mercoledì 8 aprile 2015

Il disperato bisogno di ascolto, del vostro.

Peccato che alla fine io pensi sempre e solo al cibo.
Nuova giornata al supermercato: compro il pane di segale per la merenda a scuola e la mia giornata è impostata su questa linea:

Colazione: te verde.
Spuntino: 50 g pane di segale
Pranzo: minestrone di verdure e legumi + mela
Spuntino: yogurt greco al limone
Cena: spiedini di pollo con insalata + mela.

A me non sembra un giorno di eccessiva restrizione alimentare, è esattamente come mangiavo quando pesavo 47 chili.  Ops.. no, ricordo che a quel peso gli spuntini erano una carota. È anche vero che a cena spesso mangiavo la pasta.
Ma che importa?
Ormai io non ho più quel peso.

Questo, preciso, è il mio diario alimentare di quando non mi abbuffo. Invertite il minestrone con del pesce e qualche carota, e cambiate la cena con qualche verdura cotta (cime di rapa etc) et voilà, niente di difficile.
(ma dovresti essere la metà di ciò che sei, se mangiassi davvero cosi!!!! Già, peccato che io NON mi abbuffi forse tre giorni a settimana, ormai- per chi non sa contare, 3 giorni non mi abbuffo, e 5 mi abbuffo.).

Per chi non ha voglia di sentir parlare di cibo beh, smetta di leggere il post. (vi prego, leggete...) Siccome disgraziatamente il cibo è il centro del mio mondo, siccome io ADORO parlare di cibo, del mio disturbo alimentare, delle mie fisse, delle schifezze, del peso, siccome io non penso ad altro tutto il giorno e siccome ho un disturbo alimentare beh, oggi voglio usare il mio spazio virtuale per SFOGARMI.

Perciò sedetevi comode e, se come me non pensate ad altro (ahimè) per tutta la durata della giornata, godetevi questo post sul CIBO  e sulle mie ABBUFFATE.

(vi prego, leggetelo lo stesso).

Sono una che cerca sempre di arginare il discorso prettamente “cibiatico”, per usare un neologismo; imposto i miei scritti e i post così come è impostato il mio cervello, ovvero una sviolinata di riflessioni inutili e noiose; diciamo che riporto i miei pensieri e cerco di disporre la mia depressione intensa sopra un foglio.
Ma oggi voglio essere mediocre, oggi voglio essere fottutamente BANALE, noiosa, superficiale: oggi ho bisogno di scrivere questo.

Situazione: supermercato.
Giro tra gli scaffali: merendine, porcate, cornetti alla crema, cioccolata bianca, biscottini di tutti i tipi.
Scatta la riflessione: “Cavolo, è cambiata la direzione delle mie abbuffate. Ultimamente mi ingozzavo di toast e scatolette di tonno, sognavo quello. Adesso sogno roba dolce, schifosamente dolce. Però, appena mi abbuffo di quella, parte la voglia di salato! È un bel problema! Di cosa posso abbuffarmi, la prossima volta?”

Situazione: ritorno a casa. Guardo le foto di quando pesavo venti chili in meno e penso “Porca miseria: come ero magra… aspetta, fammi scrivere al computer una mini storia in cui vado a correre tutti i giorni e dimagrisco e divento uno scheletro e tutti si preoccupano!”
E così faccio, inizio a scribacchiare qualcosa, credo di scrivere riguardo a qualche commento, qualche complimento, descrivo un po’ di ossa e poi mi stufo, chiudo il computer e rifletto ancora.
Giornata di riflessioni.
“Sono proprio un filosofo: ho una grande carriera da grande! Aspetta, come si dice filosofo al femminile? Forse filosofa. Ma no. Filosofessa. Ma che.”
Mi stufo in fretta di questi pensieri.
“Dovrei studiare”.
“No, cazzo, dovrei proprio studiare: ho solo la prossima settimana tre verifiche e non ho aperto libro. Ora faccio qualcosa.”
Continuo a stare seduta.
“Vorrei tornare magra. Quando finisco la maturità vado a correre tutti i giorni tre ore, faccio la cyclette le altre due ore, poi mangio un po’ di verdura e ricomincio: giri in bici, corse, starò in tuta tutto il giorno e in dieci giorni sarò uno stecchino.”

Ma sono un fottutissimo genio!
E non è finita qui! Questo programma, oltre a mettermi di ottimo umore, ha suscitato una riflessione ancora più profonda: io mi comporto come a scuola. Io non lo voglio il 7. Io non studio, prendo 5 e poi la prossima verifica mi spacco il culo e prendo 9.
Ecco la media del 7 pieno! Ho 7 lo stesso, direte voi; sì, ma sapete come me la sono spassata il giorno prima della verifica in cui ho preso 5, girando per torino a fare un cazzo???
Così mi comporto con il cibo: mi sfondo ora, poi corro per tre settimane come solo io so fare e perdo qualche chilo. Chissà che non ci prenderò la mano…

Perfetto.
Allora ho deciso che dopo la maturità dimagrirò perché andrò tutti i giorni a correre. Oh yeah! Appurato ciò, viene a crearsi un insormontabile problema. “Cosa cazzo faccio da qui alla maturità?”

DILEMMA.

1. Mi abbuffo, mi piango addosso, ho i capelli che fanno schifo, la faccia gonfia, sono sempre stanca e fiacca, però mi godo alla grande quintali di cibo che poi non mangerò più;

2. Mangio normalmente (?! Sarebbe? Che mangio un cornetto anziché 15 e accetto di perdere mezzo chilo al mese anziché cinque in una settimana? Nah)

3. Provo e riprovo a fare l’anoressica restringendo pian piano sempre di più, partendo dal D.A. qui sopra che seguo sempre e arrivando al quasi totale digiuno (se, vabbè, senza abbuffarmi? nah)

4. Provo a mangiare seguendo il D.A. postato qui sopra, ogni tanto mi abbuffo quando proprio non ce la faccio, e ogni volta mi abbatto perché non mi abbuffavo da un po’ e ho rovinato tutto

DILEMMA.
Forse solo un cancro sarebbe meno importante!
Ora, devo proprio decidere.
Mmm, penso e ripenso e non prendo minimamente in considerazione l’idea che potrei smetterla di pensare al cibo, che potrei fare altro, che potrei vivere serena lo studio e stare con il mio ragazzo.

Ooh, sarebbe bello. Ma io penso al cibo 24 ore su 24. SEMPRE. Pensatemi stupida, noiosa, ma sinceramente io non ho idea di che cosa cazzo facciano gli altri tutto questo tempo.
Ebbene, torniamo alle cose importanti.
Qui bisogna decidere del mio futuro, all’istante. Eh si, ragazze, perché si tratta di decidere cosa fare domani mattina.
Portarmi a scuola l’altro pezzetto di pane di segale o comprarmi un bombolone alla crema e poi sfondarmi tutto il giorno?

È una tragedia, una tragedia! Valuto bene tutte le opzioni: quando a luglio inizierò a dimagrire e mi ucciderò di sport ovviamente non toccherò più tutte queste porcate. Quindi, a brucia pelo, vi direi che seguirei la prima opzione: mi ingozzo ora tipo quegli animali che vanno in letargo, e poi a luglio dimagrirò e tutti noteranno la differenza; ma, riflettendoci, ciò è molto stupido perché sarò più grassa, farò più fatica e forse non perderò nemmeno peso, magari mollerò dopo due giorni.

Poi passerei alla quarta opzione.

Se solo …

…  non avessi già voglia di porcate.
Se non mi vedessi un bisonte allo specchio e se non pensassi “tanto ormai sono grassa”.
Avevo letto un pensiero di Softy questa estate che non capivo, quando l’ho letto, e che non avrei pensato di fare. Lei diceva che un tempo se mangiava un biscotto pensava: “se finisco il pacco ingrasso. Ma se non lo faccio, mica dimagrisco!”.

E non c’è frase che possa esprimere meglio come io mi senta adesso.

Se domani non mi abbuffo, se io non vado a comprare un pacco di cornetti alla crema, se non mi ingozzo di cioccolata bianca, biscotti ripieni, torte al limone, io non dimagrisco. Non tornerò a pesare 47 chili. Anche perché tanto sarebbe solo un rimandare la mia abbuffata reprimendo il desiderio di abbuffarmi.
Ma se io mi abbuffo al massimo metto su un altro chilo, e sarebbero 21, anziché 20 in più, e nessuno se ne accorgerebbe.

Ho scritto un post simpatico per cercare di riderci su, ma non c’è nulla da ridere.

Io non so nemmeno più perché mi abbuffo: una volta vi assicuro che mi abbuffavo perché reprimevo le emozioni, le soffocavo nel cibo. Ancora adesso ogni tanto mi abbuffo perché vanno all’aria i miei programmi, perché penso che non posso dormire con il mio ragazzo, perché penso che mancano 10 anni a che potremo vivere da soli, perché penso che devo studiare e mi angoscio.
Poi a volte mi abbuffo perché sono grassa.
Ma altre volte mi abbuffo perché io DECIDO di abbuffarmi. Non perché voglio la torta al limone, altrimenti la chiederei a mia mamma e ne mangerei una fetta (diciamo che se riesco a pranzare con un minestrone, riesco a mangiare una fettina di torta); ma perché io voglio ABBUFFARMI di torta al limone. Voglio mangiarne due, tre, quattro. Voglio stare male da quanta ne ho mangiata.
E non mangio nemmeno per fame. Per prima cosa il mio d.a. non è da fame, e poi ho mangiato anche più di così. Mi sono abbuffata dopo un pranzo normale con pasta, carne, frutta. Mi sono abbuffata dopo la colazione. Mi sono abbuffata dopo un’abbuffata.

La cosa più triste è che non si può ridurre ad una FAME. Se avessi fame io mangerei di più (tanto non ingrasserei, visto quanto mi sfondo con un’abbuffata, anzi). Se avessi fame io non avrei iniziato ad abbuffarmi esattamente quando la dottoressa mi ha dato la dieta “ingrassante”, come la chiamo io, con pasta, proteine, verdura e frutta tutti i pasti. Ho mangiato come il D.A. che ho postato per due anni, e pesavo 47 chili, forse mangiavo qualcosa in più nei pasti, ma allora era diverso; eppure non mi sono mai abbuffata.

La cosa peggiore, forse, è che non mi abbuffo nemmeno per stare fisicamente male. Certo, mi sento un po' una merda (e tra poco nemmeno più quello) ma non sto poi così male. A volte vomito, e ricomincio ad abbuffarmi.
Mi piace quasi, ed è spaventoso. Prima stavo da cani, non mi alzavo dal letto. Ora rotolo fino al cesso, vomito anche non tutto, giusto quel po’ per far entrare ancora cibo, e poi ricomincio.

Io non capisco perché mi abbuffo. Forse sto davvero male, ma io non lo so? Forse ho davvero RIMOSSO il motivo per cui mi abbuffo? Forse mi abbuffo perché i miei non dormono più insieme, perché mia mamma è sola, mio padre non esiste, e lei mi svuota l’armadio tutti i giorni per controllarlo? Forse mi abbuffo perché con il mio ragazzo ho il coprifuoco alle undici e mezza il sabato sera? O forse queste sono tutte stronzate, STRONZATE? O forse mi abbuffo perché, semplicemente, io sono una maiala ingorda?

Ho una disperata paura, ma che dico, ho il TERRORE che sia proprio così. Che la sentenza sia: MAIALA INGORDA.
E che io mi nasconda dietro una malattia. E che faccia perdere tempo a voi e a me stessa cercando di identificare un dolore da estirpare per rimediare a tutto questo schifo, che in fondo non esiste.
Ho il terrore che tutto questo non mi faccia poi così schifo.
E allora mi chiedo: se volessi sinceramente quei cornetti alla crema e quella torta, e quella cioccolata, perché mai sarei qui ad urlarvi aiuto?
Davvero ve lo chiedo perché voglio essere magra ma mangiando la torta ingrasso?
È davvero così semplice?

Io temo che lo sia.
Scusate.

martedì 31 marzo 2015

Gli altri devono mangiare più di me.


Ciao ragazze meravigliose :)
Voglio iniziare questo post con due citazioni dalla mia Bibbia, “La coscienza di Zeno”, e vi invito a leggerle e, se avrete pazienza, concludere il mio post.

Ma allora io non sapevo se amavo o odiavo la sigaretta e il suo sapore e lo stato in cui la nicotina mi metteva. Quando seppi di odiare tutto ciò fu peggio. E lo seppi a vent’anni circa. Allora soffersi per qualche settimana di un violento male di gola accompagnato da febbre. Il dottore prescrisse il letto e l’assoluta astensione dal fumo. Ricordo questa parola assoluta! Mi ferì e la febbre la colorì: un vuoto grande e niente per resistere all’enorme pressione che subito si produce attorno ad un vuoto.
Quando il dottore mi lasciò, mio padre, con tanto di sigaro in bocca restò ancora per qualche tempo a farmi compagnia. Andandosene, dopo di aver passata dolcemente la sua mano sulla mia fronte scottante, mi disse:
-Non fumare, veh!
Mi colse un’inquietudine enorme. Pensai:  “Giacché mi fa male non fumerò mai più, ma prima voglio farlo per l’ultima volta”.
Accesi una sigaretta e mi sentii subito liberato dall’inquietudine ad onta che la febbre forse aumentasse e che ad ogni tirata sentissi alle tonsille un bruciore come se fossero state toccate da un tizzone ardente.
Finii tutta la sigaretta con l’accuratezza con cui si compie un voto. E, sempre soffrendo orribilmente, ne fumai molte altre durante la malattia.
Mio padre andava e veniva con il suo sigaro in bocca dicendomi:
-Bravo! Ancora qualche giorno di astensione dal fumo e sei guarito!
Bastava questa frase per farmi desiderare ch’egli se ne andasse presto, presto, per permettermi di correre alla mia sigaretta. Fingevo anche di dormire per indurlo ad allontanarsi prima.”

“Scommettemmo! Il primo che avrebbe fumato avrebbe pagato eppoi ambedue avrebbero ricuperato la propria libertà. […]
La scommessa si dimostrò perniciosissima. Non ero più alternativamente padrone ma soltanto schiavo e di quell’Olivi che non amavo!
Fumai subito.
Poi pensai di truffarlo continuando a fumare di nascosto. Ma allora perché aver fatta quella scommessa? Corsi allora in cerca di una data che stesse in bella relazione con la data della scommessa per fumare un’ultima sigaretta che così in certo modo avrei potuto figurarmi fosse registrata anche dall’Olivi stesso.
Ma la ribellione continuava e a forza di fumare arrivavo all’affanno. Per liberarmi di quel peso andai dall’Olivi e mi confessai.
Il vecchio incassò sorridendo il denaro e, subito, trasse di tasca un grosso sigaro che accese e fumò con grande voluttà.
Non ebbi mai un dubbio ch’egli non avesse tenuta la scommessa. Si capisce che gli altri son fatti altrimenti di me.”

Ciao, ragazze.
Il 30 marzo, dopo aver scritto il post, mi sono abbuffata. Ho aperto questo libro e ho tirato un enorme respiro,  ho aperto il computer e mi son detta “Lo condivido con loro. “.
Probabilmente e fortunatamente molte di voi non capiscono a fondo questo mio essere inetta  fino al midollo; ebbene, ragazze, è davvero così. Sono una fallita a tal punto, sì, come pensate voi. E credo sia tristemente per questo che Svevo è piaciuto solo a me, in tutta la mia classe.
Chi può comprendere a fondo un inetto? Solo un altro inetto.
Non vi spiego i passi che ho riportato perché sarebbe un enorme peccato: non bisogna capire, bisogna vivere.
Io e Svevo ci saremmo sposati, se fossimo vissuti nella stessa epoca: lui avrebbe scritto romanzi ispirati a me e fidatevi che sarebbe rimasto inorridito lui stesso. Immagino avrebbe detto “Nemmeno io sarei stato capace di creare un inetto come te! Tu sei l’ inettitudine! Mai vista un roba del genere…!”

A parte gli scherzi non volevo dedicare il post ai miei fallimenti innumerevoli, bensì ad un pensiero anoressico che ancora provo, ogni tanto, nonostante io sia anoressica solo più nel cervello, ma che nel periodo in cui lo ero pure fisicamente io coltivavo ed era divertentissimo per me da mettere in pratica: “Dio, se non vuoi far dimagrire me, fai ingrassare gli altri!”
Ebbene sì, la cattiveria di una malata può arrivare a soglie che voi umani non potete immaginare!

Un anno dopo essermi ammalata di anoressia, quando sono arrivata a 42 chili, facevo la prima superiore.
Uscivo all’una tutti i giorni, mentre mia sorella che andava alle medie usciva alle 13.40.
In quei quaranta minuti voi non potete sapere cosa non combinavo: mamma lasciava a me e mia sorella una pentola di pasta da dividere, e, come è naturale che sia, facevo a lei un maxi piattone gigante e per me lasciavo qualche forchettata.
Tanto lei arrivava dopo!
Ma questo non è nulla. Riempivo la sua pasta di olio, le grattugiavo il formaggio, aggiungevo sugo, condimento, sale, ero una vera merda! Come mi piaceva, era un atto che mi mandava in estasi… poi mia sorella era così magra!
Quando mia mamma cucinava la peperonata io mi prendevo due cucchiaiate e a lei condivo il sugo con l’olio, prendevo il pane e glielo inzuppavo nel sugo e le facevo un mega piatto che lei poi doveva mangiare perché non aveva idea di quanto mia mamma cucinasse, quindi nella sua ottica quella era la sua porzione e mamma l’avrebbe picchiata se non avesse mangiato.
(sì, mia mamma è sempre stata piuttosto poco dolce…)
Quando c’era la cotoletta io mi mangiavo la mia e poi a lei, oltre alla cotoletta, impanavo e friggevo del pane e lei se lo mangiava con gusto, non immaginate gli orgasmi che provavo ahahJ
Non so se vi è mai successo, mi sento cattiva a ricordare queste cose, ma mi fanno troppo ridere!
Pensate che preparavo a mia mamma la merenda tutti i santi giorni: per me una mela o uno yogurt e per lei due, tre toast e se non li mangiava (cosa improbabile) io mi offendevo e mi saliva il panico, mi chiudevo in camera e avevo crisi terribili!
Così a tavola: guardavo solo nel piatto degli altri.
1)  Per non andare più veloce di loro
2)  Per controllare che mangiassero più di me.
Era un’ossessione.
Ora sinceramente peso 20 kg in più, per cui me ne frega poco che mia mamma mangi il toast, tanto sono infinitamente più grassa di lei e di mia sorella pure, e l’unico obiettivo della mia vita è non abbuffarmi – cosa che mi pare impossibile viste le mie capacità di mantenimento propositi.

Ora sinceramente sogno tutte le notti il momento in cui sarò di nuovo magra.
Ora sinceramente vesto solo in tuta, faccio schifo, e penso che mi vestirò quando sarò magra.
Ora, sinceramente, nei giorni restrizione aggiungo l’olio a mia mamma di nascosto nel piatto, ma nulla di più. È una sorta di piccola abitudine, un tic, un automatismo.
Sono stata malata, sono stata cattiva. Ma venderei l’anima al diavolo per riavere il corpo che imprigionava quella mente meschina e spietata.

E voi, ragazze, avete mai avuto o avete tutt'ora questa insana abitudine? :)

lunedì 30 marzo 2015

Un anno.

Mi sembrava doveroso dedicare un post ad un anno del mio blog.
Grazie perché mi avete sostenuta, appoggiata, ascoltata... Non so che dire. Solo che probabilmente questo blog mi ha un po' salvata: spero di continuare a condividere con ognuna di voi la mia vita, di continuare ad ascoltarvi e a crescere grazie a voi, anime sensibili e intelligenti...e spero di potervi comunicare un giorno che sono uscita dalla merda.
Intanto festeggio un anno di Sybil con un proposito: da oggi non mi abbuffo più.
Spero che Svevo mi possa perdonare se riuscirò a mantenerlo... Anche lui festeggiava gli avvenimenti significativi della sua vita con un proposito: persino la morte di suo padre. Inutile dire il suo matrimonio e la nascita dei suoi figli.
Ma il mio proposito sarà sicuramente l'ultimo...
Un abbraccio e un grazie immenso a tutte voi... Spero non vi stancherete in fretta di me! E che un giorno potremmo ritrovarci tutte decrepite e ciccione a ridere di questi post lunghi e noiosi in cui ci credevamo grasse!
Un bacio,
Cecilia.

sabato 21 marzo 2015

La deficienza occasionale

Le parole si trascinano, ma non mi trascinano. Oserei dire “purtroppo”, perché la mia infelicità è paralizzante.
Niente riesce a dissuadermi, niente a convincermi, niente a stravolgermi. Non ho trovato quella parola capace di farmi dire “no”.
Intanto il cielo si spegne lentamente nelle mie ossa, in fondo al corpo, nascoste; il desiderio disperato di quelle parole
 “Come sei dimagrita.”
“Ma non stai dimagrendo troppo?”
“Sei sempre più sciupata”.
Cosa ho fatto per non meritarle più?

Una vita brillante e perfetta che anela a dei superficiali giudizi di gente comune.

La complessa identità del niente è da scandagliare e deframmentare per poterla bruciare insieme a tutti i propositi ammuffiti, marci, fetenti. Per un grande fuoco immaginario e imponente, un enorme pozzo di morti e vivi, un’indistinta cieca selezione riguardo la merda.
Sì, una simpatica e sporca cura per l’inettitudine. Mentre scrivo mi affanno come un mulo, stremata, rotta, stanca: il vento si trascina le parole, i miei occhi le perdono e la testa non le segue; quante cose vorrei dire, urlare, gridare, e quante cose soffoco nel petto e nei polmoni come fumo e come arroganti gelosie di pensieri attenti e sfuggenti! Di quante parole potrei  liberarmi come di un macigno nel cuore asciutto, invece di gettare tutto nello stomaco insieme a tonnellate di povero cibo innocente, frantumato e poi sputato, ridotto ad un mucchio di carne ed odore!
Carne viva, pesante, carne presente: come si potrebbe conservare e consumare con furia, se solo non fossi sola al mondo!

Ogni solitudine è povera e insieme ricca, ogni mondo è degno e indegno, la miseria conduce un filo tra ogni sentimento umano e puramente costruito e determinato dapprima dal bisogno di vivere, poi da quello intollerabile di morire!

Il mio cervello crea ed io obbedisco, non provo a ribellarmi e do vita a immagini pazzesche di desolazione e misurata negligenza.
Misurata: ogni cosa in un suo angolo di macerie, ogni pensiero nel suo spazio non-vitale; la distruzione che non risparmia nemmeno se stessa.
Una strage di propositi, così amo chiamarla: la profonda consapevolezza di non potercela fare, nascosta sotto strati piacevolmente numerosi e comodi di speranza, grinta, volontà, tutte quelle cose che contano ben poco; dolorosamente nulla.
Ricominciare fa parte del gioco allettante dell’autolesionismo, quel desiderio inspiegabile di essere dannati, esclusi ed incompresi (disgraziatamente soddisfatti).

La deficienza occasionale.

L'intelligenza non-presente. Quella non vissuta. Quella non capita. Difficile è l’affermarsi dei diversi e dei noiosi: i primi perché non gli altri, i secondi condannati. La solitudine è il diritto di ogni anima ritrovata, e se negata viene difesa fino alla morte, con la morte che ne è il culmine.
La punta del cielo aspetta i giusti, eppure la giustizia premia i colpevoli e li libera, li perdona, scatenando nei retti l’ira che li rende rei.
L’ispirazione chiusa in una scatola, sfumata come polvere di matita.
Mangio.
Un gesto così naturale,  un gesto ripetitivo fino a diventare ossessione.
Sono spaventosamente infelice: mangio. Non riesco a trovare una ragione per continuare a combattere.
Continuo a pensare a come ero magra,  ma è inutile: non sono capace.
Sono parole su parole in un giorno in cui tutto è spento, sono morta dentro, gli occhi sono tristi nel loro più profondo angolo ma nessuno se ne accorge, non esiste una cura per questa maledetta e paralizzante tristezza!
Non esiste convinzione che me ne liberi, sono tormentata, soffro tantissimo ma non riesco a trasmettere nemmeno un briciolo di questo straziante dolore!
Ho un’anima lacerata, le parole mi sfuggono ed io sono completamente sola, il mondo continua a girare mentre io vorrei che si fermasse perché non sono pronta ad andare avanti.
Non ce la faccio più.

Una bottiglia di acqua mezza vuota, i capelli appiccicati in testa in una stanza affollata dal silenzio, un silenzio in cui non c’è spazio per me e le mie grida disperate: ammutolisco.
Incomprensibile per chi non brucia di questo fuoco feroce e spietato.
Incomprensibile. Non di quella che poi si può risolvere e si spiega: non è comprensibile. Quell’infelicità che ti divora da dentro, ti lacera il cuore; sono un’anima ferita e pare che ingoi il mio sangue ma non è così e forse non posso nemmeno dimostrarlo.

Un dramma.

Ho tanta voglia di scomparire, non voglio provare più questo dolore. Ci riesco, ma non voglio.
Forse è vero quello che dice Emil Cioran:

non esiste una sofferenza limite.

martedì 17 marzo 2015

Limbo

Ha monopolizzato il mondo.
È in suo diritto uccidere senza pietà, il mondo si apre quando lei scrive. Lei e la penna e il silenzio circostante e la lucina accesa, piccola, attorno alle sue dita svelte e smaniose.
Delle parole da consumare al più presto, prima che si scordino e non si amino, delle parole pesanti e armoniose.

Il giorno è piovoso, la luce è nascosta nel grigio dell’asfalto che è il grigio del cielo; infine è un secondo di amarezza in gola, un minuto di follia fugace e passeggera, infine non è altro che una sensazione spiacevole nel petto.
Mi guardo allo specchio mio malgrado e mi lavo con furia e immagino: non penso ad altro che al mio corpo più sottile, ed al cibo di cui vorrei riempirmi.
Giro tra gli scaffali e guardo, conto, memorizzo; nove di storia.
Continuo a vagare tra merende ipercaloriche che sogno di divorarmi con goduria un pomeriggio da sola: bomboloni alla crema grassi e unti; crostate al limone piene di crema al limone; barattoli di nutella bianca.
Biscotti strani, biscotti ripieni.
Annoto tutto nei messaggi del cellulare, e penso “Mi piace quando non mi abbuffo. Ora mi faccio altri venti giorni rilassata senza abbuffarmi e poi vengo qui e compro tutto.”
Soddisfatta passo al salato: guardo sofficini impanati e ripieni al formaggio; guardo il gorgonzola, i formaggi cremosi, il pane morbido da riempire di salse, Philadelphia, salumi, formaggio fuso, mozzarella, olio e sale, burro di arachidi e tutte le porcherie che vi vengono in mente.
(beh, gli altri scelgono il film da vedere al cinema ed io la roba con cui abbuffarmi. Ad ognuno il suo!)

Torno a casa e mangio un piattino di lenticchie, la minestra napoletana (sarebbe una verdura tipo cime di rapa) e una mela.
Continuo a fantasticare sulla prossima abbuffata, mentre immagino come sarebbe bello evitarla.
Sono tormentata, divisa, spaccata in due, lacerata nel petto.
Guardo il mio corpo e lo voglio sottile, voglio pesare quarantasette chili, almeno, voglio uscire a mangiare una pizza solo un sabato sera, voglio poter pranzare con il mio ragazzo e restringere gli altri giorni.
Vorrei un equilibrio, ma contemporaneamente voglio scofanarmi tutto il cibo del mondo, riempirmi fino a piangermi addosso, fino a rotolare, voglio odiarmi e ricominciare di nuovo da capo.

Ho smesso di abbuffarmi venerdì, mi sono sgonfiata sebbene siano SOLO cinque giorni.
Voglio superare i venti, ma contemporaneamente desidero con tutta me stessa tutta quella roba di cui ingozzarmi, di cui pentirmi, di cui piangere.
Voglio arrivare per l’estate con un sacco di chili in meno, e vedo che se decido ce la faccio (ora non abbuffarmi è più semplice, e mangio moooolto poco, pochissimo, e sto moooolto bene, moltissimo); ma contemporaneamente voglio divorare ogni cosa, voglio divorare tutto.
La mia misera e stupida vita è attraversata da questi drammi.
Seriamente? No, ma davvero?
Con il cervello che mi sento potrei conquistare il mondo!, ed invece sono qui a tormentarmi tra gli scaffali rinunciando al compromesso “Un pezzetto di questo”. Non è questione di voglie, di piccoli sfizi: voglio intenzionalmente abbuffarmi.

Credo che io voglia smettere di abbuffarmi perché dimagrirei e quindi potrei abbuffarmi di nuovo.
Si, credo sia così.

Ma voi pensate davvero che il binge sia una malattia? O forse è una bulimia/anoressia trasformata in qualcosa di più sano, o meglio meno pericoloso?
Perché io mi sono ammalata di anoressia, io mi sono sempre identificata con l’anoressia, io ero quella magra. Ed ora non lo accetto. Non accetto tutto questo eccessivo desiderio di cibo; ma più che il desiderio, non accetto che io possa pensare di poterlo soddisfare.

Mi sento una completa idiota. Sto qua davanti alla scrivania e penso al cibo e parlo di cibo e corpo; oggi ho fatto la verifica su “Mastro-don Gesualdo” che ho letto con furia tra ieri e l’altro ieri, otto ore e passa filate, fino alle due di notte: il mio professore ci mette frasi dal libro da contestualizzare (cosa accade prima, cosa dopo), una critica da commentare e domande generali come la figura femminile nel romanzo, o il ruolo del paesaggio, o la scalata sociale e il tema dei vinti.
Povero Gesualdo, mi ha ricordato un sacco mio padre.
La cosa che mi fa ridere è che nel libro venivano descritte la moglie e la figlia: entrambe magrissime, scarne, entrambe fragili, entrambe dannatamente secche.
Mi facevo ridere da sola ad essere invidiosa di loro, sono proprio pazza.

Perché un’anoressica deve ammalarsi di binge? Io vorrei tanto guarire, però me lo chiedo spesso, spessissimo.
Cosa è successo che mi ha fatta ingrassare? Dove ho sbagliato?
Forse devo semplicemente dimagrire quanto basta per desiderare di dimagrire ancora. Da grassi è più difficile trovare la grinta per dimagrire. Ma quando sei magra, cazzo, niente e nessuno deve portarti via quello che hai! È il ragionamento che facevo io. Mi spiego: quando ero magra non mi abbuffavo (ovviamente) perché non volevo assolutamente ingrassare, un etto si vedeva come dieci chili. Adesso è diverso, perché mi dico che tanto sono grassa, che ormai nessuno più ci fa caso, che poi dimagrisco, che ho tempo, tutta la vita davanti e queste stronzate.
Devo semplicemente perdere i primi dieci chili, arrivare a cinquanta e poi il gioco è fatto: credo che, almeno ricordando come era prima, vedendomi così magra mi passerà la voglia di strafogarmi.
Per ora sto qui a ripetere le stesse cose noiose mentre sorrido perché non mi abbuffo, e mi dispero perché ho una terribile voglia di farlo.
Uffa.

giovedì 12 marzo 2015

La giostra dell' inettitudine.

È iniziato tutto questa mattina, lo sapevo.
Ho fatto un sogno orribile: ho sognato di rimanere sveglia tutta la notte. Quando finalmente, nel sogno, mi mettevo a dormire, è suonata la sveglia.
Immediatamente ho pensato che è ciò che provo ogni secondo della mia vita: la sensazione di non aver dormito, e di pensare finalmente di addormentarmi quando è il momento di svegliarmi. (Tradotto nel linguaggio comune, combatto continuamente contro il mio dca, principalmente, e quando finalmente penso di aver intrapreso la strada giusta e aver trovato un equilibrio, scopro invece che è il momento di alzare il culo e combattere, di nuovo, ancora.)
Come quando studi una settimana intera per un compito difficilissimo, o un esame impossibile, arriva finalmente il momento in cui te lo togli, e scopri che due giorni dopo ne hai un altro ancora più complesso. E invece di tornare a casa a festeggiare, ti sbatti sui libri, di nuovo.

Ho capito, con questa riflessione, che sarebbe stata una giornata di merda. Giuro che mi sono svegliata con una stanchezza terribile, proprio come se non avessi dormito.
Sono andata a scuola: sabato scorso ho avuto la simulazione di terza prova: consegna di inglese: 10. Consegna di biochimica: 9.
Non ho nemmeno esultato, perché come vi ho detto avevo quella sensazione addosso che non mi permetteva di festeggiare. Infatti, pensavo già al compito di lunedì e a quello di martedì, per i quali studierò domenica notte visto che sabato e domenica ho un ritiro con i miei bambini di cui sono animatrice, fanno prima media, e dormiremo tutti insieme.

Esco da scuola con questa orrenda sensazione addosso, mangio un toast e accompagno la mia amica al consultorio perché dopo due settimane di rapporti con un ragazzo che conosce da due mesi scarsi, ha deciso di prendere la pillola.

Non c’è un posto al mondo in cui noi inetti possiamo stare in pace: ci sarà sempre qualcosa che ci chiederanno di fare e che noi non sapremo affrontare.

E come sempre, mi sono sentita male. Non quel male che sai che passa, non un fastidio leggero: il male di vivere.
L’ho sentito dimenarsi nel petto e spingere per uscire, e seduta davanti a quella sedia di quella ginecologa con la mia amica accanto avrei voluto urlare che non è giusto, avrei voluto strapparmi il cuore perché sono una stupida inetta, una cretina, una fallita!
In quel momento mi sono sentita la puttana del mio ragazzo, scusate, lasciatemi sfogare perché non so cosa fare: sono tornata a casa con l’intenzione di abbuffarmi e non so se lo farò, mi sono detta “Scrivo su blogger, ci provo, magari non mi abbuffo” ma è difficile, ho una carica emotiva enorme e non riesco nemmeno a mettere in ordine quello che provo…

Io ho rapporti con il mio ragazzo da un anno, e sono due e qualche mese che stiamo insieme: usiamo il preservativo. Perché non riesco a fidarmi della pillola e ho sempre pensato di essere troppo giovane, ho sempre pensato che fosse una decisione importante, da prendere con coscienza, quando fossi stata sicura di lui e quando un “incidente” non sarebbe stato la fine del mondo.

Invece a quanto pare sono la solita cretina, la solita figlia di puttana che si costruisce mille castelli e invece la prima amichetta che si scopa un ragazzo (fidanzato, tra l’altro!!) da due settimane decide di prendere la pillola.
E mi parla da donna vissuta dicendo che lei vuole una cosa stabile, che la pillola è più sicura, ed io la ascolto, muta, come al solito, pensando che sono la puttana del mio ragazzo.
Già, perché il preservativo è da rapporto occasionale secondo lei, ed io sono talmente inetta da non essere in grado nemmeno di vivere un rapporto con serenità e sicurezza senza che sia “occasionale”.

Ho pianto come una scema per un motivo ancora più scemo di me, ho pianto e urlato e ho una voglia di abbuffarmi che mi fa spingere le lettere sulla tastiera con una forza che le distruggerebbe; sono disperata nella mia disperazione per non so quale cazzo di motivo.

Non sono contenta del 10 di inglese, del 9 di biochimica (mai preso in vita mia ma il mio ragazzo fa medicina e mi ha spiegato tutto con amore, un santo, davvero, un angelo), non sono mai contenta di niente.
Tutto mi rende insoddisfatta, frustrata, triste, arrabbiata, tutto mi rende infelice!
Ogni cosa mi fa sentire una merda, è la sensazione peggiore al mondo, cazzo! Credo che mi abbufferò.

L’ho scritto oggi pomeriggio, e subito dopo ho chiuso il computer con furia e mi sono abbuffata.
Sento che sono risalita sulla giostra. Un’ abbuffata distrugge tutto, però anestetizza il dolore. Ho pianto e ho provato a vomitare ma è arrivato mio padre, così disperata e triste ho scritto al mio ragazzo, gli ho scritto che ho mangiato come un bue e non ho vomitato, e lui è corso da me.
Siamo stati tutto il pomeriggio a guardare video scemi su youtube: io dovrei studiare, ma non ce l’ho fatta.
Abbiamo riso, abbiamo parlato, mi ha abbracciata, sono stata bene perché sono innamorata di lui.
E di nuovo, da domani, inizia la battaglia.

domenica 8 marzo 2015

La solita vita del cazzo.

Che vita del cazzo.
Ho scritto miliardi di post tutti salvati sul pc in cui ero immensamente felice per Riccardo che è stato operato e per me che non mi abbuffavo ma infine cazzo infine è sempre la stessa vita del cazzo.
Stamattina mi sono svegliata e non ci credevo, non potevo crederci, non poteva essere successo porca puttana, venti giorni in cui non mi sono abbuffata, VENTI buttati nel cesso così, per niente, come una stupida perché la stupida qui presente si è ingurgitata due tavolette di cioccolato bianco, un pacco da 10 cornetti alla crema, pane e formaggio, amaretti, biscotti schifosi e ha pure cenato con la pasta, il pane, pensate ad un cibo e vi giuro che l'ho divorato.
E potete sgridarmi, pensare che sono un'idiota, fatelo, fatelo.
Questa mattina mi sono svegliata e ho pensato "non è possibile che sei così CRETINA, così idiota, così stupida, ma cazzo, sei una merda!" mi sono fatta la doccia apatica e non capivo un cazzo, non è possibile, maledizione! Sono così infuriata, accecata dalla rabbia, non vedo un cazzo!
Ci credevo questa volta.
E non doveva succedere... Perché sono capitata in una testa così e in un corpo così maledettamente grosso?
Sono una cretina, non c'è altra spiegazione.
Ho una rabbia in tutto il sangue, cazzo, cazzo! Ma perché?
Sono una miseria di persona, un'incapace, una stronza.
Che vita del cazzo. Era così bello non abbuffarsi... Svegliarsi e non Dover rimediare, rimediare, il mio fottuto destino è rimediare, rimettere insieme i pezzi.
E non è stato uno sgarro. Non è stato un errore.
È stata un'abbuffata spaventosa, megagalattica.
E non ho piu la forza.
Non ho mangiato un cornetto: ne ho mangiati dieci.
Altre porcate perché mi faccio schifo.
Che vita del cazzo.