lunedì 20 luglio 2015

Post di transizione.

Sento freddo, silenzio e fantasia.
Il sole spento in una indifferenza indistinta, di tante facce uguali e inconsapevoli
e ugualmente inconsapevoli.
Rifletto sulla vicenda che ricorderanno: la chiameranno "campo", la racconteranno e solo allora diventerà tale, e poi vi faranno un altarino.
Ho investito su una mente sola.
Questa mattina mentre parlavo ho sentito che esistevo, che c'ero.
Non ho idea di dove io sia adesso: solo vorrei questo momento si perpetuasse, in solitudine apparente ed io sto sulla superficie, questa volta non mi circonda nessuno.
Solo ho provato a parlare, mi sono fermata perché hanno provato a capirmi.
SCONCERTANTE.
Rabbia.
Fuga.
Ad un'ora certa mi spengo, e gli altri mi premono: per quanto li odi li amo e provo ad odiarli meno, a cercare un altro senso in loro e in realtà, il tipo di qualcuno che senta il niente.
Dietro le cose percepisco un insolito suono di una fortuna scocciata, come di inserire aggettivi che lentamente vengono creati e, allora, devono restare.
Il restare quello dell'essere nuove cose in mezzo agli altri, a preparare insulti e risposte alle domande, e nuove domande e poi scegliere chi chiede e chi risponde.

Si è alzato il vento. Di un uomo che singhiozzava: e la colpa era ahimè di un altro!
Ho sentito le sue scuse lontane, suonavano giustificazioni strane. Io non le comprendo.
In realtà comprendo tutto, e questo vittimismo generale mi ferisce, mi spaventa. Temo di venirne contagiata, e qualcuno potrebbe morire.

Cosa cercano?
Io lo chiedo. Io. Una persona. L'anima. Che fa delle cose E NON PIACCIONO.

Ora vorrei qui il mio libro, La nausea. Perché sono un granchio anche io, non un uomo come tutti vedevano.
Un granchio che cammina all'indietro.

AVETE RAGIONE in ciò che dite, sono carnefice e non vittima come tutti vorrebbero vedermi. So far star male ed io non subisco in silenzio, faccio anche io i drammi e sento le ferite solo che
mi annoio, ecco tutto.
Di una noia profonda, del profondo animo e il profondo centro del cervello.

Paura di questi umani. Sono una di loro e mi ci comprometto.
Come DEVO comportarmi?
Sono decisamente interessata a saperlo.
Decisamente. Mi piacciono gli altri: e come si muovono, e come ridono, e come giudicano e come mi parlano e come mi consigliano.

Io sono un'ottima consigliera, il pessimo esempio perfetto e preciso di UOMO.

Mi trema la mano. Trema come un corpo, come somatizzassi. Ho sentimenti puramente umani.
Il mio proposito mi inchioda al suolo, così posso conversare con gli umani e dire loro delle cose, porgere loro alcune scuse, sigillare i silenzi perché
vogliono sapere cos'ho.

COS'HO?
Sono.
E se lo  dicessi ad alta voce mi accorgerei che la logica è altra cosa.
Chissà perché questa mattina mi vengono in mente tante cose?
Sono un umano pensieroso che si comporta male e fa piangere gli altri perché è nervoso e STRANO.
E si deve calmare.
Sono come e cosa gli altri mi
RITRAGGONO.
Altrimenti non sarei.

Io lo trovo MOLTO interessante.
Estremamente.
I comportamenti OMOLOGHI per omologarmi mi rendono loro, come loro, mi riconoscono.
Quelli diversi (da chi? da loro?)
li confondono.

Per esistere non devo confondere.
Che esistente sarei, se non fossi come mi hanno disegnata loro?
Se li sorprendessi?
SE IO FOSSI UN GRANCHIO?

è tutto finto. Io faccio, non penso.
Tutte queste parole sono parole.
Non prendono vita seriamente.
Sono pazza, ma in realtà sono come loro.

E' TUTTO NELLA MIA MENTE.
LORO MI SANNO, ERGO SUM. (?!)

Avrei ancora tantissime cose da dire, ma non riesco a pensare più a niente.
Sono soddisfatta.


"Come mi sento distante da loro, dall'alto di questa collina. Mi sembra d'appartenere ad un'altra specie. Escono dagli uffici, dopo la loro giornata di lavoro, guardano le case e le piazze con un'aria soddisfatta, pensano che è la loro città, una «bella città borghese». Non hanno paura, si sentono a casa loro. Non hanno mai visto altro che l'acqua addomesticata che esce dai rubinetti, che la luce che sprizza dalle lampade quando si preme l'interruttore, che gli alberi meticci, bastardi, che vengono sorretti con i pali. Hanno la prova, cento volte al giorno, che tutto si fa meccanicamente, che il mondo obbedisce a leggi fisse e immutabili. I corpi abbandonati nel vuoto cadono tutti con la stessa velocità, il giardino pubblico viene chiuso tutti i giorni alle sedici d'inverno, e alle diciotto d'estate, il piombo fonde a 335° gradi, l'ultimo tram parte dal Municipio alle ventitré e cinque. Son pacifici, un po' melanconici, pensano a Domani, cioè, semplicemente, ad un altro oggi; le città non dispongono che d'una sola giornata che ritorna sempre uguale ogni mattina.
La s'impennacchia un po' la domenica.
Che imbecilli. Mi ripugna il pensare che sto per rivedere le loro facce ottuse e piene di sicurezza. Legiferano, scrivono romanzi populisti, si sposano, hanno l'estrema stupidità di fare figli.
E frattanto la grande natura incolta s'è insinuata nella loro città, s'è infiltrata dappertutto, nelle loro case, nei loro uffici, in loro stessi. Non si muove, si mantiene ferma in essi, essi vi stan dentro in pieno, la respirano e non la vedono, credono che sia fuori, a venti miglia dalla città.
Io la vedo, questa natura, la vedo... So che la sua sottomissione è pigrizia, so ch'essa non ha leggi: quella che scambiano per la sua costanza...
Non ha che abitudini, e le può cambiare domani.
[...]
O anche, niente di tutto questo succederà, non vi sarà alcun cambiamento apprezzabile, ma la gente, una mattina, aprendo le persiane, sarà sorpresa da una specie di senso orribile, pesantemente posato sulle cose, e che sembrerà aver l'aria d'attendere. Null'altro che questo: ma per poco che questo duri vi saranno suicidi a centinaia. Ebbene, sì! Che tutto questo cambi un poco, non domando di meglio. Se ne vedranno altri, allora piombati bruscamente nella solitudine. Uomini completamente soli, solissimi, con orribili mostruosità, correranno per le strade, passeranno pesantemente davanti a me, con gli occhi fissi, fuggendo i loro mali e portandoli con sé, con la bocca aperta e la loro lingua-insetto che sbatterà le ali. Allora io creperò dalle risa, anche se il mio corpo sarà coperto di luride croste sospette che sbocceranno in fiori di carne, in viole, in ranuncoli. M'addosserò ad un muro, e griderò al loro passaggio: - Che ne avete fatto della vostra scienza? Che ne avete fatto del vostro umanitarismo? dov'è andata a finire la vostra dignità di canna pensante? - Io non avrò paura - o almeno, non più che in questo momento. Forse che ciò non sarà pur sempre esistenza? delle variazioni sull'esistenza? Tutti quegli occhi che mangeranno lentamente un volto saranno di troppo, senza dubbio, ma non più dei due primi. E' dell'esistenza che ho paura.
Scende la sera, nella città s'accendono le prime lampade. Mio Dio!
Che aria naturale ha la città, come sembra schiacciata dalla sera, nonostante tutte le sue geometrie.
E' talmente... evidente, da qui,

possibile che io sia il solo a vederlo?"


sabato 11 luglio 2015

Sciocchezzonerie

Perché poi, mi dico, basta tapparsi le orecchie quando i miei litigano come due bambini.
"Hai messo la tovaglia di natale! Me la sporchi!"
Urla mia mamma.
"Ma non faccio mai niente di buono!" urla mio padre arrabbiato. "Ora me ne vado!"
dice, come un bambino.
Ed esce dalla stanza.
Mia mamma corre a recuperarlo, fanno ridere. Lei urla ancora "Io lavo, asciugo, stiro e tu mi sporchi le tovaglie!"
strilla che non si può sentire.
Mio papà borbotta.
"Cosa borbotti? LAVI TU??" continua a strillare lei.
"LA LAVATRICE LAVA!"
e mia mamma: "Allora le prossime volte mettila tu la lavatrice tutti i giorni, e poi stendi i panni e stirali!"
"Ah certo! Ora prendiamo una persona che ci mette pure la lavatrice!"

Io sono lì, ferma, che ascolto. Sembrano due bambini.
Qui è tutti i giorni così. Questa è la più superficiale delle conversazioni, ma la ferocia con cui è avvenuta è indescrivibile.
Mia mamma che cerca di gestire una casa, che però spende un sacco di soldi, poiché invece di andare a lavoro va a fare shopping (per me e mia sorella, dice lei; veramente compra cose da signora, chiede "Ve le mettete?" poi nessuno se le mette e allora, ahimè, le mette lei), e mio padre lavora dalla mattina alle otto di sera e si lamenta e svilisce gli altri per sentirsi meno merda.

Non è mai venuto ad una recita, mai ad una pagella, mai, nemmeno in quinta, ora; non è mai venuto ad una mia visita, quando ero anoressica, anzi, probabilmente manco se n'è accorto.
Non è mai venuto dal dentista a vedermi piangere quando mi hanno detto che avrei avuto i denti storti per sempre.
Ed ora è depresso, ora non dorme più con mia mamma, che è sempre più sclerata, svuota gli armadi di me e mia sorella dieci volte e tira fuori bigliettini, carte di cose da mangiare e urla continuamente perché "Noi le nascondiamo le cose."

L'entusiasmo per il mio 95 è finito: erano così contenti ieri, credevo di poterli rendere orgogliosi e uniti, ma sono tutte palle. Non gli basta mai, così come vedere questa brava bambina comparire su La Stampa perché ha aiutato il suo compagno ospedalizzato non ha cambiato le cose.. e pensare che questi vecchi che descrivo con tanto rancore mi hanno regalato un viaggio a Parigi con il mio ragazzo, questa estate, visto che non faccio né viaggio maturità, né ho fatto la gita.
Ma è durato tutto un secondo.

Per la maggior parte del tempo qui a casa è un inferno. Soprattutto - guarda caso - per il cibo.

I miei momenti di gloria sono finiti, mangio anche troppo: mi tengo leggera e poi, in occasioni come ieri, da una mia amica, mi strafogo.
Poco da fare.
Ho realizzato l'altro giorno con tristezza che non cambierà mai nulla: rimando, rimando, rimando; avevo tutto rimandato a "dopo la maturità", mi abbuffavo pensando "Oh, poi....."

Poi niente, ragazze.
Poi quando mi dicevate che sarei stata sempre la stessa e che era tutto dentro di me, avevate ragione. E anche quando lo dicevo io a voi, avevo ragione.
Ma per se stessi è difficile.
Domani parto per i campi con i bambini, grazie al cielo, così posso rimandare tutto a dopo i campi, e menomale!
Come avrei giustificato questo corpo, altrimenti? Non ce l'avrei fatta ancora per molto.

Sono profondamente delusa da me stessa. Ho fatto due misere ore di cyclette un giorno sì ed uno no; mi sono ingozzata in ogni occasione, e cosa pretendevo? Di poter indossare la maglietta che mi ha cucito la mamma del mio ragazzo e che non mi entra ma io non l'ho detto a nessuno perché "tanto sarò magra"?
Quello che mi distrugge è che sarò cicciona a Parigi, cicciona a Venezia (uno smartbox che ci avevano regalato), cicciona al mare. Always always always

Più cresco, più sono senza parole.
Ora so dove posso arrivare, e si tratta esattamente del punto da cui parto, sempre.



giovedì 2 luglio 2015

Post che era da scrivere.

Per ora sono un 40/45 agli scritti, più 22 crediti.
62. sono già fuori.
Erano giorni che praticamente digiunavo, con poche eccezioni tipo un pezzo di pizza, ma veramente a pranzo, colazione, merende non mangiavo niente.
Esaltata, agitata, nervosa: tutto si è disteso stamattina, ogni sensazione del clima generale nel mio cervello.
Sono andata ad ascoltare gli orali dei miei compagni, io passo dopodomani.
Mi restano tre programmi da finire, la tesina da finire ed imparare, tutto da ripassare, ma sono qua al computer a scrivere.

Sapete perché?

Mi sono abbuffata. Niente di così nuovo, niente di che, tranne che due cose mi hanno sorpresa:
  1. L’ho fatto prevalentemente per fame. Una fame assurda: mi girava la testa (anche oggi digiuno quasi totale), non riuscivo a concentrarmi, dopo giorni quasi digiuna a correre di casa in casa ad aiutare le mie amiche a studiare, insomma non ce la facevo più;
  2. Sono stata travolta da una nuova paura che qualsiasi tentativo di spiegare renderebbe immediatamente stupida, ma ci provo.
Questa mattina, guardando gli orali dei miei compagni, ho realizzato che è finita: ho iniziato a pensare all’università, a me che farò filosofia- e se lascerò, se cambierò idea, se ne rimarrò delusa, se non ne sarò all’altezza, se me ne pentirò e bla bla bla- al fatto che tutto quello che oggi sto studiando con disperazione dopodomani non sarà che un enorme carcassa di fogli pieni di parole, e niente nella mia testa; insomma, riflessioni futili.
Detto ciò, mi sono chiesta: qual è il mio obiettivo, adesso? Nel senso: superato lo scoglio “orale” che ora è la mia principale preoccupazione, a cosa penserò? Vado ai campi con i bambini il 12: fino a quel giorno? Che cosa farò?
Ho pensato immediatamente al perdere peso. Ma ragazze: sono talmente tanti giorni che mangio come un canarino che per me non è più nemmeno un obiettivo, ADESSO.
Insomma, è come se voi steste preparando un esame da un mese e, in cerca di qualcosa da fare, vi diceste “ecco, ho trovato cosa fare: continuare a preparare questo esame!”
Ma dai?

No, a me ci vuole qualcosa di più forte. Una svolta!
Se volto la testa indietro vedo un anno che é corso velocissimamente e, tristemente, mi accorgo sfogliando il mio diario alimentare che se ne è scappato tra conteggi di giorni senza abbuffarmi e relative abbuffate.
Quello che mi ha fatto andare avanti, quest’anno, non sono state tanto le rare occasioni di svago in mezzo a studio, studio, studio; e nemmeno i giorni di restrizione alimentare: ma le abbuffate! Cosa sarei stata senza di loro?
Quando non mi abbuffo da giorni, arriva un punto in cui sono profondamente annoiata, come oggi. Sale la disperazione, sale la tristezza, lo sconforto, un dire “E ora cosa faccio? Dimagrire? È un processo già in corso, non c’è gusto!”

Oggi ho avuto una vera e propria crisi esistenziale: una noia profondissima, un dolore inspiegabile, un niente.
Cosa fare? Più che continuare a digiunare e aspettare, cos’altro avrei potuto fare?

CHE COSA AVREI RIMANDATO A SABATO?

Il dimagrire, certo! Che bello! Mi è sembrato ovvio e doveroso abbuffarmi: per una gran fame, senza dubbio, ma anche per un gran bisogno del mio proposito.
Di un qualcosa su cui puntare, qualcosa da attendere, qualcosa da brividi.
Qualcosa che mi impedisse di pensare, per un solo istante, a qualcosa di diverso dalla mia solitudine. Qualcosa da potervi comunicare, cosa che sto lentamente disimparando: comunicare.
Qualcosa di frivolo, di entusiasmante in mezzo a tanta merda, a tanto disprezzo, a tanta disperazione.
Non ne potevo più di tutti questi insopportabili pensieri su quanto la mia casa mi sembrasse immensa, su quanto la mia esistenza si spegnesse in ogni sua ora.
Su quanto ogni secondo pesasse e quanto sabato sera io avessi pianto di nuovo in mezzo agli altri, perché in mezzo agli altri non ci so stare.

Ho finito da poco di abbuffarmi, e suppongo continuerò per un tempo indefinito.
Bene, ragazze: da sabato si inizia per davvero! Ecco cosa rimandare alla fine degli esami, ecco come festeggiare.

venerdì 26 giugno 2015

Alla superficie della solitudine

Io a cena con i miei genitori.
Mio padre:
“Allora Ceci! Finalmente finiti questi esami definitivamente!”
Calcio di mia madre a mio padre sotto al tavolo.
“Ma no! Giuseppe! A Cecilia manca ancora l’orale l’8 luglio!”

Già. Peccato che no, non ho finito gli esami. E no, il mio orale non è assolutamente l’8 luglio. Solo 4 giorni prima.
E peccato che questo sia l’unico, l’unico impegno che ho da circa e per circa ancora un mese.
Ma vabbè: uno dei tanti.

E la mia vita è tutta così. Alla superficie della solitudine.
Circondata dal mondo, milioni di parole, di risate, puttanate, eppure quella sensazione in fondo allo stomaco.
Non mi sento mai sola come quando parlo con qualcuno.

Adesso in questo preciso momento la mia sensazione è questa.

Ho un sottilissimo materassino sotto al culo, galleggio sul mare profondissimo della solitudine. Sono in superficie.

Mi do qualche minuto di tempo, e tutto questo non esisterà più. Tornerà tutto ad essere mondo.

Tra poco esco con la mia compagna di solitudine. Mi porta in un posto leopardiano. Finalmente con lei posso respirare e piangere. E parlare senza un senso.

Anche se è tutto finto. Puzza tutto di plastica, alla superficie della solitudine.
Qui si sta così.



mercoledì 10 giugno 2015

Spenta: riflessioni post- Nausea


“Piccoli sprazzi di sole sulla superficie d’un mare cupo e freddo.”
Jean – Paul Sartre, La Nausea.

L’ho appena finito di leggere. Leggo “La nausea” anziché studiare per la maturità. Non c’è niente che mi importi davvero. Non c’è niente che riesca a mantenere il mio stato d’animo costante.
Faccio tutto, di tutto, per fare in modo che la mia maturità faccia schifo. Non apro libro dall’ultimo nove che ho preso di arte, dall’ultimo nove e mezzo di latino, dall’ultimo nove di matematica, dall’ultimo cinque di fisica.

Ma io nel mio cuore so che mi cadrà tutto addosso, lo sento. Sto tentando di prepararmi in tutti i modi alla disfatta, volevo anche già scrivere un post in cui vi annunciavo che da una media dell’8.3 (con un sei di fisica in pagella, sudato e voluto) sono riuscita a prendere un bell’80 scarso, o forse poco meno, e poi pubblicarlo dopo l’orale, quando ne avrei avuta la certezza.

Da quando ho letto “La nausea” niente è come prima. Niente. Ho letto molti miei pensieri in quelle pagine, come scandagliare un animo, e mi sono sentita esattamente come quegli uomini che pensano che basti un libro a scandagliare il proprio animo; come quelli che non si accorgono di essere semplicemente loro stessi.
Trasmette una grande melanconia, quell’abulia, quello stato depressivo in cui ristagno perennemente.

 “Piccoli sprazzi di sole sulla superficie d’un mare cupo e freddo”.
Si potrebbe dire il riassunto della mia breve esistenza? Certo che no. Vorrei mantenere un briciolo di personalità, quando leggo un libro: l’ho pensato parecchie volte. In fondo non so bene che personalità io abbia.
Tra tutto, l’unica cosa che so è che qualcosa continua a non andare. Raccolgo giorni e li mescolo a insoddisfazione, vergogna, noia, tantissima noia. Noia di essere me.

 “Tuttavia, sono inquieto: ecco che già da una mezz’ora evito di guardare questo bicchiere di birra. Guardo in su, in giù, a dritta e a manca: ma lui non voglio vederlo. E so benissimo che tutti questi scapoli che mi circondano non possono essermi d’alcun aiuto: è troppo tardi, non posso più rifugiarmi in mezzo a loro. Verrebbero a battermi sulla spalla, e direbbero: <<Ebbene, che cos’ha questo bicchiere di birra? È come tutti gli altri. C’è scritto: “Spatenbrau”>>. Tutto questo lo so, ma so che c’è dell’altro. Un niente. Ma non so più spiegare quello che vedo. A nessuno. Ecco: scivolo pian piano in fondo all’acqua, verso la paura.”
Non oso dire che è così che mi sento: non posso aggrapparmi sempre alle sensazioni degli altri per descrivere le mie.

Dovrò pur provare qualcosa.
E invece non c’è niente. Ho il libro accanto e un vuoto nuovo, un vuoto diverso, ed il libro è già diventato vecchio. Niente di originale in me.
Mi trascino e, a parte qualche amara sensazione che non voglio spiegare, che non so spiegare, che non servirebbe spiegare, tutto procede insieme al resto.
Ad un certo punto del libro ho pensato di abbuffarmi, non sapevo cosa provare. Poi, invece, ho pensato che no: digiunare eternamente sarebbe stato molto più soddisfacente. Sarei stata magra e nessun libro mi avrebbe più fatto male.
Fatto sta che ho mangiato uno yogurt all’albicocca senza capire cosa mi mancasse, e questa sera ordiniamo il sushi; ciò mi rende allegra, serena, preoccupata, ansiosa, indifferente? Magari! Provo solo un certo disgusto. Per me stessa e per quello a cui penso.
Disgusto perché farò un esame del cazzo e disgusto perché me ne importa TROPPO, o per lo meno più del niente che me ne dovrebbe importare.

 A chi posso descrivere tutto questo? Questo fastidioso marcio che mi sta nella punta dei piedi? Questa incomprensione questa paura, questa angoscia?

Mi annoio, ecco tutto. Ogni tanto sbadiglio così forte che le lacrime mi scendono giù per le guance. È una noia profonda, profonda, il profondo cuore dell’esistenza, la materia stessa di cui son fatto. Non mi trascuro, tutt’altro: stamane ho fatto il bagno, mi son fatto la barba. Soltanto, quando ripenso a tutti questi piccoli atti solleciti non capisco come abbia potuto farli: son così vani. Sono le abitudini, senza dubbio, che li hanno compiuti per me. Non sono morte, loro, continuano a darsi da fare, a tessere pian piano, insidiosamente, le loro trame, mi lavano, mi asciugano, mi vestono, come balie.”
Questa sera mi sono accorta che noi uomini amiamo tanto leggere delle cose che hanno senso. Questo libro non ha senso, e stranamente l’ho amato.
Quello che scrivo non ha senso. Eppure ho un disperato bisogno che qualcuno lo legga.
 Perchè?
Saranno i miei che urlano, stasera? Sarà che ho chiesto a mia mamma di far dormire il mio ragazzo a casa mia sabato, per la prima volta, dopo due anni e mezzo, e lei mi ha risposto urlando che lo volevo invitare solo per fare le nostre sporche cose?
Saranno davvero queste semplici sensazioni, queste che un minuti dopo non si provano più, né forti come quelle del principio, né forti per niente?
Sarà davvero mia sorella che chiede a mio papà qualcosa e lui urla “Che cazzo è?? Io sto lavorando!”, e sarà che lui lavora sempre, ha sempre lavorato, e non è mai esistito, mai come padre?
Davvero è questo?

Semplice disgusto. 
Questa sera è molto importante, perché non mi sono mai sentita più sola di così. Ed è importante perché è quello che dico sempre.

 “Piccoli sprazzi di sole sulla superficie d’un mare cupo e freddo”




domenica 24 maggio 2015

Proposito

Scrivo post e li lascio marcire nel computer, aspettando di non pensare più quelle cagate che ho scritto. Ed è ciò che succede sempre: avrei voluto raccontare di come mia mamma ha trovato le schifezze nell’armadio di mia sorella e di come abbia iniziato a sfotterla portandola al supermercato e comprando davanti a lei porcate di ogni tipo chiedendole “Hai fame? Io sì, guarda quanta roba mi compro!”
Avrei voluto dirvi che ho pensato tante volte a come sarebbe stato giusto se fosse morta mia mamma e non quella di Irene, la mia amica.
Avrei voluto dirvi che sono giorni che studio sempre da lei, tutti i giorni, talvolta anche materie che non devo portare, perché lei ci tiene alla promozione, e da sola pensa troppo a sua mamma.
Avrei voluto dirvi che ho resistito 32 giorni.

Invece eccomi qui: mi sono abbuffata. E la cosa va avanti da giorni.

Ma mi sento perversamente bene: domani andrò in biblioteca dopo la scuola, mi porterò i fiocchi di latte per pranzo, non so se farò merenda e nemmeno cena. Voglio fare cyclette, andare a correre: non ne posso più di mangiare regolarmente.
Ho bisogno di sentirmi vuota.
Ho bisogno di fare questi propositi: mio Dio, santo Dio, come sto bene! Sono qui che mi ingozzo di biscotti, poi di crackers, poi di biscotti e crackers insieme (poi meglio che io non prosegua perché qualcuno potrebbe essere facilmente impressionabile) ed intanto immagino come sarà andare a correre e non mangiare niente, come questa estate. Provare quelle sensazioni bellissime che provavo: dimagrivo, e dimagrivo tanto! Sinceramente il mangia sano e regolare può funzionare per voi, che siete tutte magre o comunque con qualche chiletto da perdere… a me non interessa.
Ho bisogno di credere che domani non mangerò (quasi) niente, che non lo farò dopodomani, che studierò come una matta per soffocare la rabbia e l’inadeguatezza in qualche crampo allo stomaco; sono davvero stanca, stremata, incazzata per continuare a mangiare.
A vedere il mio corpo grosso riflesso allo specchio tentando in modo ridicolo di auto convincermi che veramente possa avere una qualche parvenza di corpo.

Venerdì pomeriggio ad un certo punto, tornata a casa da scuola (era mezzogiorno), prima di andare da Irene a studiare, sono stata MALE. Non mi era forse mai successo. Sono entrata in casa sapendo che mi sarei abbuffata perché tanto mi ero abbuffata anche il giorno precedente, ho posato le chiavi e mi sono fermata. Non capivo che sensazione provassi: prima di soffocarla nel cibo ho voluto vedere dove mi avrebbe portata. Sono andata in cucina, avevo un nodo in gola, così ho emesso un suono stranissimo, forte, non piangendo ma quasi, non so descriverlo, un grido di pianto strozzato ed ho urlato “Sono così infelice!!” ed ho iniziato a piangere, mi sono accasciata per terra accanto al lavandino della cucina, piangevo ed ho pianto finché boh, non ho più capito perché stessi piangendo. Ho sentito che piangere non aveva più senso, ed ho smesso. Tutto così semplice. Come una bestia.
Così mi sono alzata ed ho iniziato ad abbuffarmi, credo con più di seimila calorie, sicuramente un po’ di più, e dopo stavo così male che ho rimandato l’appuntamento con Irene di un’ora.
Ci siamo viste verso le due e mezza, e lei ha messo un pacco di biscotti sul tavolo per cui mi dispiaceva lasciarlo lì per … una stupida sensazione di “sazietà”: così li ho mangiati praticamente tutti, senza capire nulla di cosa stessi studiando, ma infine che importanza ha?

In fondo i propositi si rimandano a lunedì: in fondo sono sicura che tra due settimane vi scriverò che la scuola è finita ed io non sto mangiando niente e sono dimagrita, e voi mi direte qualcosa sul metabolismo, sul fatto che non risolverei niente perché mi abbufferei, ed io risponderò che questi trentadue giorni ho mangiato di tutto e di più senza abbuffarmi e alla fine mi sono abbuffata lo stesso e non ho perso mezzo grammo, e voi mi direte che è un processo lento che devo avere pazienza solo che mentirete perché di fronte all’inettitudine non c’è proprio un cazzo da dire.

Ci sentiamo quando peserò 45 kg. Abbiate ‘pazienza. Giuro che vi scriverò a quel peso.
Giuro che a quel peso sarò una persona assolutamente migliore.
Ora vi chiedo di scorrere in fondo il post sorridendo perché sapete già, e lo so anche io, che tra una settimana vi dirò “Mi sono abbuffata. Ma i propositi si rimandano al lunedì”.

Che tristezza. Mi fracasso i coglioni pure io ad ascoltarmi e a leggermi.
Chissà che questa volta io non riesca davvero a mantenere i miei propositi? Non merito un cazzo. Devo solo convincermi. E invece perché ho così tanto fottuto amor proprio da concedere al mio corpo la riserva del letargo eterno? MA PORCA TROIA!

“Io quando guardo una montagna aspetto sempre che si converta in vulcano.”

Indovinate chi l’ha scritta, questa? Il mio Italo Svevo. Vi ricorda qualcuno? Che coincidenze.. ma no, non sono un’inetta!

“Che io forse abbia amato tanto la sigaretta per poter riversare su di essa la colpa della mia incapacità? Chissà se cessando di fumare io sarei divenuto l'uomo ideale e forte che m'aspettavo? Forse fu tale dubbio che mi legò al mio vizio perché è un modo comodo di vivere quello di credersi grande di una grandezza latente.”

lunedì 18 maggio 2015

Fanculo.


La difficoltà più grande è riuscire a spiegarmi. Vorrei dire tante di quelle cose … non riesco a pronunciare un sillaba.

Sono 31 giorni che non mi abbuffo. 31 giorni che non restringo. 31 giorni che … non so.



Sabato sera. Pizza a casa di amici. Vuoi mica che io non mi conceda una pizza! Sono talmente idiota che senza la pizza mi abbuffo. Ebbene, mangiamo la pizza.

A metà serata devo andare in bagno, semplicemente a pisciare.

Non c’è una bilancia, accanto al lavandino?

No, Cecilia, lascia perdere. Hai appena mangiato cinque fette di pizza. Lascia perdere.

E invece ci voglio salire. Con il piscio in pancia, la pizza, le pesche a me non importa un cazzo: devo salire sulla bilancia.

Il bello di quando si raccontano le cose è che sembrano sempre così accattivanti!

Provate invece ad immaginare me, in un cesso, con la pancia gonfia di pizza e pesche, davanti ad una bilancia.

Figo, no?

Ho messo un piede e per un secondo, per la prima volta nella mia vita ho avuto paura di rompere la bilancia. Ho immaginato che non reggesse il mio peso: ho visto la bilancia fracassata e la vergogna nel chiamare il mio amico per dirgli che avevo mangiato troppa pizza e gli avevo rotto la bilancia.

Invece ho messo su anche l’altro piede.

65 kg.

Mai pesato così tanto.

Mai stata così male.

Mai stata così incazzata.

Fanculo.

Sono scesa. Ho provato a fare qualcosa tipo respirare. Ho provato a pensare a cosa avrebbe fatto Pessoa al mio posto, oppure Sartre, o Dante Alighieri, o Schopenhauer. Ma sapete cosa?

Tutto questo è stupido.



Ho respirato ancora, e devo dire che la situazione è migliorata quando sono riuscita a svuotare la vescica e trovare i coglioni per tornare a tavola.

I coglioni per uscire con loro, dopo cena, e bere una birra.

Fanculo.

Ho avuto voglia di vomitare nel bar, ma adesso ho una nuova fobia, ovvero che non si tiri lo sciacquone nei bagni pubblici e il mio vomito rimanga lì, galleggiante. Che scema.

Non ho vomitato.

Non ho pensato assolutamente a niente.



Tranne che non ho mai visto un numero simile.

Tranne che io non mi peso mai, ma le uniche volte che mi sono pesata la lancetta segnava i 47. 46. 45. 42.

Tranne che il numero più alto che avevo visto era 60, questa estate.

Tranne che faccio schifo.

Tranne che la mia vita non ha una scansione temporale.

Tranne che ricordo ogni singola giornata di quando ero magra, ogni gita, momento, sorriso, mentre di questi ultimi ormai quasi 3 anni di bulimia e binge non ricordo nemmeno un giorno che si possa distinguere da quello precedente. Sembrano un ammasso di anni in cui io non ho fatto un cazzo, eccetto ingrassare, ovvio.

Tranne che la mamma della mia amica è morta, e la sera prima lei era a casa mia a studiare. Cancro allo stomaco. Se n’è accorta il 1 maggio, ed il 12 è morta.

Tranne che non sto da nessuna parte.

Tranne che potrebbero passare altri dieci anni e io non me ne accorgerei.

Tranne che ho 19 anni e nessun giorno della mia vita è degno di essere vissuto.

Tranne che fiumi di vittimismo mi scorrono nelle vene ed io vorrei aprirmele per farlo uscire.



Non vi sembrano abbastanza pensieri?



Fanculo alla maturità. Fanculo a Sartre e alla sua Nausea di merda. Fanculo a filosofia. Fanculo a me stessa. Io non riesco a pronunciare nessuna parola.

A parte fanculo, si intende.