Ha monopolizzato il mondo.
È in suo diritto uccidere senza pietà, il mondo si apre quando lei scrive. Lei e la penna e il silenzio circostante e la lucina accesa, piccola, attorno alle sue dita svelte e smaniose.
Delle parole da consumare al più presto, prima che si scordino e non si amino, delle parole pesanti e armoniose.
Il giorno è piovoso, la luce è nascosta nel grigio dell’asfalto che è il grigio del cielo; infine è un secondo di amarezza in gola, un minuto di follia fugace e passeggera, infine non è altro che una sensazione spiacevole nel petto.
Mi guardo allo specchio mio malgrado e mi lavo con furia e immagino: non penso ad altro che al mio corpo più sottile, ed al cibo di cui vorrei riempirmi.
Giro tra gli scaffali e guardo, conto, memorizzo; nove di storia.
Continuo a vagare tra merende ipercaloriche che sogno di divorarmi con goduria un pomeriggio da sola: bomboloni alla crema grassi e unti; crostate al limone piene di crema al limone; barattoli di nutella bianca.
Biscotti strani, biscotti ripieni.
Annoto tutto nei messaggi del cellulare, e penso “Mi piace quando non mi abbuffo. Ora mi faccio altri venti giorni rilassata senza abbuffarmi e poi vengo qui e compro tutto.”
Soddisfatta passo al salato: guardo sofficini impanati e ripieni al formaggio; guardo il gorgonzola, i formaggi cremosi, il pane morbido da riempire di salse, Philadelphia, salumi, formaggio fuso, mozzarella, olio e sale, burro di arachidi e tutte le porcherie che vi vengono in mente.
(beh, gli altri scelgono il film da vedere al cinema ed io la roba con cui abbuffarmi. Ad ognuno il suo!)
Torno a casa e mangio un piattino di lenticchie, la minestra napoletana (sarebbe una verdura tipo cime di rapa) e una mela.
Continuo a fantasticare sulla prossima abbuffata, mentre immagino come sarebbe bello evitarla.
Sono tormentata, divisa, spaccata in due, lacerata nel petto.
Guardo il mio corpo e lo voglio sottile, voglio pesare quarantasette chili, almeno, voglio uscire a mangiare una pizza solo un sabato sera, voglio poter pranzare con il mio ragazzo e restringere gli altri giorni.
Vorrei un equilibrio, ma contemporaneamente voglio scofanarmi tutto il cibo del mondo, riempirmi fino a piangermi addosso, fino a rotolare, voglio odiarmi e ricominciare di nuovo da capo.
Ho smesso di abbuffarmi venerdì, mi sono sgonfiata sebbene siano SOLO cinque giorni.
Voglio superare i venti, ma contemporaneamente desidero con tutta me stessa tutta quella roba di cui ingozzarmi, di cui pentirmi, di cui piangere.
Voglio arrivare per l’estate con un sacco di chili in meno, e vedo che se decido ce la faccio (ora non abbuffarmi è più semplice, e mangio moooolto poco, pochissimo, e sto moooolto bene, moltissimo); ma contemporaneamente voglio divorare ogni cosa, voglio divorare tutto.
La mia misera e stupida vita è attraversata da questi drammi.
Seriamente? No, ma davvero?
Con il cervello che mi sento potrei conquistare il mondo!, ed invece sono qui a tormentarmi tra gli scaffali rinunciando al compromesso “Un pezzetto di questo”. Non è questione di voglie, di piccoli sfizi: voglio intenzionalmente abbuffarmi.
Credo che io voglia smettere di abbuffarmi perché dimagrirei e quindi potrei abbuffarmi di nuovo.
Si, credo sia così.
Ma voi pensate davvero che il binge sia una malattia? O forse è una bulimia/anoressia trasformata in qualcosa di più sano, o meglio meno pericoloso?
Perché io mi sono ammalata di anoressia, io mi sono sempre identificata con l’anoressia, io ero quella magra. Ed ora non lo accetto. Non accetto tutto questo eccessivo desiderio di cibo; ma più che il desiderio, non accetto che io possa pensare di poterlo soddisfare.
Mi sento una completa idiota. Sto qua davanti alla scrivania e penso al cibo e parlo di cibo e corpo; oggi ho fatto la verifica su “Mastro-don Gesualdo” che ho letto con furia tra ieri e l’altro ieri, otto ore e passa filate, fino alle due di notte: il mio professore ci mette frasi dal libro da contestualizzare (cosa accade prima, cosa dopo), una critica da commentare e domande generali come la figura femminile nel romanzo, o il ruolo del paesaggio, o la scalata sociale e il tema dei vinti.
Povero Gesualdo, mi ha ricordato un sacco mio padre.
La cosa che mi fa ridere è che nel libro venivano descritte la moglie e la figlia: entrambe magrissime, scarne, entrambe fragili, entrambe dannatamente secche.
Mi facevo ridere da sola ad essere invidiosa di loro, sono proprio pazza.
Perché un’anoressica deve ammalarsi di binge? Io vorrei tanto guarire, però me lo chiedo spesso, spessissimo.
Cosa è successo che mi ha fatta ingrassare? Dove ho sbagliato?
Forse devo semplicemente dimagrire quanto basta per desiderare di dimagrire ancora. Da grassi è più difficile trovare la grinta per dimagrire. Ma quando sei magra, cazzo, niente e nessuno deve portarti via quello che hai! È il ragionamento che facevo io. Mi spiego: quando ero magra non mi abbuffavo (ovviamente) perché non volevo assolutamente ingrassare, un etto si vedeva come dieci chili. Adesso è diverso, perché mi dico che tanto sono grassa, che ormai nessuno più ci fa caso, che poi dimagrisco, che ho tempo, tutta la vita davanti e queste stronzate.
Devo semplicemente perdere i primi dieci chili, arrivare a cinquanta e poi il gioco è fatto: credo che, almeno ricordando come era prima, vedendomi così magra mi passerà la voglia di strafogarmi.
Per ora sto qui a ripetere le stesse cose noiose mentre sorrido perché non mi abbuffo, e mi dispero perché ho una terribile voglia di farlo.
Uffa.
“Il vero sciocco, colui che gli dei deridono e distruggono, è quello che non conosce se stesso. Io lo fui per troppo tempo. Tu anche lo fosti per troppo tempo. Non esserlo più. Non aver timore. Il vizio supremo è la superficialità. Tutto ciò che è vissuto fino in fondo è giusto.” De Profundis, Oscar Wilde. Sono una lettrice, amo la filosofia e la letteratura, ma odio il mio corpo. 1.60x57 kg. Sono prigioniera: di me stessa, del cibo, delle mie ossessioni. Malata di una malattia che non esiste.
martedì 17 marzo 2015
giovedì 12 marzo 2015
La giostra dell' inettitudine.
È iniziato tutto questa mattina, lo sapevo.
Ho fatto un sogno orribile: ho sognato di rimanere sveglia tutta la notte. Quando finalmente, nel sogno, mi mettevo a dormire, è suonata la sveglia.
Immediatamente ho pensato che è ciò che provo ogni secondo della mia vita: la sensazione di non aver dormito, e di pensare finalmente di addormentarmi quando è il momento di svegliarmi. (Tradotto nel linguaggio comune, combatto continuamente contro il mio dca, principalmente, e quando finalmente penso di aver intrapreso la strada giusta e aver trovato un equilibrio, scopro invece che è il momento di alzare il culo e combattere, di nuovo, ancora.)
Come quando studi una settimana intera per un compito difficilissimo, o un esame impossibile, arriva finalmente il momento in cui te lo togli, e scopri che due giorni dopo ne hai un altro ancora più complesso. E invece di tornare a casa a festeggiare, ti sbatti sui libri, di nuovo.
Ho capito, con questa riflessione, che sarebbe stata una giornata di merda. Giuro che mi sono svegliata con una stanchezza terribile, proprio come se non avessi dormito.
Sono andata a scuola: sabato scorso ho avuto la simulazione di terza prova: consegna di inglese: 10. Consegna di biochimica: 9.
Non ho nemmeno esultato, perché come vi ho detto avevo quella sensazione addosso che non mi permetteva di festeggiare. Infatti, pensavo già al compito di lunedì e a quello di martedì, per i quali studierò domenica notte visto che sabato e domenica ho un ritiro con i miei bambini di cui sono animatrice, fanno prima media, e dormiremo tutti insieme.
Esco da scuola con questa orrenda sensazione addosso, mangio un toast e accompagno la mia amica al consultorio perché dopo due settimane di rapporti con un ragazzo che conosce da due mesi scarsi, ha deciso di prendere la pillola.
Non c’è un posto al mondo in cui noi inetti possiamo stare in pace: ci sarà sempre qualcosa che ci chiederanno di fare e che noi non sapremo affrontare.
E come sempre, mi sono sentita male. Non quel male che sai che passa, non un fastidio leggero: il male di vivere.
L’ho sentito dimenarsi nel petto e spingere per uscire, e seduta davanti a quella sedia di quella ginecologa con la mia amica accanto avrei voluto urlare che non è giusto, avrei voluto strapparmi il cuore perché sono una stupida inetta, una cretina, una fallita!
In quel momento mi sono sentita la puttana del mio ragazzo, scusate, lasciatemi sfogare perché non so cosa fare: sono tornata a casa con l’intenzione di abbuffarmi e non so se lo farò, mi sono detta “Scrivo su blogger, ci provo, magari non mi abbuffo” ma è difficile, ho una carica emotiva enorme e non riesco nemmeno a mettere in ordine quello che provo…
Io ho rapporti con il mio ragazzo da un anno, e sono due e qualche mese che stiamo insieme: usiamo il preservativo. Perché non riesco a fidarmi della pillola e ho sempre pensato di essere troppo giovane, ho sempre pensato che fosse una decisione importante, da prendere con coscienza, quando fossi stata sicura di lui e quando un “incidente” non sarebbe stato la fine del mondo.
Invece a quanto pare sono la solita cretina, la solita figlia di puttana che si costruisce mille castelli e invece la prima amichetta che si scopa un ragazzo (fidanzato, tra l’altro!!) da due settimane decide di prendere la pillola.
E mi parla da donna vissuta dicendo che lei vuole una cosa stabile, che la pillola è più sicura, ed io la ascolto, muta, come al solito, pensando che sono la puttana del mio ragazzo.
Già, perché il preservativo è da rapporto occasionale secondo lei, ed io sono talmente inetta da non essere in grado nemmeno di vivere un rapporto con serenità e sicurezza senza che sia “occasionale”.
Ho pianto come una scema per un motivo ancora più scemo di me, ho pianto e urlato e ho una voglia di abbuffarmi che mi fa spingere le lettere sulla tastiera con una forza che le distruggerebbe; sono disperata nella mia disperazione per non so quale cazzo di motivo.
Non sono contenta del 10 di inglese, del 9 di biochimica (mai preso in vita mia ma il mio ragazzo fa medicina e mi ha spiegato tutto con amore, un santo, davvero, un angelo), non sono mai contenta di niente.
Tutto mi rende insoddisfatta, frustrata, triste, arrabbiata, tutto mi rende infelice!
Ogni cosa mi fa sentire una merda, è la sensazione peggiore al mondo, cazzo! Credo che mi abbufferò.
L’ho scritto oggi pomeriggio, e subito dopo ho chiuso il computer con furia e mi sono abbuffata.
Sento che sono risalita sulla giostra. Un’ abbuffata distrugge tutto, però anestetizza il dolore. Ho pianto e ho provato a vomitare ma è arrivato mio padre, così disperata e triste ho scritto al mio ragazzo, gli ho scritto che ho mangiato come un bue e non ho vomitato, e lui è corso da me.
Siamo stati tutto il pomeriggio a guardare video scemi su youtube: io dovrei studiare, ma non ce l’ho fatta.
Abbiamo riso, abbiamo parlato, mi ha abbracciata, sono stata bene perché sono innamorata di lui.
E di nuovo, da domani, inizia la battaglia.
Ho fatto un sogno orribile: ho sognato di rimanere sveglia tutta la notte. Quando finalmente, nel sogno, mi mettevo a dormire, è suonata la sveglia.
Immediatamente ho pensato che è ciò che provo ogni secondo della mia vita: la sensazione di non aver dormito, e di pensare finalmente di addormentarmi quando è il momento di svegliarmi. (Tradotto nel linguaggio comune, combatto continuamente contro il mio dca, principalmente, e quando finalmente penso di aver intrapreso la strada giusta e aver trovato un equilibrio, scopro invece che è il momento di alzare il culo e combattere, di nuovo, ancora.)
Come quando studi una settimana intera per un compito difficilissimo, o un esame impossibile, arriva finalmente il momento in cui te lo togli, e scopri che due giorni dopo ne hai un altro ancora più complesso. E invece di tornare a casa a festeggiare, ti sbatti sui libri, di nuovo.
Ho capito, con questa riflessione, che sarebbe stata una giornata di merda. Giuro che mi sono svegliata con una stanchezza terribile, proprio come se non avessi dormito.
Sono andata a scuola: sabato scorso ho avuto la simulazione di terza prova: consegna di inglese: 10. Consegna di biochimica: 9.
Non ho nemmeno esultato, perché come vi ho detto avevo quella sensazione addosso che non mi permetteva di festeggiare. Infatti, pensavo già al compito di lunedì e a quello di martedì, per i quali studierò domenica notte visto che sabato e domenica ho un ritiro con i miei bambini di cui sono animatrice, fanno prima media, e dormiremo tutti insieme.
Esco da scuola con questa orrenda sensazione addosso, mangio un toast e accompagno la mia amica al consultorio perché dopo due settimane di rapporti con un ragazzo che conosce da due mesi scarsi, ha deciso di prendere la pillola.
Non c’è un posto al mondo in cui noi inetti possiamo stare in pace: ci sarà sempre qualcosa che ci chiederanno di fare e che noi non sapremo affrontare.
E come sempre, mi sono sentita male. Non quel male che sai che passa, non un fastidio leggero: il male di vivere.
L’ho sentito dimenarsi nel petto e spingere per uscire, e seduta davanti a quella sedia di quella ginecologa con la mia amica accanto avrei voluto urlare che non è giusto, avrei voluto strapparmi il cuore perché sono una stupida inetta, una cretina, una fallita!
In quel momento mi sono sentita la puttana del mio ragazzo, scusate, lasciatemi sfogare perché non so cosa fare: sono tornata a casa con l’intenzione di abbuffarmi e non so se lo farò, mi sono detta “Scrivo su blogger, ci provo, magari non mi abbuffo” ma è difficile, ho una carica emotiva enorme e non riesco nemmeno a mettere in ordine quello che provo…
Io ho rapporti con il mio ragazzo da un anno, e sono due e qualche mese che stiamo insieme: usiamo il preservativo. Perché non riesco a fidarmi della pillola e ho sempre pensato di essere troppo giovane, ho sempre pensato che fosse una decisione importante, da prendere con coscienza, quando fossi stata sicura di lui e quando un “incidente” non sarebbe stato la fine del mondo.
Invece a quanto pare sono la solita cretina, la solita figlia di puttana che si costruisce mille castelli e invece la prima amichetta che si scopa un ragazzo (fidanzato, tra l’altro!!) da due settimane decide di prendere la pillola.
E mi parla da donna vissuta dicendo che lei vuole una cosa stabile, che la pillola è più sicura, ed io la ascolto, muta, come al solito, pensando che sono la puttana del mio ragazzo.
Già, perché il preservativo è da rapporto occasionale secondo lei, ed io sono talmente inetta da non essere in grado nemmeno di vivere un rapporto con serenità e sicurezza senza che sia “occasionale”.
Ho pianto come una scema per un motivo ancora più scemo di me, ho pianto e urlato e ho una voglia di abbuffarmi che mi fa spingere le lettere sulla tastiera con una forza che le distruggerebbe; sono disperata nella mia disperazione per non so quale cazzo di motivo.
Non sono contenta del 10 di inglese, del 9 di biochimica (mai preso in vita mia ma il mio ragazzo fa medicina e mi ha spiegato tutto con amore, un santo, davvero, un angelo), non sono mai contenta di niente.
Tutto mi rende insoddisfatta, frustrata, triste, arrabbiata, tutto mi rende infelice!
Ogni cosa mi fa sentire una merda, è la sensazione peggiore al mondo, cazzo! Credo che mi abbufferò.
L’ho scritto oggi pomeriggio, e subito dopo ho chiuso il computer con furia e mi sono abbuffata.
Sento che sono risalita sulla giostra. Un’ abbuffata distrugge tutto, però anestetizza il dolore. Ho pianto e ho provato a vomitare ma è arrivato mio padre, così disperata e triste ho scritto al mio ragazzo, gli ho scritto che ho mangiato come un bue e non ho vomitato, e lui è corso da me.
Siamo stati tutto il pomeriggio a guardare video scemi su youtube: io dovrei studiare, ma non ce l’ho fatta.
Abbiamo riso, abbiamo parlato, mi ha abbracciata, sono stata bene perché sono innamorata di lui.
E di nuovo, da domani, inizia la battaglia.
domenica 8 marzo 2015
La solita vita del cazzo.
Che vita del cazzo.
Ho scritto miliardi di post tutti salvati sul pc in cui ero immensamente felice per Riccardo che è stato operato e per me che non mi abbuffavo ma infine cazzo infine è sempre la stessa vita del cazzo.
Stamattina mi sono svegliata e non ci credevo, non potevo crederci, non poteva essere successo porca puttana, venti giorni in cui non mi sono abbuffata, VENTI buttati nel cesso così, per niente, come una stupida perché la stupida qui presente si è ingurgitata due tavolette di cioccolato bianco, un pacco da 10 cornetti alla crema, pane e formaggio, amaretti, biscotti schifosi e ha pure cenato con la pasta, il pane, pensate ad un cibo e vi giuro che l'ho divorato.
E potete sgridarmi, pensare che sono un'idiota, fatelo, fatelo.
Questa mattina mi sono svegliata e ho pensato "non è possibile che sei così CRETINA, così idiota, così stupida, ma cazzo, sei una merda!" mi sono fatta la doccia apatica e non capivo un cazzo, non è possibile, maledizione! Sono così infuriata, accecata dalla rabbia, non vedo un cazzo!
Ci credevo questa volta.
E non doveva succedere... Perché sono capitata in una testa così e in un corpo così maledettamente grosso?
Sono una cretina, non c'è altra spiegazione.
Ho una rabbia in tutto il sangue, cazzo, cazzo! Ma perché?
Sono una miseria di persona, un'incapace, una stronza.
Che vita del cazzo. Era così bello non abbuffarsi... Svegliarsi e non Dover rimediare, rimediare, il mio fottuto destino è rimediare, rimettere insieme i pezzi.
E non è stato uno sgarro. Non è stato un errore.
È stata un'abbuffata spaventosa, megagalattica.
E non ho piu la forza.
Non ho mangiato un cornetto: ne ho mangiati dieci.
Altre porcate perché mi faccio schifo.
Che vita del cazzo.
Ho scritto miliardi di post tutti salvati sul pc in cui ero immensamente felice per Riccardo che è stato operato e per me che non mi abbuffavo ma infine cazzo infine è sempre la stessa vita del cazzo.
Stamattina mi sono svegliata e non ci credevo, non potevo crederci, non poteva essere successo porca puttana, venti giorni in cui non mi sono abbuffata, VENTI buttati nel cesso così, per niente, come una stupida perché la stupida qui presente si è ingurgitata due tavolette di cioccolato bianco, un pacco da 10 cornetti alla crema, pane e formaggio, amaretti, biscotti schifosi e ha pure cenato con la pasta, il pane, pensate ad un cibo e vi giuro che l'ho divorato.
E potete sgridarmi, pensare che sono un'idiota, fatelo, fatelo.
Questa mattina mi sono svegliata e ho pensato "non è possibile che sei così CRETINA, così idiota, così stupida, ma cazzo, sei una merda!" mi sono fatta la doccia apatica e non capivo un cazzo, non è possibile, maledizione! Sono così infuriata, accecata dalla rabbia, non vedo un cazzo!
Ci credevo questa volta.
E non doveva succedere... Perché sono capitata in una testa così e in un corpo così maledettamente grosso?
Sono una cretina, non c'è altra spiegazione.
Ho una rabbia in tutto il sangue, cazzo, cazzo! Ma perché?
Sono una miseria di persona, un'incapace, una stronza.
Che vita del cazzo. Era così bello non abbuffarsi... Svegliarsi e non Dover rimediare, rimediare, il mio fottuto destino è rimediare, rimettere insieme i pezzi.
E non è stato uno sgarro. Non è stato un errore.
È stata un'abbuffata spaventosa, megagalattica.
E non ho piu la forza.
Non ho mangiato un cornetto: ne ho mangiati dieci.
Altre porcate perché mi faccio schifo.
Che vita del cazzo.
lunedì 23 febbraio 2015
NIENTE.
NIENTE.
Forse scriverò la prossima volta un post allegro, ma oggi non ce la faccio.
Non si tratta delle abbuffate, è da lunedì che non mi abbuffo.
Pensavo che andasse tutto bene, ma io sto davvero troppo MALE.
Non parlo con P., lo ignoro, ignoro le sue richieste dolci di parlarmi.
Non mi interessa.
Non mi interessa.
Il problema è che sono GRASSA. Giuro di non essermi mai, MAI sentita così grassa. O forse sì... È probabile.
È una sensazione desolante, devastante, e dentro è solo il deserto.
Non c'è niente di niente, adesso. Non cinque minuti fa, non un'ora fa mentre ero con il mio ragazzo tutta allegra a passeggiare per Torino e ridere.
Adesso.
Avete presente? Una voglia di piangere, un dolore acutissimo nel petto, una cazzo di delusione e stanchezza, un corpo orrendo!
No, non lo sapete. Nessuno lo sa.
Piango sulla cyclette perché sono terribilmente sola questa sera, in questo preciso istante mentre la Terra ruota intorno al Sole e su se stessa, mentre i buchi neri si mangiano la luce, mentre il silenzio dell'universo ci assorbe, tutti, uno per uno, sulla nostra palla verde e blu: io sono triste.
Sto male e sono sola. Trovo comportamenti e pensieri simili ai miei, ma sono sola.
Perché non mi sveglio e sono magra? Perché non peso 42 chili come una volta?
Ricordo così bene quegli anni... E voglio piangere.
Un giorno mio papà mi ha preso le dita, cinque anni fa, e mi ha chiesto perché avessi le dita così magre. Anche il dentista mi aveva chiesto perché fossi così magra.
Perché ero così magra? È l'unico giorno in cui mio padre si è accorto di me: adesso urla come un pazzo, non considera né me, né mia sorella, né mia mamma, che dorme nel letto con noi, ormai.
Non dormono più insieme e lui non vuole darle più soldi, così come a me o mia sorella. È ossessionato dai soldi. Sbuffa e si arrabbia persino se li chiediamo per il regalo di un compleanno di un amico. Abbiamo cambiato casa e da quel giorno è diventato intrattabile.. Oltre che inesistente, come già era.
Non importa, non voglio le attenzioni di mio padre, né la freddezza di mia madre...vorrei solo essere magra.
Cosa chiedo? Perché il mio cervello mi impone e mi ha imposto, un bel giorno, di abbuffarmi?
Perché sono infelice?
Scusate, è inutile commentare questa merda.
Forse scriverò la prossima volta un post allegro, ma oggi non ce la faccio.
Non si tratta delle abbuffate, è da lunedì che non mi abbuffo.
Pensavo che andasse tutto bene, ma io sto davvero troppo MALE.
Non parlo con P., lo ignoro, ignoro le sue richieste dolci di parlarmi.
Non mi interessa.
Non mi interessa.
Il problema è che sono GRASSA. Giuro di non essermi mai, MAI sentita così grassa. O forse sì... È probabile.
È una sensazione desolante, devastante, e dentro è solo il deserto.
Non c'è niente di niente, adesso. Non cinque minuti fa, non un'ora fa mentre ero con il mio ragazzo tutta allegra a passeggiare per Torino e ridere.
Adesso.
Avete presente? Una voglia di piangere, un dolore acutissimo nel petto, una cazzo di delusione e stanchezza, un corpo orrendo!
No, non lo sapete. Nessuno lo sa.
Piango sulla cyclette perché sono terribilmente sola questa sera, in questo preciso istante mentre la Terra ruota intorno al Sole e su se stessa, mentre i buchi neri si mangiano la luce, mentre il silenzio dell'universo ci assorbe, tutti, uno per uno, sulla nostra palla verde e blu: io sono triste.
Sto male e sono sola. Trovo comportamenti e pensieri simili ai miei, ma sono sola.
Perché non mi sveglio e sono magra? Perché non peso 42 chili come una volta?
Ricordo così bene quegli anni... E voglio piangere.
Un giorno mio papà mi ha preso le dita, cinque anni fa, e mi ha chiesto perché avessi le dita così magre. Anche il dentista mi aveva chiesto perché fossi così magra.
Perché ero così magra? È l'unico giorno in cui mio padre si è accorto di me: adesso urla come un pazzo, non considera né me, né mia sorella, né mia mamma, che dorme nel letto con noi, ormai.
Non dormono più insieme e lui non vuole darle più soldi, così come a me o mia sorella. È ossessionato dai soldi. Sbuffa e si arrabbia persino se li chiediamo per il regalo di un compleanno di un amico. Abbiamo cambiato casa e da quel giorno è diventato intrattabile.. Oltre che inesistente, come già era.
Non importa, non voglio le attenzioni di mio padre, né la freddezza di mia madre...vorrei solo essere magra.
Cosa chiedo? Perché il mio cervello mi impone e mi ha imposto, un bel giorno, di abbuffarmi?
Perché sono infelice?
Scusate, è inutile commentare questa merda.
martedì 10 febbraio 2015
La teoria del tutti, DCA al maschile.
Se io fossi Darwin avrei formulato una teoria diversa e sicuramente meno equivocabile della sua: tutti dimagriscono.
Tutti dimagriscono, tranne me.
È una legge matematica, provata da una ripetuta esperienza e verificabile in qualsiasi momento della vita, specialmente della mia.
Tutti dimagriscono: amiche, parenti, fratelli, cugini, prozii, frati, preti, persino Dio credo sia dimagrito, qualche volta.
Tutti, tranne me. E, sottolineiamo, tra tutti questi io sono la sola che non solo desidera dimagrire, ma per la quale dimagrire è letteralmente una ragione di vita.
Tutti dimagriscono: tutti dimagrivano, dimagriscono e dimagriranno e tu li guarderai restando sempre uguale, nei secoli dei secoli, amen.
A parte questa stupida introduzione, che rispecchia perfettamente la mia realtà, oggi ho preso il mio affezionatissimo nove di filosofia senza il quale credo mi sarei felicemente suicidata. Ormai è l’unica cosa che mi piace, e come sapete e come sappiamo più ci si convince di una cosa più questa si concretizzerà sovrastando ogni forma di contraddizione interna a noi.
Ebbene, ho preso il mio nove sudato studiando fino alle due di notte (mentirei dicendo che, per quanto mi piaccia, non ero stanca morta) non perché mi costasse chissà che fatica memorizzare (quello che mi piace lo memorizzo, come chiunque) ma perché avevo una paura terribile di non sapere TUTTO. Ma ero stanca.
Giorni consecutivi di abbuffate si fanno sentire e rendono fiacchi più di quanto possiate immaginare: la più faticosa delle reazioni, superate quelle iniziali (di ormai un anno fa) di sconforto, rabbia, voglia di morire e bla bla bla, è, secondo la mia modestissima opinione derivata da un anno di binge intenso, svegliarsi la mattina dopo l’abbuffata.
Quei secondi terribili in cui ti chiedi se l’hai fatto davvero e decidi, scegliendo cosa mangiare a colazione, se abbuffarti anche quel giorno o ricominciare. Solitamente, vi sconvolgerò, scelgo la prima opzione: tanto ormai! Mi abbuffo per ancora un paio di giorni e poi basta, visto che ho rovinato tutto!, proprio come quando inizio a studiare matematica e mi dico “Ma si, facciamo anche un po’ di scienze, tanto ormai!” (ah ah ah, stesso meccanismo proprio- ironia ironia ironia).
Fatto sta che seguendo il mio intelligentissimo ragionamento, questa settimana è stata teatro di abbuffate plateali; non terribili, ho fatto di peggio, ma comunque diciamo considerevoli, ecco.
Pensate che mi sono addirittura fatta fuori una tavoletta di cioccolato al latte, che io ODIO, mi fa proprio schifo, eppure lo mangiavo e più mi faceva schifo più pensavo “Lo finisco!”, conseguenza logica, voi direte.
Ebbene sì, e se volete proseguo con salame e parmigiano per “pulirmi la bocca” dal disgustoso sapore del cioccolato al latte che in condizioni normali mangerei solo sotto tortura.
Fatto sta che ci tenevo, a parte queste spicciole considerazioni, a condividere con voi una presa di coscienza e coraggio che ho avuto modo di verificare sulla mia pelle, nella mia testa e nelle mie azioni.
Venerdì scorso sono andata a un gruppo di formazione che frequento con altri ragazzi dove faccio l’animatrice, e parlavamo di sesso, e va beh. Fatto sta che ad un certo punto il fratello venticinquenne del mio ragazzo (no, perché il mio ragazzo ha due fratelli quindi meglio specificare; lo chiamerò P.) ha detto “I ragazzini che guardano i porno si aspettano poi troppo dalla propria moglie, sono insoddisfatti e sono meno portati ad avere una relazione stabile con una donna”.
Ok, ho da ridire ma potrei in parte condividere, per alcuni varrà così, ma non soffermiamoci su questo. Aspettate che vi racconti il resto, che a me ha fatto veramente esplodere.
L’affermazione condivisibile è proseguita con “Ed è anche per questo che le ragazze decidono di dimagrire e sviluppano problemi con il loro corpo: vogliono fare meglio sesso, essendo più magre.”
(Ok, parliamone.
Se già questo vi ha fatto girare i coglioni, leggete il resto.)
A questo punto qualcuno dei ragazzi che erano con me ha emesso versi di disapprovazione, qualcuno era poco convinto, così è intervenuta, giustamente, da esperta, la fidanzata di P. (chiamiamola E.), spiegando meglio l’affermazione che poteva sembrare equivoca.
“Eh sì,” spiegava, “Una ragazza vede una rivista, la televisione, e dice: “io vorrei essere come lei! Come sono brutta!” così decide di dimagrire e poi diventa ossessionata!”
E, P., giustamente, ha proseguito: “Già, queste cose succedono alle ragazzine. Io e E. ci siamo passati, sono fasi, e quando uno le supera si accorge di quanto era stupido da ragazzino. Ma comunque queste cose influiscono molto!”
Allora, cominciamo dal fatto che io voglio molto bene sia a P., essendo sangue del sangue del ragazzo che amo, sia ad E., e premettiamo che P. sa, in parte, dei miei problemi (come vedete ha capito molto, ecco la mia capacità ad esprimermi nella sua manifestazione più evidente!).
Non ho proprio accettato il fatto che continuassero a pensarla così, ed io non ho il diritto ma il DOVERE di parlare.
“Ciao P.
Mi premeva molto scriverti anche se forse non ti farà molto piacere o semplicemente resterai indifferente. Solo volevo condividere con te alcuni post di un blog su cui scrive una ragazza secondo me capace di esprimere meglio di chiunque altro quello che io non riuscirei a dire. Ti suggerisco alcuni post in particolare ma, se riuscissi, a poco a poco, a leggere tutto il blog, sarebbe davvero bellissimo.
Ovviamente non sei obbligato, ma credo di essere IO in diritto di parlare e di provare a farmi ascoltare.
Mi è dispiaciuto molto per quello che è saltato fuori ieri sera. Tu ed E. avete cucito insieme una terribile e inopportuna serie di luoghi comuni, cliché, STRONZATE (perdonami) ferendo nel profondo me e tutte le ragazze che vivono quello che vivo io, quelle che voi chiamate quindicenni e in una fase.
Mi ha ferita perché proprio l’altro giorno ho letto di una donna che festeggiava trent’anni con il proprio disturbo alimentare.
Trenta, porca miseria! E nel 2015 da persone intelligenti e curiose, stimolanti e ricche io sento dire simili CAZZATE!
Io sono molto contenta che tu ed E. che siete passati per questa fase (come tutte le ragazzine bombardate dai media e dalle riviste e dai manichini e chi più ne ha più ne metta) ne siate usciti e siate cresciuti, davvero: la cosa mi rende proprio felice.
Ma i disturbi del comportamento alimentare sono MALATTIE mentali alla pari della schizofrenia e qualsiasi malattia mentale ti venga in mente. Per la cronaca, un mio compagno di classe soffre di disturbi alimentari.
È un MASCHIO e mi ha scritto per ricevere un po’ di conforto, per parlarmi … io non penso abbia sfogliato le riviste e nemmeno che qualcuno gli abbia riempito il cervello di maschi magrissimi e che lui sia voluto diventare tale.
Io credo che il dolore vada rispettato al di là degli stereotipi e credo che ognuno abbia il DOVERE di informarsi. Su internet le ragazze come me (di cui, ti assicuro, io sono la più piccola) creano uno spazio virtuale per non essere bombardate non dai media, ma dalla superficialità schiacciante.
Spero che leggerai molto attentamente questi post e, ripeto, anche tutto il blog: se non vorrai farlo, allora, per favore, evita in futuro di spiegare cose che non conosci e non vuoi conoscere; se lo farai e continuerai a non capire e a pensarla allo stesso modo di prima, sarebbe bello che lo tenessi per te, senza necessariamente condividerlo con persone che soffrono, e soffrono davvero, e soffrono da anni, e soffriranno sempre. Un bacio!”
Mi piacerebbe tanto ricevere un vostro parere. Ormai l’sms l’ho inviato, e mi è stato chiesto di raccontarmi (cosa che, ovviamente, non farò) ma mi piacerebbe sapere se ho avuto una reazione esagerata.
I blog che gli ho consigliato sono quello di Veggie e “Trappola per topi”.
Non so se ho reagito troppo duramente, anche perché lui poi mi ha detto di essere rimasto sveglio fino alle quattro per pensare a me, estremamente dispiaciuto. Lo conosco da anni e so che è molto sensibile, proprio per questo ho pensato, forse presuntuosamente, di chiarirgli le idee: il fatto è che è talmente sensibile da essere stato il primo ad accorgersi che qualcosa in me non andava (poi, quando l’ho detto al mio ragazzo, ho provato a spiegarlo anche a lui, ma non ha evidentemente funzionato), solo che da quel momento ha iniziato ogni volta a fare commenti tipo “Eh, anche io non mi trovo bene nel mio corpo”, o a mandarmi messaggi come che “Anche la mia ragazza ha attraversato questa fase, sono cose dell’adolescenza e passano”.
Lui ha 25 anni, non 250. Non ha mai avuto un dca. Mi scazza chi senza aver vissuto le cose, ne parla senza nemmeno informarsi.
Scusate, ci tenevo a sapere la vostra opinione.
PS: del compagno di classe è vero. Lo sa solo Anais perché non mi sentivo di raccontarlo, ma qualche mese fa, vedendo un mio compagno dimagrito e preso in giro con frasi del tipo “non mangi ahahah!” gli ho chiesto se qualcosa non andava e lui senza esitazione mi ha detto di avere un brutto rapporto con il cibo. Ovviamente ha capito che io ho i suoi stessi problemi e di tanto in tanto mi scrive e si confida. In un messaggio mi ha anche scritto:
“Grazie Ceci sei un’AMICA (l’ha scritto in maiuscolo.); in questi giorni con poche parole, per messaggio, mi hai fatto capire quanto sia importante fermarsi un attimo e riflettere su quello che sto facendo, su me stesso, e su cosa sia DAVVERO importante per me. Grazie”
Non l’ho detto a nessuno nella classe: il fatto che si sia aperto con me mi fa sentire davvero bene. Ho pianto per giorni, lo confesso, non accettavo che qualcun altro potesse vivere questo e per di più un ragazzo.
Vorrei poter fare qualcosa per lui ma per ora l’unica cosa che spetta a me è spezzare una lancia in suo favore, ed urlare al suo posto: basta ragazzine quindicenni viziate che si fissano con le modelle! E, nel mio piccolo, con quel messaggio, spero di aver cambiato almeno un angolino di mondo: il suo.
Tutti dimagriscono, tranne me.
È una legge matematica, provata da una ripetuta esperienza e verificabile in qualsiasi momento della vita, specialmente della mia.
Tutti dimagriscono: amiche, parenti, fratelli, cugini, prozii, frati, preti, persino Dio credo sia dimagrito, qualche volta.
Tutti, tranne me. E, sottolineiamo, tra tutti questi io sono la sola che non solo desidera dimagrire, ma per la quale dimagrire è letteralmente una ragione di vita.
Tutti dimagriscono: tutti dimagrivano, dimagriscono e dimagriranno e tu li guarderai restando sempre uguale, nei secoli dei secoli, amen.
A parte questa stupida introduzione, che rispecchia perfettamente la mia realtà, oggi ho preso il mio affezionatissimo nove di filosofia senza il quale credo mi sarei felicemente suicidata. Ormai è l’unica cosa che mi piace, e come sapete e come sappiamo più ci si convince di una cosa più questa si concretizzerà sovrastando ogni forma di contraddizione interna a noi.
Ebbene, ho preso il mio nove sudato studiando fino alle due di notte (mentirei dicendo che, per quanto mi piaccia, non ero stanca morta) non perché mi costasse chissà che fatica memorizzare (quello che mi piace lo memorizzo, come chiunque) ma perché avevo una paura terribile di non sapere TUTTO. Ma ero stanca.
Giorni consecutivi di abbuffate si fanno sentire e rendono fiacchi più di quanto possiate immaginare: la più faticosa delle reazioni, superate quelle iniziali (di ormai un anno fa) di sconforto, rabbia, voglia di morire e bla bla bla, è, secondo la mia modestissima opinione derivata da un anno di binge intenso, svegliarsi la mattina dopo l’abbuffata.
Quei secondi terribili in cui ti chiedi se l’hai fatto davvero e decidi, scegliendo cosa mangiare a colazione, se abbuffarti anche quel giorno o ricominciare. Solitamente, vi sconvolgerò, scelgo la prima opzione: tanto ormai! Mi abbuffo per ancora un paio di giorni e poi basta, visto che ho rovinato tutto!, proprio come quando inizio a studiare matematica e mi dico “Ma si, facciamo anche un po’ di scienze, tanto ormai!” (ah ah ah, stesso meccanismo proprio- ironia ironia ironia).
Fatto sta che seguendo il mio intelligentissimo ragionamento, questa settimana è stata teatro di abbuffate plateali; non terribili, ho fatto di peggio, ma comunque diciamo considerevoli, ecco.
Pensate che mi sono addirittura fatta fuori una tavoletta di cioccolato al latte, che io ODIO, mi fa proprio schifo, eppure lo mangiavo e più mi faceva schifo più pensavo “Lo finisco!”, conseguenza logica, voi direte.
Ebbene sì, e se volete proseguo con salame e parmigiano per “pulirmi la bocca” dal disgustoso sapore del cioccolato al latte che in condizioni normali mangerei solo sotto tortura.
Fatto sta che ci tenevo, a parte queste spicciole considerazioni, a condividere con voi una presa di coscienza e coraggio che ho avuto modo di verificare sulla mia pelle, nella mia testa e nelle mie azioni.
Venerdì scorso sono andata a un gruppo di formazione che frequento con altri ragazzi dove faccio l’animatrice, e parlavamo di sesso, e va beh. Fatto sta che ad un certo punto il fratello venticinquenne del mio ragazzo (no, perché il mio ragazzo ha due fratelli quindi meglio specificare; lo chiamerò P.) ha detto “I ragazzini che guardano i porno si aspettano poi troppo dalla propria moglie, sono insoddisfatti e sono meno portati ad avere una relazione stabile con una donna”.
Ok, ho da ridire ma potrei in parte condividere, per alcuni varrà così, ma non soffermiamoci su questo. Aspettate che vi racconti il resto, che a me ha fatto veramente esplodere.
L’affermazione condivisibile è proseguita con “Ed è anche per questo che le ragazze decidono di dimagrire e sviluppano problemi con il loro corpo: vogliono fare meglio sesso, essendo più magre.”
(Ok, parliamone.
Se già questo vi ha fatto girare i coglioni, leggete il resto.)
A questo punto qualcuno dei ragazzi che erano con me ha emesso versi di disapprovazione, qualcuno era poco convinto, così è intervenuta, giustamente, da esperta, la fidanzata di P. (chiamiamola E.), spiegando meglio l’affermazione che poteva sembrare equivoca.
“Eh sì,” spiegava, “Una ragazza vede una rivista, la televisione, e dice: “io vorrei essere come lei! Come sono brutta!” così decide di dimagrire e poi diventa ossessionata!”
E, P., giustamente, ha proseguito: “Già, queste cose succedono alle ragazzine. Io e E. ci siamo passati, sono fasi, e quando uno le supera si accorge di quanto era stupido da ragazzino. Ma comunque queste cose influiscono molto!”
Allora, cominciamo dal fatto che io voglio molto bene sia a P., essendo sangue del sangue del ragazzo che amo, sia ad E., e premettiamo che P. sa, in parte, dei miei problemi (come vedete ha capito molto, ecco la mia capacità ad esprimermi nella sua manifestazione più evidente!).
Non ho proprio accettato il fatto che continuassero a pensarla così, ed io non ho il diritto ma il DOVERE di parlare.
“Ciao P.
Mi premeva molto scriverti anche se forse non ti farà molto piacere o semplicemente resterai indifferente. Solo volevo condividere con te alcuni post di un blog su cui scrive una ragazza secondo me capace di esprimere meglio di chiunque altro quello che io non riuscirei a dire. Ti suggerisco alcuni post in particolare ma, se riuscissi, a poco a poco, a leggere tutto il blog, sarebbe davvero bellissimo.
Ovviamente non sei obbligato, ma credo di essere IO in diritto di parlare e di provare a farmi ascoltare.
Mi è dispiaciuto molto per quello che è saltato fuori ieri sera. Tu ed E. avete cucito insieme una terribile e inopportuna serie di luoghi comuni, cliché, STRONZATE (perdonami) ferendo nel profondo me e tutte le ragazze che vivono quello che vivo io, quelle che voi chiamate quindicenni e in una fase.
Mi ha ferita perché proprio l’altro giorno ho letto di una donna che festeggiava trent’anni con il proprio disturbo alimentare.
Trenta, porca miseria! E nel 2015 da persone intelligenti e curiose, stimolanti e ricche io sento dire simili CAZZATE!
Io sono molto contenta che tu ed E. che siete passati per questa fase (come tutte le ragazzine bombardate dai media e dalle riviste e dai manichini e chi più ne ha più ne metta) ne siate usciti e siate cresciuti, davvero: la cosa mi rende proprio felice.
Ma i disturbi del comportamento alimentare sono MALATTIE mentali alla pari della schizofrenia e qualsiasi malattia mentale ti venga in mente. Per la cronaca, un mio compagno di classe soffre di disturbi alimentari.
È un MASCHIO e mi ha scritto per ricevere un po’ di conforto, per parlarmi … io non penso abbia sfogliato le riviste e nemmeno che qualcuno gli abbia riempito il cervello di maschi magrissimi e che lui sia voluto diventare tale.
Io credo che il dolore vada rispettato al di là degli stereotipi e credo che ognuno abbia il DOVERE di informarsi. Su internet le ragazze come me (di cui, ti assicuro, io sono la più piccola) creano uno spazio virtuale per non essere bombardate non dai media, ma dalla superficialità schiacciante.
Spero che leggerai molto attentamente questi post e, ripeto, anche tutto il blog: se non vorrai farlo, allora, per favore, evita in futuro di spiegare cose che non conosci e non vuoi conoscere; se lo farai e continuerai a non capire e a pensarla allo stesso modo di prima, sarebbe bello che lo tenessi per te, senza necessariamente condividerlo con persone che soffrono, e soffrono davvero, e soffrono da anni, e soffriranno sempre. Un bacio!”
Mi piacerebbe tanto ricevere un vostro parere. Ormai l’sms l’ho inviato, e mi è stato chiesto di raccontarmi (cosa che, ovviamente, non farò) ma mi piacerebbe sapere se ho avuto una reazione esagerata.
I blog che gli ho consigliato sono quello di Veggie e “Trappola per topi”.
Non so se ho reagito troppo duramente, anche perché lui poi mi ha detto di essere rimasto sveglio fino alle quattro per pensare a me, estremamente dispiaciuto. Lo conosco da anni e so che è molto sensibile, proprio per questo ho pensato, forse presuntuosamente, di chiarirgli le idee: il fatto è che è talmente sensibile da essere stato il primo ad accorgersi che qualcosa in me non andava (poi, quando l’ho detto al mio ragazzo, ho provato a spiegarlo anche a lui, ma non ha evidentemente funzionato), solo che da quel momento ha iniziato ogni volta a fare commenti tipo “Eh, anche io non mi trovo bene nel mio corpo”, o a mandarmi messaggi come che “Anche la mia ragazza ha attraversato questa fase, sono cose dell’adolescenza e passano”.
Lui ha 25 anni, non 250. Non ha mai avuto un dca. Mi scazza chi senza aver vissuto le cose, ne parla senza nemmeno informarsi.
Scusate, ci tenevo a sapere la vostra opinione.
PS: del compagno di classe è vero. Lo sa solo Anais perché non mi sentivo di raccontarlo, ma qualche mese fa, vedendo un mio compagno dimagrito e preso in giro con frasi del tipo “non mangi ahahah!” gli ho chiesto se qualcosa non andava e lui senza esitazione mi ha detto di avere un brutto rapporto con il cibo. Ovviamente ha capito che io ho i suoi stessi problemi e di tanto in tanto mi scrive e si confida. In un messaggio mi ha anche scritto:
“Grazie Ceci sei un’AMICA (l’ha scritto in maiuscolo.); in questi giorni con poche parole, per messaggio, mi hai fatto capire quanto sia importante fermarsi un attimo e riflettere su quello che sto facendo, su me stesso, e su cosa sia DAVVERO importante per me. Grazie”
Non l’ho detto a nessuno nella classe: il fatto che si sia aperto con me mi fa sentire davvero bene. Ho pianto per giorni, lo confesso, non accettavo che qualcun altro potesse vivere questo e per di più un ragazzo.
Vorrei poter fare qualcosa per lui ma per ora l’unica cosa che spetta a me è spezzare una lancia in suo favore, ed urlare al suo posto: basta ragazzine quindicenni viziate che si fissano con le modelle! E, nel mio piccolo, con quel messaggio, spero di aver cambiato almeno un angolino di mondo: il suo.
mercoledì 4 febbraio 2015
La serietà.
La fregatura dei giorni è il tempo: quando è troppo, quando è poco.
Non riesco a prendere le cose sul serio. Vi succede mai? Di guardare ciò che vi accade come a voi estraneo, o di credervi così intelligenti, quasi di un altro mondo, da pensare che sia tutto una grandissima puttanata?
Come sapete, piccina come sono, quest’anno ho la maturità. Non ho nessuna intenzione di fare quella geniale che non studia e prende dieci, non ne ho motivo: non è vero e sinceramente che voi lo pensiate o meno non mi rivoluziona l’esistenza.
Dunque, posso assicurarvi che quest’anno ho la maturità e non me ne frega un emerito cazzo.
Non ho dieci, non ho nove (solo in filosofia, perché mi piace), non ho otto, qualche sette, non sono una mente (non più. Lo ero, ma sono precipitosamente calata in tutto). Non studio quello che non mi interessa (cioè tutto, meno che letteratura e filosofia), ma non è che nonostante ciò brilli chissà quanto. Sono mediocre e sinceramente mi sta bene così, se lo sono in biochimica o fisica, che tanto non mi piacciono.
Dovete credermi: non me ne frega un cazzo.
Quello di cui, però, mi frega e non poco è di come gli altri, invece, concepiscono l’esame di Stato: preparano tesine, studiano, si interessano addirittura delle materie esterne od interne! Mentre io sinceramente me ne frego pure di quelle in terza prova.
Non me ne frega un cazzo di stare davanti alla commissione all’orale, non mi interessa fare bella figura; fosse per me e non per le aspettative (che, purtroppo, quelle sì, gravano su di me enormemente) farei scena muta e non sprecherei le mie (troppe, dopo l’abbuffata di oggi) energie nemmeno a scrivere la mappa concettuale della tesina.
Quante risate mi sono fatta nel cervello vedendo i miei compagni angosciati, tutti che pullulano di idee brillanti per la loro super meravigliosa tesina!; qualcuno la sta già scrivendo, alcuni tra poco iniziano a studiare per il tema (?!), altri ancora credo vogliano farne addirittura una copia per il New York Times.
Io riesco solo a pensare ad una scuola di adolescenti, una scuola di bambini che usciti di lì non saranno nemmeno ancora ragazzi, a malapena giovanotti, una scuola di professori frustrati, una scuola di gente che
si preoccupa si preoccupa si preoccupa PER NIENTE.
Sarà che io penso solo al mio futuro, a quando mi iscriverò a filosofia, a quando il mio ragazzo si laureerà, a quando andrò a vivere con lui, a quando preparerò i miei esami, a quando viaggerò oppure a quando resterò al mio posto facendo la cameriera o la cassiera con la mia amatissima laurea, a quando avrò (come spero!) dei figli; sarà che per me tutto ciò che sta al di fuori del mio SERISSIMO (?!) disturbo alimentare è una cagata colossale; sarà che io penso a Riccardo che ha un tumore e che tra poco si opera e la sua preoccupazione è di svegliarsi la mattina; sarà, ma io sinceramente di questo ridicolo e fasullo esame di Stato me ne sbatto allegramente i coglioni.
Ed ODIO i miei compagni che turbano i miei stati d’animo inclini allo stoicismo con le loro preoccupazioni che mi fanno sentire dannatamente in colpa per l’assenza delle mie.
Odio i professori che chiedono la tesina entro inizio marzo, odio fregarmene, odio dover perdere il tempo che potrei dedicare a dimagrire per preparare l’ennesima interrogazione (perché di questo si tratta) di cui non mi importa per niente.
Tanto si sa che con più di ottanta non esco, si sa che i più cretini prenderanno quanto me, si sa che andrà male anche il tema – per la profezia che si auto avvera, per il mio pessimismo porta-sfiga, per quello che volete voi, sbizzarritevi – tanto si sa che io sarò sempre grassa.
E tanto si sa che l’unica cosa che mi importa davvero è, dopo il mio ragazzo, dimagrire.
Si sa che un cento alla maturità non mi gratificherà mai come perdere dieci chili, si sa che se ho deciso di non essere un numero sulla bilancia, ho scelto anche di non essere un voto.
Non sono un voto.
È che tutto questo mi sembra semplicemente NIENTE. Niente davanti alla vita, niente davanti ad una sola delle mie abbuffate, niente di fronte ad un sarcoma o una metastasi o una chemioterapia, niente.
Non ho nemmeno voglia di assecondare l’idea di scrivere una sottospecie di tesina sui disturbi alimentari, e nemmeno di farla su Kundera e sulla anoranza, ignoranza, nostalgia.
Non ho voglia di esporre me stessa in dieci righe, come ci dicono di fare. Semplicemente questo esame per me non è niente.
Eppure qualcosa mi dice che dovrei essere seria.
Non riesco a prendere le cose sul serio. Vi succede mai? Di guardare ciò che vi accade come a voi estraneo, o di credervi così intelligenti, quasi di un altro mondo, da pensare che sia tutto una grandissima puttanata?
Come sapete, piccina come sono, quest’anno ho la maturità. Non ho nessuna intenzione di fare quella geniale che non studia e prende dieci, non ne ho motivo: non è vero e sinceramente che voi lo pensiate o meno non mi rivoluziona l’esistenza.
Dunque, posso assicurarvi che quest’anno ho la maturità e non me ne frega un emerito cazzo.
Non ho dieci, non ho nove (solo in filosofia, perché mi piace), non ho otto, qualche sette, non sono una mente (non più. Lo ero, ma sono precipitosamente calata in tutto). Non studio quello che non mi interessa (cioè tutto, meno che letteratura e filosofia), ma non è che nonostante ciò brilli chissà quanto. Sono mediocre e sinceramente mi sta bene così, se lo sono in biochimica o fisica, che tanto non mi piacciono.
Dovete credermi: non me ne frega un cazzo.
Quello di cui, però, mi frega e non poco è di come gli altri, invece, concepiscono l’esame di Stato: preparano tesine, studiano, si interessano addirittura delle materie esterne od interne! Mentre io sinceramente me ne frego pure di quelle in terza prova.
Non me ne frega un cazzo di stare davanti alla commissione all’orale, non mi interessa fare bella figura; fosse per me e non per le aspettative (che, purtroppo, quelle sì, gravano su di me enormemente) farei scena muta e non sprecherei le mie (troppe, dopo l’abbuffata di oggi) energie nemmeno a scrivere la mappa concettuale della tesina.
Quante risate mi sono fatta nel cervello vedendo i miei compagni angosciati, tutti che pullulano di idee brillanti per la loro super meravigliosa tesina!; qualcuno la sta già scrivendo, alcuni tra poco iniziano a studiare per il tema (?!), altri ancora credo vogliano farne addirittura una copia per il New York Times.
Io riesco solo a pensare ad una scuola di adolescenti, una scuola di bambini che usciti di lì non saranno nemmeno ancora ragazzi, a malapena giovanotti, una scuola di professori frustrati, una scuola di gente che
si preoccupa si preoccupa si preoccupa PER NIENTE.
Sarà che io penso solo al mio futuro, a quando mi iscriverò a filosofia, a quando il mio ragazzo si laureerà, a quando andrò a vivere con lui, a quando preparerò i miei esami, a quando viaggerò oppure a quando resterò al mio posto facendo la cameriera o la cassiera con la mia amatissima laurea, a quando avrò (come spero!) dei figli; sarà che per me tutto ciò che sta al di fuori del mio SERISSIMO (?!) disturbo alimentare è una cagata colossale; sarà che io penso a Riccardo che ha un tumore e che tra poco si opera e la sua preoccupazione è di svegliarsi la mattina; sarà, ma io sinceramente di questo ridicolo e fasullo esame di Stato me ne sbatto allegramente i coglioni.
Ed ODIO i miei compagni che turbano i miei stati d’animo inclini allo stoicismo con le loro preoccupazioni che mi fanno sentire dannatamente in colpa per l’assenza delle mie.
Odio i professori che chiedono la tesina entro inizio marzo, odio fregarmene, odio dover perdere il tempo che potrei dedicare a dimagrire per preparare l’ennesima interrogazione (perché di questo si tratta) di cui non mi importa per niente.
Tanto si sa che con più di ottanta non esco, si sa che i più cretini prenderanno quanto me, si sa che andrà male anche il tema – per la profezia che si auto avvera, per il mio pessimismo porta-sfiga, per quello che volete voi, sbizzarritevi – tanto si sa che io sarò sempre grassa.
E tanto si sa che l’unica cosa che mi importa davvero è, dopo il mio ragazzo, dimagrire.
Si sa che un cento alla maturità non mi gratificherà mai come perdere dieci chili, si sa che se ho deciso di non essere un numero sulla bilancia, ho scelto anche di non essere un voto.
Non sono un voto.
È che tutto questo mi sembra semplicemente NIENTE. Niente davanti alla vita, niente davanti ad una sola delle mie abbuffate, niente di fronte ad un sarcoma o una metastasi o una chemioterapia, niente.
Non ho nemmeno voglia di assecondare l’idea di scrivere una sottospecie di tesina sui disturbi alimentari, e nemmeno di farla su Kundera e sulla anoranza, ignoranza, nostalgia.
Non ho voglia di esporre me stessa in dieci righe, come ci dicono di fare. Semplicemente questo esame per me non è niente.
Eppure qualcosa mi dice che dovrei essere seria.
lunedì 2 febbraio 2015
Motivi in ricerca
L’esistenza vuota. Ed io impregnata di esistenza.
Tento invano di fuggire alle mie abitudini, abitudini perché abitano. Non le riesco a sfrattare e a volte sono delle buone compagne di vita: nei momenti in cui la vita, io, non la sento più.
Mi sveglio, dopo dodici giorni che non mi abbuffavo è proprio vero, è la realtà, ieri mi sono abbuffata. Pochi drammi: salgo sulla cyclette, pedalo un’ora, mi lavo, faccio il silk epil, la routine mi mangia come un cioccolatino da scartare, spalmo l’olio idratante, penso di poter essere una nuova persona: in mente le sue gambe, il suo culo; le mie gambe, il mio culo …
Non importa, per questa mattina non è importante che io non sia come lei, questa mattina importa che io non mi schifi di essere me.
Ecco perché Zeno mi piace tanto, e mi piacciono parimenti le emozioni di pietà e compassione che leggerlo mi provoca. Ecco perché il suo muro dei propositi io vorrei portarlo a casa con me, ecco perché continuo a leggerlo, rileggerlo, leggerlo ancora: mi sono abbuffata.
Di nuovo? Ma non avevi ricominciato con la cyclette, ti eri lavata, depilata, asciugata i capelli, non avevi messo l’olio idratante?
Già, il che rende tutto più drammaticamente STUPIDO.
Ma come si dice in questi casi, “la torta era avanzata ed era veramente tanta e veramente buona, al limone, poi c’erano le acciughe in frigo, il pane con l’olio” e scusate se non proseguo ma in questo preciso istante sto lottando per non vomitare.
Sto lottando per non vomitare.
Sto lottando per svegliarmi domani e convincermi che non è vero, che non posso averlo fatto per una ragione così stupida come una stupida torta IO, proprio IO che avevo deciso di ricominciare, proprio io che adesso mi prometto di non farlo più, proprio io che stavo cercando un equilibrio, un compromesso: “le verdure e il pesce a pranzo con una mela, e un muffin al farro al pomeriggio per premiarmi”.
Sto lottando per non piangere.
Sto lottando per razionalizzare.
Sto lottando per collocare l’accaduto in una dimensione che giustifichi almeno in parte il mio delitto imperdonabile: la noia, lo stress, la rabbia, la solitudine …
Stronzate.
Sto lottando per comprendere meglio cosa ha scatenato il tutto: insomma dai, leggo, rifletto, penso, scrivo, coniugo; non posso veramente essermi abbuffata perché era avanzata la torta al limone ed era buonissima!
Deve esserci stato qualche motivo profondo, qualche dramma, uno di quei drammi che solo io con il mio cervello contorto e sempre in funzione posso comprendere …
Puttanate.
E più me ne rendo conto, più abbasso la testa. Chiudo i miei occhietti brillanti e mi spengo, come una stella che implode.
Mi sento sconsolata, arrabbiata, delusa, triste. Spremo le meningi, cerco e non mi rassegno e continuo a cercare quel grande motivo che possa farmi dire “è comprensibile che tu ti sia abbuffata! Dai, eri nervosa, arrabbiata, triste, annoiata!” e cerco sfogliando il diario verifiche, interrogazioni lontane il cui pensiero potrebbe avermi fatta sentire …
Cazzate.
E adesso vorrei chiudere gli occhi e proiettarmi nel niente; adesso vorrei scavarmi una profonda fossa e rimanere lì per anni, rimanere lì dentro per anni, portare con me quintali di tristezza e nutrirmi per anni solo di quella, nutrirmi solo di quella tristezza! Nutrirmene per anni! E per anni non esserci per nessuno, per anni non esserci, per anni! Non esserci per anni!
Ecco perché mi piace tanto Zeno. Perché prima di leggere quel libro io avevo preso l’abitudine di attaccare al muro un post-it ogni volta che mi abbuffavo. Lo chiamavo “il muro dei fallimenti”.
Un giorno mia mamma pulendo ha buttato tutto via.
Non capiva quei post-it.
Nessuno poteva capirli!
E quando ho letto Zeno ho capito che invece qualcuno aveva avuto la mia stessa idea.
Cosa c’è di piacevole o triste, in tutto questo?
C’è che io leggo quelle pagine ogni giorno, per ricordarmi ogni giorno che non sono sola e per assicurarmi che ogni giorno ci sia qualcuno che costruisce un muro di fallimenti grande come il mio!
Un muro di fallimenti grande come il mio!
Un muro di fallimenti!
Ecco perché detesto tanto me stessa. Perché mia mamma ha buttato giù il mio muro dei fallimenti. E se non è più lì, dov’è il muro di fallimenti? Dove sono i fallimenti?
Voi dove andreste a piangere un morto, se non avesse una tomba? Io non voglio piangere un morto nel mio cuore!
Non sono pronta a metabolizzare (metabolismo? Cos’è il metabolismo?) i fallimenti senza prima vederli attaccati al muro. Eppure non voglio fallire più.
Ho lo stomaco che tira, la gola irritata, la bocca impastata, mi propongo con veemenza di non abbuffarmi più e intanto già penso al muro dei fallimenti che dovrei ricominciare a costruire?
Per farlo diventare grande come il mio? Grande come il mio! Un muro di fallimenti!
È incredibile. È troppo stupido per una come me, o semplicemente no.
O semplicemente è una malattia, alla pari dell’anoressia, della bulimia (io sono bulimica? Da quante settimane non vomito? Come posso essere bulimica?), della schizofrenia.
Ho scartato già questa opzione, nella mia testa vuota.
Ho scartato tante cose. Motivi, scuse, ragioni.
Io non trovo più niente.
Ma domani … domani sarà diverso.
Tento invano di fuggire alle mie abitudini, abitudini perché abitano. Non le riesco a sfrattare e a volte sono delle buone compagne di vita: nei momenti in cui la vita, io, non la sento più.
Mi sveglio, dopo dodici giorni che non mi abbuffavo è proprio vero, è la realtà, ieri mi sono abbuffata. Pochi drammi: salgo sulla cyclette, pedalo un’ora, mi lavo, faccio il silk epil, la routine mi mangia come un cioccolatino da scartare, spalmo l’olio idratante, penso di poter essere una nuova persona: in mente le sue gambe, il suo culo; le mie gambe, il mio culo …
Non importa, per questa mattina non è importante che io non sia come lei, questa mattina importa che io non mi schifi di essere me.
Ecco perché Zeno mi piace tanto, e mi piacciono parimenti le emozioni di pietà e compassione che leggerlo mi provoca. Ecco perché il suo muro dei propositi io vorrei portarlo a casa con me, ecco perché continuo a leggerlo, rileggerlo, leggerlo ancora: mi sono abbuffata.
Di nuovo? Ma non avevi ricominciato con la cyclette, ti eri lavata, depilata, asciugata i capelli, non avevi messo l’olio idratante?
Già, il che rende tutto più drammaticamente STUPIDO.
Ma come si dice in questi casi, “la torta era avanzata ed era veramente tanta e veramente buona, al limone, poi c’erano le acciughe in frigo, il pane con l’olio” e scusate se non proseguo ma in questo preciso istante sto lottando per non vomitare.
Sto lottando per non vomitare.
Sto lottando per svegliarmi domani e convincermi che non è vero, che non posso averlo fatto per una ragione così stupida come una stupida torta IO, proprio IO che avevo deciso di ricominciare, proprio io che adesso mi prometto di non farlo più, proprio io che stavo cercando un equilibrio, un compromesso: “le verdure e il pesce a pranzo con una mela, e un muffin al farro al pomeriggio per premiarmi”.
Sto lottando per non piangere.
Sto lottando per razionalizzare.
Sto lottando per collocare l’accaduto in una dimensione che giustifichi almeno in parte il mio delitto imperdonabile: la noia, lo stress, la rabbia, la solitudine …
Stronzate.
Sto lottando per comprendere meglio cosa ha scatenato il tutto: insomma dai, leggo, rifletto, penso, scrivo, coniugo; non posso veramente essermi abbuffata perché era avanzata la torta al limone ed era buonissima!
Deve esserci stato qualche motivo profondo, qualche dramma, uno di quei drammi che solo io con il mio cervello contorto e sempre in funzione posso comprendere …
Puttanate.
E più me ne rendo conto, più abbasso la testa. Chiudo i miei occhietti brillanti e mi spengo, come una stella che implode.
Mi sento sconsolata, arrabbiata, delusa, triste. Spremo le meningi, cerco e non mi rassegno e continuo a cercare quel grande motivo che possa farmi dire “è comprensibile che tu ti sia abbuffata! Dai, eri nervosa, arrabbiata, triste, annoiata!” e cerco sfogliando il diario verifiche, interrogazioni lontane il cui pensiero potrebbe avermi fatta sentire …
Cazzate.
E adesso vorrei chiudere gli occhi e proiettarmi nel niente; adesso vorrei scavarmi una profonda fossa e rimanere lì per anni, rimanere lì dentro per anni, portare con me quintali di tristezza e nutrirmi per anni solo di quella, nutrirmi solo di quella tristezza! Nutrirmene per anni! E per anni non esserci per nessuno, per anni non esserci, per anni! Non esserci per anni!
Ecco perché mi piace tanto Zeno. Perché prima di leggere quel libro io avevo preso l’abitudine di attaccare al muro un post-it ogni volta che mi abbuffavo. Lo chiamavo “il muro dei fallimenti”.
Un giorno mia mamma pulendo ha buttato tutto via.
Non capiva quei post-it.
Nessuno poteva capirli!
E quando ho letto Zeno ho capito che invece qualcuno aveva avuto la mia stessa idea.
Cosa c’è di piacevole o triste, in tutto questo?
C’è che io leggo quelle pagine ogni giorno, per ricordarmi ogni giorno che non sono sola e per assicurarmi che ogni giorno ci sia qualcuno che costruisce un muro di fallimenti grande come il mio!
Un muro di fallimenti grande come il mio!
Un muro di fallimenti!
Ecco perché detesto tanto me stessa. Perché mia mamma ha buttato giù il mio muro dei fallimenti. E se non è più lì, dov’è il muro di fallimenti? Dove sono i fallimenti?
Voi dove andreste a piangere un morto, se non avesse una tomba? Io non voglio piangere un morto nel mio cuore!
Non sono pronta a metabolizzare (metabolismo? Cos’è il metabolismo?) i fallimenti senza prima vederli attaccati al muro. Eppure non voglio fallire più.
Ho lo stomaco che tira, la gola irritata, la bocca impastata, mi propongo con veemenza di non abbuffarmi più e intanto già penso al muro dei fallimenti che dovrei ricominciare a costruire?
Per farlo diventare grande come il mio? Grande come il mio! Un muro di fallimenti!
È incredibile. È troppo stupido per una come me, o semplicemente no.
O semplicemente è una malattia, alla pari dell’anoressia, della bulimia (io sono bulimica? Da quante settimane non vomito? Come posso essere bulimica?), della schizofrenia.
Ho scartato già questa opzione, nella mia testa vuota.
Ho scartato tante cose. Motivi, scuse, ragioni.
Io non trovo più niente.
Ma domani … domani sarà diverso.
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