidio.
Comunque è successo di nuovo ieri sera, ed è successo velocemente, è stata una piccola idea microscopica che mi ha invaso il cervello.
Ero ad un compleanno, in pace con me stessa, in pace con i miei sogni, in pace con le mie stupide e assurde decisioni come di fingere di stare bene con gli altri per stare bene con me.
Insomma, avevo appena rinunciato alla mia incoerente scelta di solitudine ascetica a favore di una vita in mezzo agli altri, con il sorriso, con quella che gli altri chiamano “confidenza”.
Avevo appena realizzato che mercoledì parto per Parigi con il mio ragazzo e.. avete presente quell’equilibrio perfetto di tutte le cose, di cui il centro siete voi e vi sentite leggere, quasi gioiose, perché tutto sta in piedi da solo e voi state in piedi con tutto il resto?
Non importano i pezzi di vetro sospesi sulla vostra testa, non vi interessa in questo momento chi e che cosa, dove e quando: è tutto così, immobile.

Ero ad un compleanno e il mio cervello era in equilibrio. Addirittura partecipavo ad una discussione, io, l’isolata, l’asceta, la deficiente incoerente e vittimista, io; e la discussione era “maschi contro femmine”. Insomma, i comportamenti, i difetti e i pregi dei maschi verso quelli delle ragazze. Una discussione di quelle in cui si generalizza alla grande e che io adoro come unghie su lavagna, però ascoltavo ed esprimevo pure la mia stupidissima opinione in mezzo a gente stupidissima di cui ho scelto liberamente di circondarmi, di cui mi lamento e che però chiamo “amica”. Avevo appena deciso di farne parte, e poi c’era quell’equilibrio, quelle sensazioni di pace, quel mio non credere di essere stupida e assurda e… contingente.
Questo mi ha fregata.
La contingenza mi ha fregata.

Un momento della discussione, quel momento sbagliato, che non doveva assolutamente capitare eppure si è piazzato lì, in mezzo a tutto, e con un fracasso ha distrutto l’equilibrio con i denti e con le pietre e con quelle corone di parole..

Premessa: il nostro gruppo è composto da cinque ragazzi e quattro ragazze, tra cui io. Da quattro anni.
Abbiamo un gruppo tutti insieme su whatsapp, quasi ovviamente, come prevedibile.

 Un ragazzo del gruppo, spezzando una lancia in favore del suo genere, ha esclamato: “Beh, prendete per esempio le amicizie di noi uomini! Voi ragazze del gruppo, oltre a quello tutti insieme, mica avete un gruppo di sole donne su whatsapp, mentre noi si!” Quindi, giustamente, impulsivamente, scioccamente, una delle ragazze, Serena, ha urlato soddisfatta: “Eh no, invece! Io Chiara e Paola ne abbiamo uno di sole donne!”
Silenzio. Mi hanno guardata. Il ragazzo, ingenuo, ridendo, divertito da quella discussione che improvvisamente per me era diventata inutile e particolarmente stupida e da veri idioti:

“Ah, e Cecilia cos’è, scusate?”
La colpevole mi ha guardata. Ha abbassato la testa come un cane, e giuro che era diventata un cane ai miei occhi perché non ero più li, non ero più con loro, ed ha sussurrato “Si, ma ora la aggiungiamo..”
Come chi vuole riparare un vaso cha ha frantumato a terra, un vaso importante che ha fatto tanto rumore.
C’era un rumore assordante in quella stanza, ieri sera.
Io non sentivo niente.

Una così stupida vicenda, un gruppo su whatsapp senza di me, e cosa mai sarà? Fatto da persone che ho appena finito di chiamare stupide, che pure disprezzo come disprezzo altezzosamente tutti, che pure odio e in quel momento io sarei voluta invece sparire, e avrei tanto voluto che qualcuno dicesse “Di che Cecilia parlate? Non c’è nessuna Cecilia qui!” e io avrei voluto forse essere la tovaglia di quel tavolo, un bicchiere, una stoviglia insomma qualsiasi cosa ma NON IO, e non capisco perché ora piango, se piango più perché io ho VOLUTO essere sola, se piango perché cazzo, eravamo in quattro in quel gruppo, e che cosa sarebbe costato aggiungere anche me?, oppure forse piango perché io in quel gruppo non ci sarei voluta entrare, se solo me lo avessero chiesto…
E in quel momento la contingenza mi ha assalita come un mostro affamato, quella contingenza assurda, quel triste mondo in cui tutti si perdono e non sono nessuno se non lo sono per gli altri..

Io non credo che mi abbia ferita il fatto di essere sola, sostanzialmente: in fondo l’ho deciso qualche giorno fa, che sarei stata sola sempre e comunque. Quello che mi ha veramente ferita è stato scoprire che loro lo avevano deciso molto tempo prima di me.
Loro mi hanno esclusa prima che lo decidessi io, prima che la nausea mi divorasse, prima che tutto cambiasse all’improvviso, dentro di me, prima che gli impegni diventassero fardelli, prima che tutto iniziasse a fare schifo.. avevano già deciso.
Loro hanno deciso che io dovevo stare sola.
E questo mi ha spiazzata: qualcuno mi conosceva già, forse? Forse lo hanno fatto per me, per risparmiarmi l’imbarazzo di dover dire “No, ragazze, io in quel gruppo non ci voglio entrare! È che gli esseri umani in questo periodo mi fanno tutti schifo e non capisco i rapporti con loro, è che sento una solitudine interiore, una perdizione, qualcosa che nessuno può restituirmi.. ho scoperto di esistere ed è doloroso.. ma grazie comunque!”.

Sicuramente è così.
Deve essere così.

E in quel momento ho cercato l’appoggio di tutti gli altri esseri umani, ho preso il telefono con furia, ho scritto a chi avrebbe potuto comprendermi e tra i “non ti meritano”, i “non sono gli amici giusti”, gli “aspetta l’università, cambierà tutto” io piangevo dentro di me come se improvvisamente nessuno, nessuno mi stesse parlando, come se fossi stata davvero la tovaglia o una stoviglia oppure un bicchiere in un doloroso colpo al cuore, un piccolo infarto e ho pensato “Io mi uccido.”
L’ho pensato veramente e mi sono venuti i brividi di rispetto per chi davvero lo ha fatto, per chi non lo ha ufficializzato in piazza blog o in piazza davvero, mi sono venuti i brividi per Riccardo ma io l’ho VERAMENTE pensato e non l’avevo pensato mai così, ho organizzato il mio suicidio nella testa, sono andata in bagno e ho guardato il ginocchio che mi ero ferita sul muretto e l’ho graffiato con le unghie, ho strappato la crosta e ci ho fatto uscire il sangue, poca cosa, un dolore forte, non sono riuscita più a camminare con quel ginocchio, a casa ho messo il ghiaccio per la botta prima e ho disinfettato e sono andata a dormire.
E questa mattina ero di nuovo felice come una Pasqua. Dimenticando il mio delirio ridicolo, la mia pagliacciata.
Ho subito concentrato forze ed attenzioni sul cibo, il mio amico e tutto ha improvvisamente preso colore: ho programmato i miei pasti, ho immaginato di perdere tanti chili da sparire e mi sembrava che così, solo così, io potessi essere in equilibrio.
Poco fa mi sono messa sulla cyclette a piangere e pedalare, e ho pensato al dolore al ginocchio e lui è tornato, ho pensato che non avrei mai il coraggio di uccidermi, io sono troppo curiosa, io amo troppo vivere, io amo bruciare le calorie e non ho pensato “Che bello vado a Parigi”, perché non mi sembra avere senso niente, adesso, ho solo pensato che voglio stare bene, e non mi ricordo più come si fa.

Odio questa sensazione.
Perché non sono felice?

 

 

venerdì 24 luglio 2015

Filosofia.

Devo assolutamente dedicare un post al mio futuro molto prossimo, per poi rileggerlo quando e se mai mi laureerò, o anche solo quando lascerò la facoltà per un’altra realizzando di essermi sbagliata.
Vorrei che Cecilia Parisienne scrivesse ancora sul suo blog: ecco, le direi che infine no, non ho ripiegato su giurisprudenza come le avevo anticipato e che sì, ho avuto il coraggio di scegliere Filosofia.

È insolito per una che rimanda, cambia idea, lascia le cose felicemente a metà, si annoia frequentemente, quella noia che non ti fa sentire altro che la noia stessa.
Insolito perché sono quasi sicura che cambierò facoltà, che ne sarò insoddisfatta perché come al mio solito idealizzo tutto, così come idealizzo i miei 42 chili che mi facevano, chissà perché, schifo; così come idealizzo la taglia che portavo 3 anni fa e che odiavo, sentivo troppo stretta; così come idealizzo ieri e come ieri idealizzavo l’altro ieri e come idealizzo domani che sarà sempre e comunque migliore.

Insomma, avete capito.

E così Sybil, compilata l’iscrizione in internet, a Settembre andrà ad immatricolarsi nella facoltà che adula da tre anni, dal primo giorno in cui ha iniziato a sentirne parlare, quella facoltà che sognava ma contemporaneamente non pensava di fare, come nessun altro, del resto.
Fidanzato, genitori, professori, tutti convinti fosse una fase, e sinceramente anche io. Ma anche la dieta credevo sarebbe stata una fase, e invece sono a dieta da 6 anni precisi, così come pensavo sarebbe stata una fase l’amore che provo per il mio ragazzo, e invece continua a crescere  e crescere da due anni e mezzo, relativamente tanti, relativamente pochi, ma due anni e mezzo; perché, come Zeno, io metto le radici laddove chiunque altro passerebbe disinvolto.

In questo caso ho piazzato le radici nella facoltà che penso possa stimolare al massimo la mia mente disordinata, che guarda caso è quella che non mi porterà da nessuna parte e che guarda caso tutti coloro con cui ho parlato odiano, detestano, abbandonano oppure amano immensamente.

Ho conosciuto entrambi ma non mi fido di nessuno: sono troppo diversa. Non nel bene, non nel male e forse non diversa come ognuno lo è dall’altro… diversa nel senso che a me piace SEMPRE quello che ripugna agli altri, ed amo INFINITAMENTE di più quello che gli altri semplicemente AMANO.
Generalmente è così, sebbene io odi generalizzare. D’altronde andrò a farmi le pippe mentali in un luogo in cui sono d’obbligo, e poi si vedrà.
Ci tenevo soltanto a farvi sapere che mi sveglio la mattina e penso al cibo e poi subito penso che farò filosofia e che potrò finalmente studiare solo quella e che potrò incontrare qualcuno che legga come me “Il mondo come realtà e rappresentazione” per diletto e Sartre e Camus e mi brillano gli occhi.
E subito dopo penso che me ne stuferò.
Ed il secondo dopo mi vengono i brividi al pensiero che finalmente studierò la cosa che più amo al mondo, e realizzerò la mia vita da inetta scegliendo qualcosa senza interessarmi del dopo. Sono profondamente innamorata.
Credo, forse, per non dico la prima ma una volta nella mia vita, di scegliere con il cuore.


È bello perché io me lo sento dentro, ma non me lo sento come sentivo di dover fare la dieta, e nemmeno me lo sento come devo rifarmi il letto; sento un’inspiegabile sensazione di salto nel vuoto e mi riempie di gioia e impazienza.

Io, che odio fare le cose, tutte, sono IMPAZIENTE.

Il mio ragazzo fa medicina da ormai quasi tre anni e ne parliamo sempre ed è felicissimo e si arrabbia da morire quando gli faccio presente che tutti, nessuno escluso, appena ci vedono insieme e scoprono che voglio fare filosofia e che lui fa medicina commentano “ah, beh farai la mantenuta!” e lo guardano con complicità.

Ho smesso di infastidirmi, e ho smesso di infastidirmi quando mio papà si arrabbia e quasi non mi guarda quando lo dico in giro con gioia perché lui mi dice che non si vive di aria.

Ho smesso di piangere quando l’ho fatto l’ultima volta dopo l’orale di maturità: tutti i professori mi hanno chiesto cosa avrei fatto dopo ed io non ho risposto, hanno risposto i miei professori e la parola “filosofia” e gli sguardi un po’ in disaccordo degli altri, insieme a tensione e stress per l’esame mi hanno fatta piangere a dirotto nonostante fosse andato tutto incredibilmente bene.

Ho letteralmente tappato le orecchie vicino a chi mi scoraggiava, a chi mi incoraggiava: io voglio buttarmi. E poi sì, voglio godermi pienamente i “te l’avevo detto” se tra un anno io scriverò che non era come mi aspettavo e che ho deciso di lasciare.
Per una volta voglio scegliere senza pensare.
Mi brillano gli occhi e non vedo l’ora.

J


lunedì 20 luglio 2015

Post di transizione.

Sento freddo, silenzio e fantasia.
Il sole spento in una indifferenza indistinta, di tante facce uguali e inconsapevoli
e ugualmente inconsapevoli.
Rifletto sulla vicenda che ricorderanno: la chiameranno "campo", la racconteranno e solo allora diventerà tale, e poi vi faranno un altarino.
Ho investito su una mente sola.
Questa mattina mentre parlavo ho sentito che esistevo, che c'ero.
Non ho idea di dove io sia adesso: solo vorrei questo momento si perpetuasse, in solitudine apparente ed io sto sulla superficie, questa volta non mi circonda nessuno.
Solo ho provato a parlare, mi sono fermata perché hanno provato a capirmi.
SCONCERTANTE.
Rabbia.
Fuga.
Ad un'ora certa mi spengo, e gli altri mi premono: per quanto li odi li amo e provo ad odiarli meno, a cercare un altro senso in loro e in realtà, il tipo di qualcuno che senta il niente.
Dietro le cose percepisco un insolito suono di una fortuna scocciata, come di inserire aggettivi che lentamente vengono creati e, allora, devono restare.
Il restare quello dell'essere nuove cose in mezzo agli altri, a preparare insulti e risposte alle domande, e nuove domande e poi scegliere chi chiede e chi risponde.

Si è alzato il vento. Di un uomo che singhiozzava: e la colpa era ahimè di un altro!
Ho sentito le sue scuse lontane, suonavano giustificazioni strane. Io non le comprendo.
In realtà comprendo tutto, e questo vittimismo generale mi ferisce, mi spaventa. Temo di venirne contagiata, e qualcuno potrebbe morire.

Cosa cercano?
Io lo chiedo. Io. Una persona. L'anima. Che fa delle cose E NON PIACCIONO.

Ora vorrei qui il mio libro, La nausea. Perché sono un granchio anche io, non un uomo come tutti vedevano.
Un granchio che cammina all'indietro.

AVETE RAGIONE in ciò che dite, sono carnefice e non vittima come tutti vorrebbero vedermi. So far star male ed io non subisco in silenzio, faccio anche io i drammi e sento le ferite solo che
mi annoio, ecco tutto.
Di una noia profonda, del profondo animo e il profondo centro del cervello.

Paura di questi umani. Sono una di loro e mi ci comprometto.
Come DEVO comportarmi?
Sono decisamente interessata a saperlo.
Decisamente. Mi piacciono gli altri: e come si muovono, e come ridono, e come giudicano e come mi parlano e come mi consigliano.

Io sono un'ottima consigliera, il pessimo esempio perfetto e preciso di UOMO.

Mi trema la mano. Trema come un corpo, come somatizzassi. Ho sentimenti puramente umani.
Il mio proposito mi inchioda al suolo, così posso conversare con gli umani e dire loro delle cose, porgere loro alcune scuse, sigillare i silenzi perché
vogliono sapere cos'ho.

COS'HO?
Sono.
E se lo  dicessi ad alta voce mi accorgerei che la logica è altra cosa.
Chissà perché questa mattina mi vengono in mente tante cose?
Sono un umano pensieroso che si comporta male e fa piangere gli altri perché è nervoso e STRANO.
E si deve calmare.
Sono come e cosa gli altri mi
RITRAGGONO.
Altrimenti non sarei.

Io lo trovo MOLTO interessante.
Estremamente.
I comportamenti OMOLOGHI per omologarmi mi rendono loro, come loro, mi riconoscono.
Quelli diversi (da chi? da loro?)
li confondono.

Per esistere non devo confondere.
Che esistente sarei, se non fossi come mi hanno disegnata loro?
Se li sorprendessi?
SE IO FOSSI UN GRANCHIO?

è tutto finto. Io faccio, non penso.
Tutte queste parole sono parole.
Non prendono vita seriamente.
Sono pazza, ma in realtà sono come loro.

E' TUTTO NELLA MIA MENTE.
LORO MI SANNO, ERGO SUM. (?!)

Avrei ancora tantissime cose da dire, ma non riesco a pensare più a niente.
Sono soddisfatta.


"Come mi sento distante da loro, dall'alto di questa collina. Mi sembra d'appartenere ad un'altra specie. Escono dagli uffici, dopo la loro giornata di lavoro, guardano le case e le piazze con un'aria soddisfatta, pensano che è la loro città, una «bella città borghese». Non hanno paura, si sentono a casa loro. Non hanno mai visto altro che l'acqua addomesticata che esce dai rubinetti, che la luce che sprizza dalle lampade quando si preme l'interruttore, che gli alberi meticci, bastardi, che vengono sorretti con i pali. Hanno la prova, cento volte al giorno, che tutto si fa meccanicamente, che il mondo obbedisce a leggi fisse e immutabili. I corpi abbandonati nel vuoto cadono tutti con la stessa velocità, il giardino pubblico viene chiuso tutti i giorni alle sedici d'inverno, e alle diciotto d'estate, il piombo fonde a 335° gradi, l'ultimo tram parte dal Municipio alle ventitré e cinque. Son pacifici, un po' melanconici, pensano a Domani, cioè, semplicemente, ad un altro oggi; le città non dispongono che d'una sola giornata che ritorna sempre uguale ogni mattina.
La s'impennacchia un po' la domenica.
Che imbecilli. Mi ripugna il pensare che sto per rivedere le loro facce ottuse e piene di sicurezza. Legiferano, scrivono romanzi populisti, si sposano, hanno l'estrema stupidità di fare figli.
E frattanto la grande natura incolta s'è insinuata nella loro città, s'è infiltrata dappertutto, nelle loro case, nei loro uffici, in loro stessi. Non si muove, si mantiene ferma in essi, essi vi stan dentro in pieno, la respirano e non la vedono, credono che sia fuori, a venti miglia dalla città.
Io la vedo, questa natura, la vedo... So che la sua sottomissione è pigrizia, so ch'essa non ha leggi: quella che scambiano per la sua costanza...
Non ha che abitudini, e le può cambiare domani.
[...]
O anche, niente di tutto questo succederà, non vi sarà alcun cambiamento apprezzabile, ma la gente, una mattina, aprendo le persiane, sarà sorpresa da una specie di senso orribile, pesantemente posato sulle cose, e che sembrerà aver l'aria d'attendere. Null'altro che questo: ma per poco che questo duri vi saranno suicidi a centinaia. Ebbene, sì! Che tutto questo cambi un poco, non domando di meglio. Se ne vedranno altri, allora piombati bruscamente nella solitudine. Uomini completamente soli, solissimi, con orribili mostruosità, correranno per le strade, passeranno pesantemente davanti a me, con gli occhi fissi, fuggendo i loro mali e portandoli con sé, con la bocca aperta e la loro lingua-insetto che sbatterà le ali. Allora io creperò dalle risa, anche se il mio corpo sarà coperto di luride croste sospette che sbocceranno in fiori di carne, in viole, in ranuncoli. M'addosserò ad un muro, e griderò al loro passaggio: - Che ne avete fatto della vostra scienza? Che ne avete fatto del vostro umanitarismo? dov'è andata a finire la vostra dignità di canna pensante? - Io non avrò paura - o almeno, non più che in questo momento. Forse che ciò non sarà pur sempre esistenza? delle variazioni sull'esistenza? Tutti quegli occhi che mangeranno lentamente un volto saranno di troppo, senza dubbio, ma non più dei due primi. E' dell'esistenza che ho paura.
Scende la sera, nella città s'accendono le prime lampade. Mio Dio!
Che aria naturale ha la città, come sembra schiacciata dalla sera, nonostante tutte le sue geometrie.
E' talmente... evidente, da qui,

possibile che io sia il solo a vederlo?"


sabato 11 luglio 2015

Sciocchezzonerie

Perché poi, mi dico, basta tapparsi le orecchie quando i miei litigano come due bambini.
"Hai messo la tovaglia di natale! Me la sporchi!"
Urla mia mamma.
"Ma non faccio mai niente di buono!" urla mio padre arrabbiato. "Ora me ne vado!"
dice, come un bambino.
Ed esce dalla stanza.
Mia mamma corre a recuperarlo, fanno ridere. Lei urla ancora "Io lavo, asciugo, stiro e tu mi sporchi le tovaglie!"
strilla che non si può sentire.
Mio papà borbotta.
"Cosa borbotti? LAVI TU??" continua a strillare lei.
"LA LAVATRICE LAVA!"
e mia mamma: "Allora le prossime volte mettila tu la lavatrice tutti i giorni, e poi stendi i panni e stirali!"
"Ah certo! Ora prendiamo una persona che ci mette pure la lavatrice!"

Io sono lì, ferma, che ascolto. Sembrano due bambini.
Qui è tutti i giorni così. Questa è la più superficiale delle conversazioni, ma la ferocia con cui è avvenuta è indescrivibile.
Mia mamma che cerca di gestire una casa, che però spende un sacco di soldi, poiché invece di andare a lavoro va a fare shopping (per me e mia sorella, dice lei; veramente compra cose da signora, chiede "Ve le mettete?" poi nessuno se le mette e allora, ahimè, le mette lei), e mio padre lavora dalla mattina alle otto di sera e si lamenta e svilisce gli altri per sentirsi meno merda.

Non è mai venuto ad una recita, mai ad una pagella, mai, nemmeno in quinta, ora; non è mai venuto ad una mia visita, quando ero anoressica, anzi, probabilmente manco se n'è accorto.
Non è mai venuto dal dentista a vedermi piangere quando mi hanno detto che avrei avuto i denti storti per sempre.
Ed ora è depresso, ora non dorme più con mia mamma, che è sempre più sclerata, svuota gli armadi di me e mia sorella dieci volte e tira fuori bigliettini, carte di cose da mangiare e urla continuamente perché "Noi le nascondiamo le cose."

L'entusiasmo per il mio 95 è finito: erano così contenti ieri, credevo di poterli rendere orgogliosi e uniti, ma sono tutte palle. Non gli basta mai, così come vedere questa brava bambina comparire su La Stampa perché ha aiutato il suo compagno ospedalizzato non ha cambiato le cose.. e pensare che questi vecchi che descrivo con tanto rancore mi hanno regalato un viaggio a Parigi con il mio ragazzo, questa estate, visto che non faccio né viaggio maturità, né ho fatto la gita.
Ma è durato tutto un secondo.

Per la maggior parte del tempo qui a casa è un inferno. Soprattutto - guarda caso - per il cibo.

I miei momenti di gloria sono finiti, mangio anche troppo: mi tengo leggera e poi, in occasioni come ieri, da una mia amica, mi strafogo.
Poco da fare.
Ho realizzato l'altro giorno con tristezza che non cambierà mai nulla: rimando, rimando, rimando; avevo tutto rimandato a "dopo la maturità", mi abbuffavo pensando "Oh, poi....."

Poi niente, ragazze.
Poi quando mi dicevate che sarei stata sempre la stessa e che era tutto dentro di me, avevate ragione. E anche quando lo dicevo io a voi, avevo ragione.
Ma per se stessi è difficile.
Domani parto per i campi con i bambini, grazie al cielo, così posso rimandare tutto a dopo i campi, e menomale!
Come avrei giustificato questo corpo, altrimenti? Non ce l'avrei fatta ancora per molto.

Sono profondamente delusa da me stessa. Ho fatto due misere ore di cyclette un giorno sì ed uno no; mi sono ingozzata in ogni occasione, e cosa pretendevo? Di poter indossare la maglietta che mi ha cucito la mamma del mio ragazzo e che non mi entra ma io non l'ho detto a nessuno perché "tanto sarò magra"?
Quello che mi distrugge è che sarò cicciona a Parigi, cicciona a Venezia (uno smartbox che ci avevano regalato), cicciona al mare. Always always always

Più cresco, più sono senza parole.
Ora so dove posso arrivare, e si tratta esattamente del punto da cui parto, sempre.